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Erotika
Isola Deserta · Cap. 5
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Capitolo 5 di 5 36 min di lettura

Elena a Petto Nudo

Dopo tre giorni di lutto e desideri sporchi, la rabbia di Elena esplode contro Ale in una notte di fango, pelle e colpa.
Un capitolo crudele, sensuale e oscuro, dove il paradiso smette definitivamente di sembrare un rifugio.

Alessia
1 mese fa · 700 letture · 2

Si abbassò sulla riva e immerse le mani nell'acqua gelida. Iniziò a lavarsele, anche se erano già pulite. Se le strofinava in modo febbrile, graffiandosi la pelle con le unghie in un gesto nevrotico e disperato. Notai quel movimento. Vidi il tormento che cercava di nascondere. «Non viene via,» dissi piano. Lei si bloccò, l'acqua che le scorreva sui polsi. «Cosa?» «Quello che hai sulle mani.» Elena si irrigidì, chiudendo i pugni. «Non nominarla.» «Chiara,» sputai, arrabbiato.

Si alzò come una furia e mi spinse. Uno spintone vero, brutale, carico di odio puro. Niente di sexy o calcolato. I miei stivali scivolarono sul fango e caddi all'indietro, sbucciandomi un gomito sulle pietre umide. Mi rialzai subito, il fiato corto per l'adrenalina. «Allora smettila di usarla per odiarmi.»

Elena si avvicinò ancora, invadendo il mio spazio vitale, il petto che le si alzava e abbassava furiosamente. «Io odio te perché sei comodo.» «Comodo?» «Sì! Tutti ti vogliono vicino. Tu entri nei disastri degli altri e ne esci sempre con qualcuno che ti guarda come se le avessi salvato la vita.» «A volte l’ho fatto,» sbottai. «E ti piace?» mi provocò, il viso a pochi centimetri dal mio. «Vaffanculo.» Un sorriso distorto, privo di gioia, le attraversò il viso. «Eccolo. Finalmente qualcosa ti tocca.»

Mi spinse ancora, colpendomi al petto. Questa volta non caddi. Allungai le mani e le afferrai i polsi, stringendoli per fermarla. L'impatto tra noi fu elettrico, carico di una tensione violenta che aveva superato ogni limite razionale. «Smettila,» le intimai. «Lasciami.» «Se vuoi che ti lasci, ti lascio.» I suoi occhi chiari fiammeggiarono nel buio. «Non ho detto che voglio quello.»

La sua risposta fu ambigua, vertiginosa. Era rabbiosa, eppure c'era una fame viscerale nel modo in cui mi guardava. Io ero furioso, ma il contatto con la sua pelle umida, il respiro affannoso che le dischiudeva le labbra, mi mandava il sangue alla testa. Poi, Elena fece la cosa più cattiva e inaspettata. Si liberò con uno strattone e mi mise le mani al collo.

All'inizio sembrò un gesto di pura sfida fisica, un modo per dominarmi. Ma poi divenne reale. Le sue dita si strinsero attorno alla mia trachea. Non abbastanza da uccidermi sul colpo, ma abbastanza da bloccarmi il respiro, facendomi mancare l'aria nei polmoni. Il mio corpo reagì con un'ondata di panico ed eccitazione confusa. Sgranai gli occhi, rendendomi conto che non era più una provocazione.

«Elena—» rantolai, afferrandole gli avambracci. Lei strinse di più, piegandosi verso di me. «Per una volta smetti tu di respirare più forte degli altri.»

La violenza di quella frase fu terrorizzante. L'istinto di sopravvivenza esplose, spazzando via ogni inibizione. Cercai di liberarmi, ma lei era completamente fuori di sé, mossa da una forza cieca. Perdemmo l'equilibrio entrambi, scivolando dalla sponda scoscesa. Crollammo pesantemente nell'acqua e nel fango del ruscello.

L'impatto fu brutale. L'acqua gelida mi invase la bocca e il naso, tossii, annaspando. Per un attimo di panico totale, lei continuò a tenermi il collo schiacciandomi sotto di sé. Sentii la paura vera scivolarmi nelle ossa. A quel punto reagii. E non lo feci da partner di un gioco erotico. Lo feci da animale messo all'angolo.

Feci leva sui fianchi, afferrai il suo corpo e, con una spinta violenta, la ribaltai nell'acqua bassa. Nel farlo, le mie dita si aggrapparono disperatamente al suo top di tessuto leggero. La stoffa, già logorata dai giorni sull'isola, non resse la forza del mio strattone. Si lacerò con un rumore secco, strappandosi di netto dal collo fino all'orlo. La schiacciai giù nel fango, bloccandole le braccia sopra la testa, premendo il mio peso contro di lei.

Il suo respiro si spezzò. Elena rimase intrappolata sotto di me, la schiena nell'acqua viscida, il torace nudo esposto all'aria fredda. I suoi seni perfetti e tondi, bagnati e lucidi di fango, si sollevavano e si abbassavano in un ritmo frenetico, schiacciati contro il mio torace ogni volta che provava a dimenarsi. La vista della sua nudità improvvisa, sfacciata, illuminata a sprazzi dalla luna, fu uno schiaffo erotico che mi stordì. La pelle d'oca le copriva i capezzoli induriti, sfregando contro i miei vestiti fradici. Era una scena di un'intensità brutale, dove l'eccitazione si mescolava al fango e al sangue che pulsava nelle vene.

«Basta!» le urlai in faccia. «Lasciami!» strillò lei, dimenandosi selvaggiamente sotto di me. L'attrito dei nostri corpi bagnati era osceno, infiammava i sensi. «Mi stavi soffocando!» «Magari almeno per un secondo stavi zitto!»

Persi totalmente il controllo. Strinsi la presa sui suoi polsi affondandoli nel fango, sovrastandola completamente. «Tu non vuoi punire me!» le ringhiai contro, il mio fiato che si infrangeva sul suo viso. «Vuoi punire te stessa e hai scelto il mio collo perché era più comodo!»

Lei continuò a divincolarsi, il corpo nudo che si inarcava e strisciava contro il mio in modo quasi primordiale, sputandomi addosso acqua, rabbia e insulti. L'istinto dominatore mi accecò. La tenni ferma più forte. Troppo forte. Sentii i suoi muscoli cedere sotto la mia presa, schiacciata dal mio peso, impotente.

Per un secondo, Elena non lottò più. Non perché si fosse calmata, e non perché fosse eccitata. Smise di muoversi perché aveva paura. I suoi occhi chiari si spalancarono, terrorizzati.

E in quel preciso istante, mi vidi da fuori. Vidi quello che le stavo facendo. Vidi il panico puro in una donna che avevo spogliato a forza e che stavo tenendo bloccata a terra con violenza. Capii che la stavo distruggendo, e che un solo, fottuto secondo in più avrebbe reso tutto irreparabile.

Ritrassi le mani come se mi fossi bruciato. La lasciai di colpo, scivolando via da lei, allontanandomi a gattoni nell'acqua sporca.

L'erotismo che aveva incendiato la scena venne decapitato, morto all'istante, affogato nel fango della nostra violenza.

Rimanemmo lì, a mezzo metro di distanza, inginocchiati nell'acqua bassa, fradici e ansimanti come due bestie ferite. Non c'era nulla di eccitante in noi. Mi toccai la gola pulsante; il mio collo era segnato di rosso vivo per la sua morsa. Elena era piegata su se stessa, le braccia strette al petto nudo per coprirsi, i polsi lividi e infangati per colpa della mia forza cieca. I suoi seni esposti, prima fonte di un desiderio brutale, ora erano solo il simbolo della mia prevaricazione, dell'orrore che avevamo sfiorato.

Il silenzio che ci avvolse fu orribile, spezzato solo dai nostri respiri rotti e dal rumore dell'acqua. Alzai le mani davanti a me, i palmi aperti, tremanti, terrorizzato dall'idea di sfiorarla ancora.

«Elena…» sussurrai, la voce incrinata. «Non toccarmi,» rispose lei, rannicchiandosi, senza alzare lo sguardo. «Io non volevo—» «Nemmeno io.»

Quella frase fu perfetta nella sua devastazione. Eravamo entrambi colpevoli, entrambi spaventati da ciò che la paura ci aveva trasformato. L'isola ci stava riducendo a mostri, facendoci usare i corpi come armi per non sentire il dolore.

Poi, Elena alzò lentamente il viso. La luce della luna le illuminò le lacrime mischiate all'acqua del fiume. Disse la frase più straziante, quella che chiuse per sempre ogni porta alla seduzione. «Volevo solo che per un secondo fossi tu quello che non respirava.»

Non risposi. Non potevo. Non c'era nessun desiderio liberatorio. Nessun piacere sospeso nell'aria. C'era solo l'orrore di ciò che eravamo diventati.

Tossii, sputando acqua sporca, portandomi una mano al collo dove la sua stretta bruciava ancora. Mi alzai a fatica, le ginocchia che tremavano nel fango. «Basta,» dissi, la voce ridotta a un raschio. «È finita.»

Elena era ancora a terra, nel fango. Il suo respiro sollevava in modo irregolare il petto nudo, esposto al freddo dopo che il tessuto del top si era squarciato nella lotta. Provò a coprirsi incrociando le braccia, un gesto istintivo di pudore, ma in un secondo netto vidi la vergogna evaporare, inghiottita da una rabbia ancora più cieca e nera. «Finita?» sibilò. «Sì. Mettiti qualcosa addosso.» «Non decidi tu quando finisce.»

Capii troppo tardi che non era tornata lucida. «Elena, torna al campo.» «No.» «Mi hai quasi ammazzato, cazzo.» «E sei ancora qui.»

Quella frase fu raggelante. Non feci in tempo a fare un passo indietro che lei mi fu di nuovo addosso. Non era un attacco calcolato da combattente, era l'assalto disperato di un animale ferito. Mi urtò contro le rocce. Ero stordito, il collo mi pulsava dolorosamente e non mi aspettavo che avesse ancora quell'energia. Nella foga, aveva raccolto da terra un frammento affilato di lamiera arrugginita, un detrito portato dal fiume. Me lo puntò alla gola, spingendomi contro il tronco scivoloso di un albero. Con l'altra mano, usando i brandelli strappati della sua stessa maglietta, mi afferrò i polsi, strattonandoli per bloccarli. Non era una dominatrice perfetta da film. Era una ragazza nuda a metà, fuori controllo, che faceva un casino disumano, ma un casino sufficiente a essere letale. Il metallo freddo mi premeva contro la pelle, a un millimetro dalla giugulare.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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