Nessuno rispose subito. Il suono delle onde riempì quel vuoto insopportabile. Poi Rebecca sollevò il mento, la mascella contratta. «Certo.» Lo disse in fretta. Troppo in fretta. Guardai Elena, sperando in una conferma logica, ma lei mantenne lo sguardo fisso sul mare e non aprì bocca. Marta abbassò gli occhi, stringendosi i lembi della mia maglietta sul petto con le dita bianche per la tensione. Incrociai lo sguardo di Rebecca. I suoi occhi nocciola erano lucidi di terrore. Capii all'istante che aveva mentito. Lo avevamo capito tutti. Ma in quel momento, in quel disastro, qualcuno doveva pur farlo.
Il nostro accampamento disperato era stato allestito alla meno peggio. C'era un attimo di tregua, se così si poteva chiamare il silenzio spezzato solo dal vento. Fu in quel momento che Rebecca si alzò. Fissava un punto indefinito tra la schiuma delle onde basse, a pochi metri dalla riva. C'era qualcosa che galleggiava, un bagliore metallico agganciato ai resti di una borsa di cuoio. Forse la sua borsa, forse una collanina, o forse solo un frammento della vita perfetta che aveva perso e che voleva disperatamente riprendersi.
Senza dire una parola, fece un passo verso l'acqua. Poi un altro. «Rebecca, aspetta,» le dissi, alzandomi subito. «È lì.» «Lascia stare, è pericoloso.» «È lì, cazzo.»
Entrò in mare. L'acqua le arrivò subito alle ginocchia, poi alle cosce. Non c'era nulla di sensuale all'inizio: era solo l'ostinazione cieca di una ragazza abituata ad avere il controllo, che non accettava di essere stata spogliata di tutto. Ma il mare non fa sconti. Un'onda più alta e violenta delle altre si infranse contro la risacca, colpendola in pieno sui fianchi. Rebecca scivolò sui sassi viscidi. Cadde all'indietro. Non stava annegando davvero, l'acqua era troppo bassa, ma il suo corpo registrò il colpo e ricordò all'istante l'orrore del naufragio. Andò in panico totale. Iniziò ad annaspare, urlando, ingoiando schiuma.
Mi lanciai in acqua prima ancora di pensarci.
La raggiunsi in pochi falcate e la afferrai per la vita, tirandola su di peso. Rebecca esplose. Si aggrappò a me con una violenza disperata, le unghie che mi affondavano nelle spalle e mi graffiavano la pelle bagnata. Il suo respiro era un rantolo rotto, il corpo squassato da tremiti insopportabili. La tirai verso la riva, lottando contro la corrente di risacca.
Quando fummo fuori dall'acqua, non la lasciai. La reggevo stretta contro il mio petto. Il vestito bianco, ormai ridotto a stracci trasparenti, le si era incollato addosso come una vernice bagnata, lasciando il seno abbondante e morbido completamente esposto, schiacciato contro il mio torace. L'erotismo di quel momento nacque dal contrasto più brutale: la reginetta intoccabile e perfetta era sparita, sostituita da una donna vulnerabile, mezza nuda, terrorizzata e furente per essere stata vista in quello stato.
Sputò acqua, poi si irrigidì. L'umiliazione le incendiò gli occhi. Mi odiava per averla vista così debole. «Lasciami.» La sua voce era un sibilo graffiato. «Appena smetti di tremare.» «Ho detto lasciami.» «E io ho detto no.»
Le mie mani erano ancorate sui suoi fianchi nudi e freddi. Il mio cuore batteva all'impazzata contro il suo. Lei mi fulminò con lo sguardo, ma non riuscì a staccarsi subito. Le gambe non la reggevano ancora. La vicinanza era asfissiante. Eravamo bagnati, i nostri respiri si mescolavano, la carne premeva contro la carne. Io non riuscivo a godermi nulla di quel contatto perché ero in allerta, preoccupato per lei, ma il mio corpo reagì ugualmente alla pressione del suo bacino e della sua scollatura bagnata contro di me.
Poi, da sopra la mia spalla, Rebecca incrociò lo sguardo di Marta, seduta al punto base. Marta aveva visto tutto. Vidi gli occhi nocciola di Rebecca cambiare impercettibilmente luce. La vergogna si trasformò, distorcendosi in una provocazione deliberata. Invece di ringraziarmi, invece di allontanarsi non appena riprese un minimo di equilibrio, scivolò ancora più vicina. Si strinse contro di me per un mezzo secondo infinito. Il suo petto sfrego contro il mio. Non abbastanza da baciarmi. Ma abbastanza da farmi sentire tutto il calore, il peso e l'urgenza del suo corpo bagnato.
«Contento?» sussurrò a un millimetro dalle mie labbra. «Di cosa?» respirai, spiazzato da quel cambio di registro. «Adesso hai salvato anche me.»
Ero confuso. Le mie mani scivolarono involontariamente lungo la curva della sua schiena per sostenerla. «Non era una gara.» Lei piegò le labbra in un mezzo sorriso letale. «Per lei forse sì.»
La aiutai a camminare sulla sabbia, tenendola per un braccio. L'adrenalina ci stava abbandonando, lasciando solo freddo e tensione. Non mi ringraziò per averla tirata fuori. Lo fece nel modo peggiore possibile. Si fermò a pochi passi dagli altri, costringendomi a guardarla in faccia.
«Non dirlo.» «Cosa?» «Che ho avuto paura.» Il suo tono era perentorio, ma il labbro inferiore le tremava ancora. «Non lo dico.» «Nemmeno a lei.» «A Marta?» «A nessuno.» Sostenni il suo sguardo febbrile. «Va bene. Nessuno lo saprà.»
Feci per fare un altro passo, ma lei si puntò. Le gocce d'acqua le scivolavano lungo il collo, insinuandosi nella scollatura profonda. «E non guardarmi come se ti facessi pena.» «Non mi fai pena, Rebecca.» Lei sollevò il mento. L'arroganza disperata nei suoi occhi era magnetica. «Allora guardami come prima.»
La frase mi colpì in pieno petto come uno schiaffo. Era una richiesta cruda, sfacciata: esigeva di essere desiderata, di riavere il suo potere, rifiutando ogni compassione. Voleva lo sguardo affamato che non ero riuscito a nascondere sul traghetto. Non seppi cosa rispondere. Marta, da lontano, ci fissava. Elena stava pulendo il braccio in silenzio. Giulia era rannicchiata. In una manciata di minuti, Rebecca era crollata, si era rotta ed era risorta brandendo il proprio corpo e la gelosia come armi di sopravvivenza.
Il sole calò in fretta, inghiottito dall'orizzonte. Il buio trasformò l'isola in un buco nero. Il nostro punto base era fatto male, le ombre allungavano le forme sghembe delle valigie e del ramo. Nessuno aveva mangiato. Avevamo solo due bottigliette d'acqua. Marta si massaggiava la caviglia con espressione sofferente. Giulia continuava a tremare sotto il telo, persa in un mondo tutto suo. Elena scrutava ancora l'interno della costa, mordendosi le labbra, furiosa di non poter esplorare nel buio. Rebecca era seduta in disparte, lontana da tutti noi, stretta in un asciugamano, muta e apparentemente offesa dal proprio crollo.
Io restai in piedi a guardare la spiaggia. Per un po’ restammo tutti ad ascoltare. Il mare. Il vento. Il telo colorato che sbatteva tra due valigie come una bandiera ridicola.
Nessuna voce. Nessun motore. Nessuna luce oltre la linea nera dell’acqua.
Elena voleva ancora andare. Lo vedevo da come guardava gli scogli, i pugni stretti. Marta teneva la caviglia sollevata e fingeva di non fissare Rebecca. Rebecca, dall’altra parte del nostro accampamento storto, si strinse l'asciugamano addosso e alzò gli occhi su di me. Non sembrava grata. Sembrava arrabbiata perché per un minuto avevo visto la paura sotto la bellezza. E forse perché, dopo averla vista, non avevo smesso di guardarla.
Quella notte non trovammo nessun altro. Non trovammo acqua dolce. Non trovammo un riparo vero. Solo cinque respiri intorno a un pezzo di spiaggia, e la certezza muta che l’isola non aveva ancora finito con noi.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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