Vai al contenuto
Erotika
Isola Deserta · Cap. 5
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 5 di 5 36 min di lettura

Elena a Petto Nudo

Dopo tre giorni di lutto e desideri sporchi, la rabbia di Elena esplode contro Ale in una notte di fango, pelle e colpa.
Un capitolo crudele, sensuale e oscuro, dove il paradiso smette definitivamente di sembrare un rifugio.

Alessia
1 mese fa · 700 letture · 2

Nei tre giorni che seguirono il disastro della cisterna, Elena smise di essere una semplice naufraga e divenne l'ombra di Camilla. Si prese carico di lei con una dedizione che non aveva nulla di materno. Era una cura meccanica, brutale e necessaria. Le cambiava le bende sporche strappando lembi di vestiti asciutti, le puliva le ferite incrostate di sabbia ignorando i suoi lamenti. Di notte, al minimo movimento o incubo di Camilla, Elena era già sveglia, pronta a bloccarle i polsi per impedirle di farsi del male o di scappare verso le rovine della struttura.

Non c'era dolcezza nei suoi gesti. Le spingeva la bottiglia d'acqua contro le labbra spaccate. «Bevi.» Camilla girava il viso, gli occhi vuoti. «No.» Elena le afferrava il mento, costringendola a guardarla. «Non era una domanda.» A tratti, Camilla sembrava odiarla con tutta l'anima. Ma Elena era l'unico fottuto ingranaggio che riusciva a farla funzionare minimamente, tenendola ancorata alla vita.

Il problema era che questa dinamica stava divorando Elena dall'interno. Mentre lei si sporcava le mani con il lutto e la follia, il suo sguardo scivolava spesso su di me, e quello che vedeva le faceva salire una rabbia velenosa in gola. Ai suoi occhi, io ero al centro di un circo assurdo. Rebecca mi parlava sempre un po' troppo vicino, sfiorandomi con arroganza. Marta mi cercava costantemente con lo sguardo, tradendo un bisogno che cercava di nascondere. Giulia si fidava di me come di un fratello maggiore. E Camilla... Camilla era il pezzo del mio passato, la prova che io avevo un mondo fuori da lì. Io ripetevo che "stavo solo aiutando", ma per Elena il contrasto era insopportabile: lei si stava occupando della morte, io ero circondato dal desiderio.

Un pomeriggio, Elena si allontanò verso il ruscello per sciacquare le bende insanguinate, lasciando Camilla addormentata sotto un riparo di foglie e rami secchi. Mi avvicinai in silenzio. Mi sedetti sulla sabbia accanto a lei e la guardai dormire. Era distrutta, l'anima a terra, ma l'impatto visivo del suo corpo restava devastante. I vestiti logori, ormai ridotti a un intrico di stracci dal sapore tribale, le lasciavano scoperto l'addome asciutto e l'ombelico, sporchi di mare e di sole. Aveva un fisico scenico, potente: la vita strettissima esaltava la curva bassa e pronunciata del bacino e dei fianchi pieni. Il seno, fasciato a malapena da un lembo di stoffa logora, assecondava la linea morbida del busto sottile e del collo lungo. Non sembrava una vittima fragile. Con i capelli lunghi e incrostati di sale sparsi sulla sabbia, la pelle dorata e le cosce morbide ma toniche che emergevano dai brandelli di gonna, sembrava una sirena selvaggia sputata fuori dall'oceano. Una ragazza abituata a essere bellissima e glamour, trasformata in una creatura carnale, calda e prepotentemente fisica.

Mentre i miei occhi indugiavano su quella sensualità sporca e inconsapevole, la memoria mi colpì come un pugno. Ricordai i tempi in cui uscivamo in gruppo. Lei era la ragazza di Luca. Ricordai le sue risate arroganti, il modo in cui sapeva di essere guardata, la sua gelosia feroce e divertente, la sua forza. Vederla ora così — una dea terrena devastata dal dolore, esposta e vulnerabile sulla sabbia — mi fece stringere lo stomaco in un misto di desiderio inopportuno e infinita tristezza.

Mi allontanai dal giaciglio di Camilla prima che si svegliasse, con la gola secca, e andai a sedermi su una roccia piatta vicino all'acqua. Fu lì che mi raggiunse Marta. Zoppicava ancora, ma si muoveva con più sicurezza. Si sedette accanto a me, abbracciandosi le ginocchia per coprirsi il più possibile. Sapevo che stava combattendo una guerra silenziosa: si vergognava di provare ancora gelosia mentre a pochi metri di distanza Camilla impazziva per la perdita della sorella, sentiva Rebecca come un predatore sempre in agguato e, da qualche ora, guardava Elena con una diffidenza nuova, incapace di capire quella sua durezza di ghiaccio.

Fissò la schiuma delle onde per un lungo minuto, poi parlò senza guardarmi. «Non ce l’ho con te.» Sospirai, passandomi le mani sul viso stanco. «Non sembra.» «Infatti ce l’ho con me,» ribatté, la voce un po' più tesa. Mi voltai verso di lei. Il suo profilo era duro, ma il labbro inferiore tremava appena. «Perché?» Lei incrociò finalmente il mio sguardo. C'era una vulnerabilità cruda nei suoi occhi, un'ammissione di colpa che le costava carissima. «Perché mi sono attaccata a te troppo in fretta.»

Restai di sasso. Non sapevo cosa rispondere, non avevo appigli. Non eravamo in un locale a bere un drink, eravamo intrappolati in un incubo, e io avevo lasciato che lei si appoggiasse a me senza pensare alle conseguenze. Marta colse il mio silenzio e distolse lo sguardo, tornando a fissare il mare con un mezzo sorriso amaro. «Tranquillo. Mi passerà.» Fece una pausa lunghissima, lasciando che il vento si portasse via il suono della risacca. «Forse.»

La sera del terzo giorno scese sull'accampamento portando con sé un'aria pesante, irrespirabile. Eravamo tutti sfiniti, svuotati. Avevamo appena deciso che all'alba del giorno dopo ci saremmo mossi verso l'interno, verso Paradise Cove. Restare sulla spiaggia significava morire di stenti.

Camilla era seduta sulla sabbia, lo sguardo perso nel vuoto, con la borsa di Chiara abbandonata accanto a lei come un cane da guardia. Elena era inginocchiata al suo fianco e le stava sistemando le bende logore sulle mani con gesti meccanici. Io ero poco distante, appoggiato a una valigia. Rebecca, seduta a un metro da me, si stava passando le dita tra i capelli incrostati di sale. Mi lanciò un'occhiata laterale, un sorriso obliquo che le piegava le labbra.

«Se continui a fare il santo, prima o poi qualcuno ci crede,» mormorò, una battuta velenosa, carica di un sottotesto sessuale che non faceva nulla per nascondere. «Non rischio,» risposi, secco.

Elena si fermò. Le sue mani rimasero a mezz'aria sopra quelle di Camilla. Non urlò subito. Non alzò nemmeno la voce. Si voltò verso di noi e disse, con una freddezza che tagliava l'aria: «Tu non ce la fai proprio, vero?» Mi accigliai, confuso. «A fare cosa?» «A non trasformare tutto in una scena da scopata.»

Il silenzio che calò fu totale, paralizzante. Marta si bloccò, smettendo di respirare. Giulia abbassò immediatamente gli occhi, rimpicciolendosi per la vergogna. Rebecca perse il sorriso, le labbra socchiuse in un'espressione di puro gelo. Camilla, nel suo mondo di fantasmi, non reagì.

Elena si alzò in piedi. Il suo sguardo era una lama puntata dritta alla mia gola, e continuò, sempre più cruda: «Io sto cercando di tenere viva una ragazza che non vuole più stare viva. E tu? Tu stai sempre in mezzo. Rebecca ti gira intorno, Marta ti guarda come se fossi ossigeno, Giulia ti segue con gli occhi, Camilla ti conosce da prima… e tu sempre lì, con quella faccia da “sto solo aiutando”.» «Sto aiutando,» sbottai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie. «No,» ribatté lei, spietata. «Tu tocchi. È diverso.»

Mi irrigidii. Quella parola mi colpì allo stomaco. Elena andò oltre, sprofondando il coltello nella carne viva della nostra decenza: «Salvi, lavi, copri, stringi, consoli. Poi fai finta che non sia corpo perché intorno c’è sangue.» Fece un passo verso di me, gli occhi accesi di rabbia. «Chiara è morta e tu sei ancora qui a farti desiderare.»

Fu la frase di troppo. Quella che mi fece saltare i nervi. Scattai in piedi, i pugni serrati lungo i fianchi. «Tu non sai un cazzo di quello che mi porto addosso.» Elena mi sfidò, sollevando il mento: «Allora fammelo vedere.»

Non potevo restare un secondo di più, o avrei fatto un disastro davanti a tutti. Mi voltai e mi incamminai a grandi passi verso l'oscurità del ruscello, per non esplodere. Sentii i suoi passi pesanti seguirmi.

L'ambiente intorno al corso d'acqua era opprimente: buio, umido, sporco. La poca luce della luna filtrava a stento tra le foglie larghe, illuminando il fango e le pietre scivolose. L'acqua bassa scorreva emettendo un gorgoglio sordo, quasi derisorio. Mi fermai di scatto e mi girai.

«Che vuoi?» ringhiai. Elena emerse dall'ombra, il viso duro come pietra. «Volevo vedere se almeno lontano dalle altre riesci a sembrare vero.» «Tu vuoi solo farmi male.» «Finalmente ci arrivi.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista