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Erotika
Isola Deserta · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 19 min di lettura

Bagnati, Feriti e Quasi Nudi

Dopo un incontro casuale sul traghetto, Ale naufraga con Marta e Rebecca su una spiaggia sconosciuta.
Tra panico, vestiti strappati e un’assistenza troppo intima, l’isola accende il primo desiderio.

Alessia
2 mesi fa · 899 letture · 2

Mi abbassai. Passai l'asciugamano sulla gamba ferita, tamponando con una cura quasi religiosa, poi passai all'altra. Evitai qualsiasi tocco che non fosse strettamente necessario, ma la tensione era asfissiante. Le mie nocche le sfiorarono la curva del fianco nudo; la sua pelle era fredda, ma reagì con un brivido che non aveva nulla a che fare con il vento. Sentivo il suo respiro corto sopra di me. Eravamo isolati, vicinissimi, e lei era esposta, vulnerabile di fronte a un ragazzo che conosceva a malapena.

Era una cosa pratica. Doveva esserlo. Un asciugamano, una caviglia gonfia, una ragazza che tremava di freddo. Eppure ogni gesto sembrava finire troppo vicino a qualcosa che nessuno dei due aveva il coraggio di nominare.

Cercai di passarle il secondo asciugamano asciutto sotto le gambe per isolarla dalla sabbia umida. «Alza un po' il peso,» le dissi. Lei fece leva sul braccio e provò a spostare i fianchi. Ma la caviglia martoriata sfiorò la roccia. Il dolore fu uno spillo. Marta sussultò, perse l'equilibrio e scivolò in avanti.

La presi d'istinto. L'asciugamano cadde sulla sabbia. Lei mi finì addosso. Il suo petto, protetto solo dal costume sgualcito, sbatté contro il mio torace. Le mie braccia le scattarono intorno alla vita, tirandola praticamente a cavalcioni su una mia gamba per impedirle di finire sulla sabbia e farsi ancora più male. Lei annaspò, affondando le dita, fredde e tremanti, nella carne della mia spalla per aggrapparsi.

Rimanemmo pietrificati. Il contatto era totale, devastante. Sentivo la grana della sua pelle umida contro le mie mani. Sentivo il calore che finalmente iniziava a sprigionarsi dal suo bacino premuto contro la mia coscia, il battito accelerato del suo cuore esattamente contro il mio. Non la lasciai. Non potevo.

«Scusa,» sussurrò lei, il fiato che mi accarezzava il collo. «No, no, ferma.» La mia voce era scesa di un'ottava, tesa e innaturale. «Mi fa male se mi muovo.» «Allora non muoverti.»

Il silenzio piombò su di noi, coperto solo dal rumore della risacca. Le mie dita erano affondate nei fianchi di lei, immobili. Sentiva tutto. Sentiva il battito frenetico del mio polso contro la sua pelle, e la reazione involontaria e prepotente del mio corpo sotto di lei. Marta alzò lentamente il viso, a pochi centimetri dal mio. I suoi occhi erano scuri, dilatati. Si rese conto perfettamente di come stavamo.

«Ale.» «Sì?» «Questa è una posizione del cazzo.» «Abbastanza.» «Non intendevo…» «Lo so.» «Ecco. Bene.» Le parole erano nervose, secche. Eppure non accennava a spostarsi. Percepiva ogni singolo grammo della mia immobilità forzata. Sentiva che stavo trattenendo il fiato, che i miei muscoli erano tesi allo spasimo per non stringerla di più, per non far scivolare le mani dove non dovevano andare. E quell'attesa, quel controllo disperato, riempì l'aria di un'elettricità densa, vertiginosa.

«Non fare quella faccia,» mormorò lei, abbassando lo sguardo sulle mie labbra per una frazione di secondo. «Che faccia?» «Quella di uno che sta cercando di essere bravo.» Deglutii a fatica. L'odore della sua pelle bagnata mi stava annebbiando il cervello. «Sto cercando di essere bravo.» «Lo so,» sussurrò, le dita che si stringevano appena sulla mia spalla, bruciando contro la pelle. «È quello che mi mette ansia.»

Il respiro di Marta era ancora irregolare. Mi scostai di pochi centimetri, rompendo a fatica quella bolla di calore che si era creata tra noi. Mi sfilai la mia maglietta asciutta — l'avevo tenuta nello zaino che fortunatamente avevo recuperato poco prima — e gliela porsi, voltandomi di nuovo verso il mare per lasciarle quel minimo di privacy che la situazione le concedeva.

Sentii i fruscii del tessuto, un paio di imprecazioni sussurrate a mezza bocca per via della caviglia dolorante. «Fatto,» disse lei.

Mi voltai. Marta era seduta sulla sabbia, il telo avvolto goffamente intorno alla vita e la mia maglietta addosso. Era enorme su di lei, le copriva le spalle e le ricadeva sulle cosce. I capelli bagnati le si appiccicavano alle guance pallide, le labbra erano ancora livide e teneva la caviglia sollevata con cura. Non era "sexy da copertina". Era arruffata, ferita, vulnerabile. Eppure, vederla così, avvolta in qualcosa di mio, con gli occhi ancora accesi da quell'elettricità nervosa che avevamo appena condiviso, me la fece guardare in un modo completamente diverso. Era vera. Viva.

Lei notò il mio sguardo. Si strinse le ginocchia al petto. «Mi sta malissimo.» «Ti copre.» «Non era quello che ho detto.» «Ti sta bene,» ribattei, senza riuscire a trattenermi. Lei mi guardò, assottigliando gli occhi. Un rossore leggero le colorò le guance, tradendo il suo tentativo di fare la dura. «Non flirtare con una ferita.» «Non stavo flirtando.» «Peggio. Ti è uscito naturale.»

Il rumore di passi leggeri sulla sabbia bagnata spezzò il momento. Rebecca emerse da dietro gli scogli. Era visibilmente scossa, ma il modo in cui il disastro le era rimasto addosso aveva qualcosa di surreale. Aveva un fisico molto slanciato e femminile, con una struttura piuttosto leggera: spalle strette, braccia sottili, collo lungo e busto affusolato. Non dava l’impressione di avere un corpo atletico, quanto piuttosto un fisico morbido e naturale. La caratteristica che risaltava maggiormente era il seno decisamente abbondante rispetto alla corporatura: pieno, rotondo e naturale, creava un forte contrasto con il torso minuto. Il vestito bianco, irrimediabilmente strappato dall'acqua, si era aperto in una scollatura profondissima che accentuava quel décolleté morbido e prominente. Con i suoi grandi occhi castano-nocciola, il viso dai lineamenti fini e i lunghi capelli mossi e spettinati incollati alla pelle dorata, aveva un aspetto selvaggio e involontariamente erotico.

Si fermò a pochi passi da noi. Scivolò con lo sguardo su Marta, seduta per terra, arrossata in viso e avvolta nella mia maglietta. Poi guardò me, in piedi a pochi centimetri, il petto nudo ancora umido, e gli asciugamani sgualciti sulla sabbia. La scena parlava da sola. E diceva la cosa sbagliata.

«Vi ho cercati,» esordì lei, la voce stranamente calma. Nessuno di noi due rispose subito. Rebecca spostò di nuovo gli occhi da Marta a me, registrando il silenzio troppo intimo che avevamo appena interrotto. «Mi sono persa qualcosa?» Marta si raddrizzò di scatto, rispondendo in modo quasi difensivo, troppo velocemente: «Mi sono fatta male.»

Rebecca abbassò lo sguardo sulla caviglia sollevata, poi lo fece risalire fino alla maglietta che Marta stringeva al petto. «Sì. Vedo che l’assistenza è stata completa.» Il tono era perfetto. Nessuna accusa, solo una constatazione tagliente. Feci un passo avanti, cercando stupidamente di giustificarmi. «Era bagnata e tremava.» Marta chiuse gli occhi e sospirò, passandosi una mano sul viso. «Ale.» Rebecca alzò appena un sopracciglio, le labbra carnose piegate in un mezzo sorriso che non aveva nulla di allegro. «Interessante scelta di parole.»

L'imbarazzo non ebbe il tempo di sedimentare. La realtà del nostro naufragio tornò a schiacciarci con tutto il suo peso. Mi voltai verso l'oceano. Il mare era tornato liscio, di un azzurro calmo e quasi offensivo, come se il disastro di un'ora prima fosse stato solo un brutto scherzo. Sulla riva, le valigie sparse sembravano i resti grotteschi di una vita normale che non ci apparteneva più. Nessun segnale all'orizzonte. Nessuna scia nell'acqua. Nessun rumore di motore.

Rebecca tirò fuori il cellulare dalla tasca del vestito strappato, premendo il pulsante con frustrazione. «Il telefono non si accende.» «Il mio è andato,» confermai, toccandomi la tasca vuota del costume. Marta si appoggiò alla roccia dietro di lei, massaggiandosi la gamba sana. «Perfetto. Quindi siamo vivi ma senza Google Maps.» Rebecca smise di armeggiare con il telefono e la fissò, gli occhi nocciola duri e velati di panico. «Ti sembra il momento?» Marta sostenne lo sguardo per un secondo, poi abbassò gli occhi sulla sabbia. La sua corazza sarcastica vacillò. «No.»

Eravamo bloccati. Marta ferita e incapace di camminare da sola. Rebecca terrorizzata dietro la maschera di eleganza. Io, l'unico in grado di muoversi, senza la minima idea di cosa fare.

Stavo per dire qualcosa. Non so cosa. Forse che dovevamo cercare riparo, forse che dovevamo capire dove fossimo, forse solo che mi dispiaceva.

Poi una voce arrivò da dietro la curva della spiaggia. Femminile. Rauca. Spaventata. «C’è qualcuno?»

Rebecca smise di guardare Marta. Marta smise di stringersi nella mia maglietta. Io guardai l’isola. E capii due cose. La prima: non eravamo soli. La seconda: qualunque cosa fosse successa dietro quella roccia, era solo l’inizio.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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