«Cammina,» ordinò. La sua voce tremava, ma la mano con la lamiera era ferma. Mi costrinse a muovermi lungo la sponda del ruscello, verso l'interno denso della giungla. Dopo i primi passi, riconobbi la direzione. Il buio nascondeva i dettagli, ma il rumore dell'acqua e la pendenza del terreno non mentivano.
«Elena… no.» «Sì. Cammina.» «Mi stai portando alla cisterna.» «Ti sto portando dove finiscono quelli come te.» Il fango mi faceva scivolare, ma la punta di metallo mi ricordava di non fermarmi. «Quelli come me?» «Quelli che respirano troppo bene.»
Voleva punirmi. Non voleva solo ferirmi nel corpo; voleva trascinarmi nel luogo simbolico del suo fallimento più atroce, il buco nero dove aveva perso Chiara, per chiudere il cerchio della sua colpa scaricandola su di me. Provai a farla ragionare, tenendo le mani alzate per come mi permetteva il tessuto intrecciato. «Elena, ascoltami. Non sono io quello che ti ha fatto del male.»
Quella frase fu un sasso lanciato contro un vetro. Aprì una crepa istantanea. Elena si bloccò per un secondo. Il suo respiro si spezzò. «No,» ammise, in un sussurro sofferente. «Allora perché mi stai facendo questo?» I suoi occhi chiari brillarono nel buio, pieni di una follia disperata. «Perché quando le guardi, gli somigli.»
Riprendemmo a camminare, l'umidità che ci inzuppava la pelle. La verità non esplose tutta insieme. Uscì a pezzi, sanguinando attraverso il buio, mentre inciampavamo tra le radici.
«Io il mio corpo me lo sono costruito,» disse all'improvviso, la voce dura, meccanica. «Elena…» «No. Stai zitto,» mi tagliò corto, spingendomi in avanti. «Me lo sono costruito perché una volta non bastava. Perché una volta ho detto no e non è servito.»
Il gelo mi invase le vene, cancellando il dolore al collo. La sua rabbia, la sua aggressività, il suo bisogno di essere sempre al comando, il rifiuto di ogni debolezza... tutto aveva un'origine feroce. «Mi dispiace,» mormorai, sentendomi minuscolo. La lamiera mi graffiò la pelle, un avvertimento. «Non ti azzardare.» «Io non sono lui, Elena.» «Lo so.» Il suo respiro si fece pesante. Si fermò alle mie spalle. Sentivo il calore del suo petto nudo e infangato sfiorarmi la schiena. «È questo che mi fa impazzire.»
Razionalmente sapeva che io non ero il mostro del suo passato. Ma in quei giorni di terrore e promiscuità forzata, io ero diventato l'unico maschio in grado di toccare, di decidere, di guardare. Ero diventato il simbolo del suo incubo. «Le altre ti lasciano entrare,» continuò, la voce carica di disprezzo e terrore. «Ti lasciano toccare. Ti lasciano essere necessario.» «Perché siamo finiti in un naufragio. Abbiamo solo l'un l'altro.» «No,» ribatté. «Perché tu sembri sempre quello sicuro.» «E non lo sono?» La sua risposta fu una sentenza, figlia di un trauma che le aveva divorato l'anima. «Nessun uomo lo è quando ha abbastanza fame.»
Riprendemmo la marcia, ma il buio e la tensione ci fecero perdere l'orientamento. Invece di seguire il letto principale del torrente che portava alla botola di Chiara, deviammo lungo una tubazione secondaria inghiottita dalle felci. All'improvviso, la vegetazione si aprì.
Non fu come risvegliarsi in un sogno. Fu come inciampare in un cadavere. Davanti a noi, spettrale sotto la luce fredda della luna, apparve Paradise Cove. Era un ecomostro di lusso divorato dalla natura. La reception era un guscio vuoto, invaso da liane e radici. L'insegna di legno intagliato era mezza caduta, appesa a un solo cavo d'acciaio. Le ampie vetrate che un tempo guardavano sul mare erano in frantumi. La piscina era una vasca di melma verde, circondata da lettini ribaltati e marciti. Il bancone del bar era ancora lì, un altare di bottiglie vuote coperte di polvere e ragnatele, circondato da corridoi bui che puzzavano di muffa, salsedine e abbandono.
Mi fermai di colpo. Il pezzo di lamiera si scostò dal mio collo. «Elena,» dissi, senza fiato. «Cammina.» «Guarda.»
Lei si voltò. L'arma le si abbassò lentamente lungo il fianco. Per un secondo lunghissimo, la sua follia fu sospesa, sopraffatta dalla grandezza desolata di quella scoperta. «Esiste davvero,» sussurrò, i lineamenti rilassati in un'espressione di puro stupore infantile. Mi girai verso di lei, il cuore che batteva a mille, vedendo finalmente una via d'uscita. «Dobbiamo tornare al campo. Dobbiamo dirlo agli altri. Qui dentro potremmo trovare cibo, coperte, forse una radio…»
Elena mi guardò. La meraviglia si spense, sostituita di nuovo da quell'ossessione nera, insuperabile. Riavvicinò il pezzo di metallo arrugginito al mio petto, i suoi occhi vuoti come i corridoi del resort.
«Prima finiamo.»
Elena mi trascinò dentro, sorda a ogni mio tentativo di farla ragionare. Non le importava che fossimo soli, che io avessi i polsi legati o che quel posto avesse l'aria di una tomba. Voleva arrivare fino in fondo.
Entrammo da quella che un tempo doveva essere la hall principale, superando i resti di una porta a vetri andata in frantumi. L'ambiente era un cimitero di lusso. Sotto i miei stivali, i cocci di vetro scricchiolavano mescolandosi al fango secco. Il grande banco della reception in legno scuro era gonfio e spaccato dall'umidità; ovunque c'erano brochure marce, bottiglie rotte e sedie rovesciate. Sulla parete di fondo, una vecchia mappa del resort si scrostava lentamente, divorata dalla muffa. L'odore era chiuso, pesante: un misto di salsedine, legno fradicio e acqua stagnante.
Feci un passo e mi bloccai. Il sangue mi si gelò nelle vene. Sulla polvere umida del pavimento, tra i detriti, c'erano delle impronte. Segni di scarpe pesanti, irregolari. E una striscia nel fango, come se qualcosa di pesante fosse stato trascinato di recente. Elena non se ne accorse. Continuava a tirarmi, accecata dalla sua missione punitiva.
«Elena,» sussurrai, la gola secca. «Zitto.» «No. Guardati intorno. Qui c’è qualcuno.» Lei si voltò appena, gli occhi accesi di disprezzo. «Comodo, vero? Inventarsi fantasmi per scappare.» «Guarda il pavimento, cazzo!» sibilai, cercando di fermarmi.
Ma lei non fece in tempo ad abbassare lo sguardo.
Il colpo arrivò dal nulla, rapido e devastante. Una figura emerse dall'ombra di una colonna portante. Un lampo di vetro verde fese l'aria. La bottiglia si schiantò contro il lato della testa di Elena con un rumore secco, orribile, brutale nella sua totale mancanza di epicità. Non ci fu sangue che schizzava, solo il tonfo sordo del vetro spesso contro l'osso.
Elena barcollò, gli occhi le si rovesciarono all'indietro e crollò a peso morto sul pavimento coperto di detriti. La caduta scomposta le fece scivolare del tutto i brandelli del top già strappato, lasciandola con il petto nudo, esposto al buio e al freddo di quella stanza morta. Quella nudità, che fino a pochi minuti prima era stata il centro di una tensione viscerale e furiosa tra noi, ora la rendeva solo atrocemente vulnerabile, tragica.
«Elena!» urlai, scattando verso di lei. Non feci un metro. L'ombra mi si avventò addosso. Due mani ruvide e sporche mi afferrarono per la maglietta, scaraventandomi con una forza disperata contro lo spigolo del banco della reception. Caddi pesantemente sui vetri, battendo la spalla e la testa. Con i polsi ancora bloccati dalla stoffa stretta di Elena, rotolai su me stesso, incapace di attutire il colpo.
Misi a fuoco l'aggressore, il cuore che mi martellava nel cranio. Era un uomo. Una figura sporca, i vestiti logori e pesanti. Il suo respiro era un rantolo rauco, malato. L'odore che portava addosso mi invase le narici: sudore stantio, alcol vecchio, muffa e sporcizia stratificata. Le sue mani tremavano, ma erano cariche di una violenza nervosa, imprevedibile. Forse era un naufrago impazzito, forse qualcuno che abitava quelle rovine da settimane, non aveva importanza. Era una minaccia pura e spietata.
L'uomo non guardò più me. Si voltò lentamente verso Elena, stesa a terra, incosciente, il respiro debole che le sollevava il petto nudo. Fece un passo verso di lei, poi si chinò.
Fu una scena di una brutalità silenziosa e disturbante. L'uomo allungò una mano sudicia, le dita nere di terra che sfiorarono la pelle chiara e perfetta della spalla di Elena. C'era una sensualità malata e perversa nel modo in cui la guardava, nel modo in cui il suo corpo pesante incombeva su di lei, assaporando il potere totale che aveva in quel momento su una donna così bella e indifesa. Le afferrò il fianco, stringendo la carne con prepotenza, e provò a strattonare via il resto della stoffa impigliata alla sua vita per scoprirla del tutto. Elena gemette, un suono debole, la testa che rotolava di lato, troppo stordita per capire, troppo debole per difendersi.
