Sbucammo sulla spiaggia che sembravamo due cadaveri rigettati dal mare. Il gruppo ci vide emergere dall'ombra degli alberi. Marta si alzò di scatto, ignorando la fitta alla caviglia, il viso sbiancato. Rebecca, seduta vicino al fuoco spento, registrò ogni singolo dettaglio in una frazione di secondo: la mia andatura spezzata, la giacca di Elena, il sangue. Capì subito che era successo qualcosa di enorme. Giulia portò le mani alla bocca, spaventata. Persino Camilla, persa nel suo vuoto, vide la ferita sanguinante sulla testa di Elena e sembrò risvegliarsi, sgranando gli occhi.
Appena toccò la sabbia, Elena non riuscì più a stare in piedi. Le gambe le cedettero e crollò seduta, le ginocchia al petto, tenendosi la testa. Marta zoppicò verso di noi. «Che è successo?» chiese, la voce tremante.
Provai a parlare, ma dalla mia gola uscì solo un rantolo roco, spezzato dai segni che le mani di Elena mi avevano lasciato. Tossii, sputando saliva mista a fango. Rebecca si avvicinò lentamente. Guardò i miei polsi scuoiati e sanguinanti, poi la ferita di Elena, poi i lembi dei vestiti strappati che spuntavano da sotto la giacca. «Non è stata una rissa,» sentenziò, algida e perspicace.
Deglutii a fatica, costringendo le corde vocali a funzionare. «C’è qualcuno al resort.» Il silenzio che calò fu assoluto. Quella singola frase cambiò la gravità dell'isola, schiacciandoci tutti a terra. Elena sollevò la testa, chiudendo gli occhi. «Un uomo,» aggiunse, con immensa fatica.
Camilla impallidì vistosamente, la pelle che diventava traslucida. Giulia si strinse le braccia intorno al corpo. «Un altro sopravvissuto?» «Non lo so,» risposi, massaggiandomi il collo dolorante. Rebecca incrociò le braccia, lo sguardo che passava da me a Elena come uno scanner. «Perché siete andati al resort da soli?»
Nessuno rispose subito. La tensione su Elena divenne asfissiante. Lei non poteva raccontare di avermi preso in ostaggio in preda al delirio del suo trauma, e io non avevo intenzione di esporla. Decisi per una mezza verità. «L’abbiamo trovato seguendo i tubi.» Rebecca assottigliò gli occhi. «E basta?» «No.» Marta mi guardò fisso. Conosceva quel tono. Capì immediatamente che c'era un abisso di non detti tra me e la ragazza seduta a terra.
Elena fece un respiro profondo e parlò piano, la voce impastata dalla debolezza. «È colpa mia.» Tutti si girarono verso di lei. Non confessò il delirio, non confessò la rissa nel fango né il mio quasi strangolamento. Ma disse abbastanza da caricarsi il peso sulle spalle. «L’ho portato io lì.» Bastava questo. La scena, e le colpe, si spostarono definitivamente.
Il dado era tratto. Ora il gruppo doveva fare i conti con tre verità assolute: Paradise Cove esisteva, qualcuno era già lì, e quel qualcuno era estremamente pericoloso. La scelta divenne atroce: restare a morire di stenti sulla spiaggia sicura, o marciare verso una struttura che ospitava un predatore. Elena, ferita e moralmente compromessa, non poteva più dettare legge come aveva fatto nei giorni precedenti.
Rebecca prese il controllo logico della situazione, con il suo solito pragmatismo tagliente. «Allora non ci andiamo.» Elena alzò il viso, scura. «Se restiamo qui, moriamo.» «Se andiamo lì, forse prima,» ribatté Rebecca, glaciale. Mi intromisi, la voce che raschiava. «C’è acqua. Ci sono strutture. Forse troviamo medicine per Marta. Forse una radio per chiamare aiuto.» Marta mi guardò, incredula e spaventata. «E un uomo che spacca bottiglie in testa alla gente.» «Sì.»
Non c'era nessuna soluzione pulita. Era un bivio tra una morte lenta e una morte violenta. Poi, accadde l'impensabile. Camilla, che fino a quel momento aveva rifiutato il mondo, parlò. La sua voce era vuota, ma incredibilmente ferma. «Chiara pensava che fosse un albergo.» Il silenzio si impadronì di nuovo della spiaggia. L'evocazione del nome della sorella fu un brivido gelido per tutti. Camilla abbassò lo sguardo sulla borsa che teneva in grembo. «Forse aveva ragione. Forse c’è qualcosa che serve.» Era il suo primo, vero contributo da quando avevamo perso Chiara. Era il momento in cui il lutto decideva di trasformarsi in sopravvivenza.
Più tardi, nel cuore della notte, mentre gli altri dormivano un sonno agitato, io ed Elena fummo costretti a medicare le nostre ferite. Lei aveva la testa stretta in una benda improvvisata ricavata da una maglietta strappata. Io avevo i polsi avvolti stretti per fermare il sanguinamento. Ci ritrovammo a un metro di distanza, isolati dal resto del gruppo che riposava sotto il telo.
Elena fissò le mie mani fasciate. «Non dovevi farlo.» «Cosa?» «Salvarmi.» «Sì,» risposi, ostinato. «No.» «Sì.»
Lei non rispose. Distolse lo sguardo, fissando le braci spente del nostro inutile fuoco. L'aria tra noi era carica di scorie, di violenza non sbollita, di un'intimità distruttiva che avevamo condiviso nel fango. Poi, senza guardarmi, disse: «Io non ti perdono.» Non mi scomposi. Il dolore al collo mi ricordava costantemente chi fosse. «Non te l’ho chiesto.» Lei si voltò appena, gli occhi chiari che perforavano il buio. «E tu?» La guardai. Guardai la ragazza che aveva cercato di soffocarmi per punire i fantasmi del suo passato. «Non lo so.» Non c'era perdono. Non c'era riconciliazione. C'era solo l'onestà brutale di due persone che si erano distrutte a vicenda.
La mattina dopo, la decisione fu inevitabile. Non potevamo più rimandare. Dovevamo andare a Paradise Cove. Ma questa volta, l'isola ci aveva insegnato le sue regole, e noi ne avevamo stabilite di nuove, durissime. Nessuno si sarebbe mosso da solo. Ognuno aveva in mano un'arma improvvisata. Elena, stordita e ferita, non guidava più il gruppo. Rebecca prese il compito di tenere d'occhio l'ambiente circostante, con i suoi occhi attenti e spietati. Marta e Giulia furono messe al centro, protette. Camilla si caricò in spalla la borsa di Chiara, aggrappandosi a essa come a un'ancora. Io chiudevo la fila o stavo avanti a seconda del terreno, portando le bottiglie d'acqua e una sbarra di ferro acuminata che avevo recuperato tra i detriti.
Lasciammo la spiaggia il quarto giorno. Non perché Paradise Cove fosse un rifugio. Perché era l’unico posto abbastanza grande da contenere tutte le nostre paure. Elena camminava senza guardarmi, con la benda sporca sulla fronte, una guerriera abbattuta. Io portavo l’acqua, i polsi fasciati e il collo segnato dalle sue mani, marchiato dalla sua rabbia. Marta zoppicava in silenzio, concentrata sul dolore per non pensare ad altro. Giulia stava vicino a lei, un'ombra tremante. Rebecca chiudeva il gruppo con una bottiglia rotta stretta saldamente in mano, pronta a usarla. Camilla portava la borsa di Chiara come se dentro ci fosse ancora il peso di sua sorella.
Oltre gli alberi, Paradise Cove ci aspettava. E adesso sapevamo una cosa in più. Non era vuoto.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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