Vai al contenuto
Erotika
Isola Deserta · Cap. 5
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 5 di 5 36 min di lettura

Elena a Petto Nudo

Dopo tre giorni di lutto e desideri sporchi, la rabbia di Elena esplode contro Ale in una notte di fango, pelle e colpa.
Un capitolo crudele, sensuale e oscuro, dove il paradiso smette definitivamente di sembrare un rifugio.

Alessia
1 mese fa · 700 letture · 2

Capii all'istante cosa stava per succedere. Il mondo mi si chiuse intorno. Vidi Elena, la stessa ragazza di marmo che mi aveva appena confessato, in lacrime e rabbia, di essersi costruita un'armatura per sopravvivere a un mostro del suo passato, in balìa di un nuovo carnefice. Stava per rivivere l'inferno. E io ero lì, legato come un idiota. Il panico fu spazzato via da un'ondata di rabbia incandescente, acida, che mi bruciò lo stomaco. La mia impotenza si trasformò in una furia cieca, animalesca. Non c'era pensiero logico, non c'era eroismo calcolato. C'era solo una parola che mi rimbombava nel cranio.No.

Mi trascinai contro la base del bancone, cercando freneticamente qualcosa, qualsiasi cosa. Trovai un pezzo di vetro rotto conficcato nel legno marcio, spesso e affilato come un rasoio. Non avevo il tempo di disfare il nodo.

Portai i polsi dietro la schiena, premendo la corda improvvisata contro il bordo tagliente del vetro. Iniziai a sfregare con una violenza disperata. Il vetro tagliò la stoffa, ma scivolò. La lama frastagliata mi affondò nella carne del polso. Il dolore fu una scossa elettrica, ma non mi fermai. Sfregai ancora, sentendo la pelle aprirsi, il sangue caldo che mi colava sulle mani, rendendo tutto scivoloso. Tirai le braccia in direzioni opposte, quasi slogandomi il pollice per far passare la mano attraverso la morsa che si stava allentando. Mi ruppi le unghie contro il nodo, lacerando i tessuti.

Non mi liberai perché ero forte. Mi liberai perché smisi di preoccuparmi di cosa mi sarei aperto per farlo.

Con un ultimo, tremendo strattone, la stoffa inzuppata di sangue cedette. Le mie mani erano libere. Ero stordito, senza fiato, il braccio sinistro che pulsava di un dolore atroce, coperto del mio stesso sangue. Afferrai la cosa più pesante che avevo a portata di mano: il collo di una bottiglia rotta e mezza piena di sabbia. Mi lanciai in avanti con un urlo roco.

Non fu una lotta da cinema. Fu caotica, breve e spietata. Mi scagliai sull'uomo, cercando di colpirlo alla testa con la bottiglia. Lui, con i riflessi affilati dalla pazzia, si voltò all'ultimo secondo, alzando un braccio. Il mio colpo mancò il bersaglio, schiantandosi contro la sua spalla. Lui grugnì, mi afferrò per la maglietta e mi scagliò all'indietro. Sbattei di nuovo la schiena contro il banco, il fiato che mi uscì dai polmoni in un sibilo. L'uomo raccolse un grosso frammento di specchio dal pavimento e sferrò un fendente. Il vetro mi tagliò l'avambraccio, un bruciore netto e profondo.

Ignorai il sangue. Feci perno sulla gamba sana e gli piantai una ginocchiata devastante nello stomaco. L'uomo si piegò in due, sputando saliva. Non gli diedi il tempo di respirare: afferrai una sedia di legno marcio e gliela spaccai direttamente sulla schiena. Il legno si frantumò. Perdemmo l'equilibrio entrambi, rovinando a terra in un groviglio di braccia, imprecazioni e vetri frantumati che ci tagliavano i vestiti e la carne.

Vinsi solo per la rabbia pura e per il fatto che lui fosse indebolito dagli stenti, non per abilità. Riuscii a spingerlo via con un calcio al petto, facendolo rotolare lontano da Elena. L'uomo si rialzò a fatica, ansimando, il volto coperto dalle mani tremanti. Si rese conto che non ero una preda facile.

Arretrò nel buio del corridoio adiacente, strisciando quasi, tenendosi il volto ferito. Si fermò un secondo sulla soglia dell'oscurità. E, prima di sparire, rise. Una risata roca, catarrosa, agghiacciante. Non rideva come uno sconfitto scacciato dal suo territorio. Rideva come uno che sapeva di avere ancora tutto il resort, tutti i suoi corridoi bui e le sue stanze marce, per nascondersi e aspettarci.

Non provai nemmeno a seguirlo. Mi gettai in ginocchio accanto a Elena. Il mio primo istinto non fu quello di scuoterla o parlarle. Guardai il suo corpo, nudo ed esposto, illuminato dalla debole luce della luna che filtrava dai vetri rotti. Mi sfilai la giacca leggera e sporca che indossavo e gliela posai delicatamente addosso, coprendole il petto e le spalle. Dopo tutto quello che mi aveva urlato addosso, dopo la violenza e i traumi che mi aveva sputato in faccia, non la guardai con desiderio, non la giudicai, non cercai una rivincita. La coprii e basta. Rispettando quel limite che lei stessa aveva difeso con le unghie per tutta la vita.

Le sfiorai il viso. «Elena,» chiamai, piano. Le sue palpebre tremarono. «Non…» «Non ti tocco se non serve,» mi affrettai a dire, ritraendo le mani insanguinate. «Lui…» sussurrò, la voce impastata dalla botta. «È andato via. Siamo soli.»

Mise a fuoco lentamente l'ambiente intorno a noi. Poi i suoi occhi si fermarono su di me. Mi guardò il viso sudato, il braccio tagliato. E poi vide i miei polsi: la pelle lacerata fino al vivo, il sangue scuro che macchiava le mie mani e la sua giacca. Capì all'istante che, pur di aiutarla, mi ero liberato facendomi male da solo. Vidi la sua corazza frantumarsi, riga dopo riga. Quella realizzazione la distrusse più di qualsiasi aggressione.

«Perché?» chiese, la voce che era solo un soffio. «Cosa?» «Perché mi hai tirata fuori?» Restai inginocchiato, il fiato ancora corto. «Perché eri tu.» Gli occhi di Elena si riempirono di lacrime trattenute. «Io ti volevo morto, Ale.» «Lo so.» Il silenzio tra noi fu denso, pesante, carico di un dolore che non aveva bisogno di spiegazioni. Non cercò di diventare dolce, perché non era nella sua natura. «Questo non ti rende buono,» sussurrò lei, guardandomi dritta negli occhi. «Non l’ho fatto per quello.» «Non cancella niente di quello che è successo.» Strinsi i pugni indolenziti, sentendo il sangue seccarsi sulla pelle. «Non volevo cancellare niente.»

Il ritorno verso il campo fu un calvario disumano. La giungla di notte era un muro nero, ostile, denso di rumori e ombre. Non c'era nulla di eroico in noi, nessuna marcia trionfale con la fanciulla in braccio. Eravamo due sopravvissuti a pezzi, sporchi di fango, sudore e del nostro stesso sangue.

Elena aveva un taglio profondo al lato della testa; la nausea la faceva barcollare a ogni radice sporgente e i tremiti le scuotevano il corpo, coperto a malapena dalla mia giacca buttata sulle spalle. Io non stavo meglio. I miei polsi scuoiati continuavano a sanguinare, il collo mi pulsava atrocemente per i segni delle sue dita, e ogni respiro era una fitta di bruciore alle costole. La sostenevo per brevi tratti, passandole un braccio attorno alla vita. Lei si irrigidiva, rifiutando l'aiuto con un grugnito, per poi cedere due passi dopo, rischiando di crollare nel buio. Inciampammo entrambi in una radice viscida, finendo quasi faccia a terra.

A un certo punto, un rumore metallico, lontano ma distinto, provenne dalla direzione del resort. Mi lanciai dietro il tronco di un albero enorme, trascinandola con me. Rimanemmo schiacciati l'uno contro l'altra nel buio, i respiri pesanti, il calore dei nostri corpi feriti che si mescolava all'odore di terra marcia. Sentivo il sangue colarmi lungo il palmo della mano, gocciolando sulle foglie umide.

«Fermati un attimo,» sussurrò lei, guardandomi le mani. «Stai perdendo troppo sangue.» «Se mi fermo adesso, non so se riparto,» risposi, la voce raschiata, quasi inesistente.

Riprendemmo a camminare, lenti come spettri. «Non appoggiarti a me se non vuoi,» le dissi, sentendola rigida contro il mio fianco. «Non ho detto che non voglio.» «Hai detto cose peggiori.» «Le penso ancora.» Sospirai, un sibilo doloroso nella gola. «Lo so.» Elena tenne lo sguardo fisso nel buio davanti a noi. «Non tutte.» «Va bene anche questo.»

Non stava chiedendo scusa. L'odio non era sparito per magia, ma la sua forma era cambiata. Si era trasformato in una rassegnazione cruda, stanca. A metà strada, si fermò di colpo, costringendomi a fare lo stesso. «Non dire al gruppo quello che ti ho detto,» mi ordinò, la voce tesa. «Non lo farò.» «Non per me.» «Per chi, allora?» Si strinse la mia giacca sul petto nudo. «Perché se lo dici, diventa vero anche fuori dalla mia bocca.»

Quell'ammissione fu un pugno allo stomaco. Era la sintesi perfetta del suo trauma, l'illusione che il silenzio potesse arginare il passato. «Resta tuo,» le dissi piano. «Non è mai stato mio.» «Allora almeno decidi tu quando farlo uscire.» Elena non rispose, ma riprese a camminare, appoggiandosi al mio braccio un po' più di prima.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 6 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista