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Erotika
Isola Deserta · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 19 min di lettura

Bagnati, Feriti e Quasi Nudi

Dopo un incontro casuale sul traghetto, Ale naufraga con Marta e Rebecca su una spiaggia sconosciuta.
Tra panico, vestiti strappati e un’assistenza troppo intima, l’isola accende il primo desiderio.

Alessia
2 mesi fa · 899 letture · 2

Nel caos di urla e sirene, vidi Rebecca. Era scivolata a terra, l'acqua le turbinava intorno alle caviglie trascinando via le valigie degli altri passeggeri. «La borsa!» strillò lei, guardando un punto indefinito nell'acqua. «Mi è caduta la borsa!» Marta si voltò, quasi urlando per sovrastare il rumore del mare. «Ma vaffanculo la borsa!» Tesi la mano libera verso la ragazza bionda. «Rebecca, vieni qui!» I suoi occhi terrorizzati incrociarono i miei per una frazione di secondo. Poi, un rumore atroce di lamiere squarciate cancellò tutto.

Acqua. Solo acqua in gola. Sale negli occhi, che bruciavano come fuoco. Un freddo paralizzante che mi rubava il respiro.

Il rumore del traghetto non sembrava più un traghetto, ma un lamento bestiale e ovattato. Sbattei le gambe, annaspando verso la superficie. Il cielo sopra di me non era più estivo, era un tetto nero e schiacciante. Tossii, sputando mare. Una mano mi trovò il polso sott'acqua. Strinse fino a farmi male, quasi volesse spezzarmi le ossa.

Tirai verso l'alto. La testa di Marta bucò la superficie a pochi centimetri dalla mia. Tossiva, sputava, il viso deformato dal terrore. I capelli le si incollavano alla faccia. La strinsi a me, avvolgendole un braccio attorno alla vita nuda, la pelle scivolosa per l'acqua e il freddo.

Più in là, tra le onde grigie, intravidi Rebecca. Lottava aggrappata a qualcosa di rosso. Una valigia galleggiava vicino a noi. Un asciugamano giallo mi sfiorò il viso prima di essere inghiottito dalla corrente.

«Non riesco.» La voce di Marta era un singhiozzo spezzato contro il mio orecchio. Tremava in modo incontrollabile contro il mio corpo. «Sì che riesci.» «Ale, non riesco, vado giù...» Le afferrai il viso con la mano libera, i polpastrelli che affondavano nelle sue guance gelate. «Guardami. Solo guardami.»

Avevo il cuore in gola. Stavo tremando quanto lei. Ma i nostri corpi erano stretti l'uno all'altro in quel vuoto gelido, l'unica cosa solida in un mondo che stava affondando.

Non pensai “sono vivo”. Pensai che avevo sabbia tra i denti, che il mare faceva troppo rumore, e che Marta non stava respirando bene. Eravamo stati sputati sulla battigia come relitti. Tossivo acqua e bile, i muscoli contratti in uno spasmo continuo. La spiaggia intorno a noi era di una bellezza assoluta e crudele, dorata sotto il cielo che andava schiarendosi, indifferente al disastro.

«Marta.» La mia voce era un raschio roco. Lei tossì, piegata su un fianco, ma non rispose. Vomitò un grumo di acqua salata, il corpo scosso da tremiti violenti. Mi trascinai verso di lei, ignorando una fitta lancinante al fianco dove avevo sbattuto. «Marta, guardami.» «Non… non riesco…» balbettò, con i denti che sbattevano. «Piano. Respira piano. Siamo a terra.»

Più lontana, ad alcune decine di metri lungo la linea dell'acqua, c'era Rebecca. Non era più la reginetta intoccabile del traghetto. Era stesa sulla sabbia, il respiro pesante che le sollevava il petto, distrutta. Da quella distanza, la sua figura si imponeva con un fascino diverso, quasi selvaggio. Aveva un fisico molto slanciato, asciutto e armonioso, con una sensualità elegante, per nulla artificiale. Il vestito leggero era irrimediabilmente strappato, incollato al busto affusolato e alla vita stretta, incorniciando un seno pieno ma proporzionato, senza appesantire la figura. La pelle leggermente abbronzata era lucida d'acqua, e la sabbia aderiva alle braccia sottili e alle gambe lunghe, dandole un aspetto estremamente fisico, reale. I capelli castano chiaro, con quei riflessi biondi perfetti, ora erano sparsi e disordinati sulla sabbia bagnata. Era l'immagine di una ragazza elegante precipitata in una situazione estrema.

Ma non avevo tempo per guardarla. Marta aveva ricominciato a tossire.

Passò qualche minuto. Il panico cieco lasciò il posto a una lucidità fredda. Marta puntò i palmi sulla sabbia, cercando di sollevarsi. «Aspetta,» le dissi, allungando una mano. «Devo… devo alzarmi. Dobbiamo allontanarci dall'acqua.» «Non devi fare niente adesso. Sei ancora sotto shock.» «Non stare lì a dirmi cosa devo fare,» sibilò, l'orgoglio che cercava di mascherare il terrore.

Fece leva sulle ginocchia e si raddrizzò. Fece due passi incerti. Poi, il cedimento. Il piede scivolò su una roccia viscida nascosta sotto la sabbia bagnata. «Cazzo!» La afferrai al volo per la vita, ma il suo peso mi trascinò giù. Non evitai la caduta, riuscii solo ad attutirla. Lei atterrò male, un grido strozzato che le morì in gola mentre si accasciava di lato. Il costume e la maglietta logora si spostarono pericolosamente, scoprendole un lembo di seno e il fianco nudo. Lei si raggomitolò d'istinto, tirandosi i lembi di stoffa addosso, gli occhi lucidi di dolore. «Che hai?» chiesi, allarmato. «La caviglia…» sussurrò, stringendo i denti. «Fammi vedere.» «No, aspetta, non guardare.» Si rannicchiò ancora di più. Era ferita, bagnata fradicia, scoperta e tremante. Il freddo la stava divorando.

Mentre cercavo di calmarla, mi guardai intorno. Il mare stava restituendo pezzi del nostro mondo. A pochi metri da noi, incagliati tra i detriti, c'erano un paio di valigie aperte e borse del traghetto.

Le dissi di restare ferma e corsi a ravanare in quel caos bagnato. Trovai una borsa da spiaggia di tela spessa, mezza intatta. Dentro c'erano due grandi asciugamani di spugna, appena umidi, una maglietta di cotone da uomo, enorme, e una bottiglietta d'acqua mezza schiacciata. Un tesoro. Lanciai uno sguardo verso Rebecca. Si era messa a sedere e stava trascinando a riva una valigia rigida, esausta. Era lontana. Per ora, io e Marta eravamo soli.

Tornai da Marta. La aiutai ad alzarsi sorreggendola per i fianchi. «Siediti,» le dissi, guidandola dietro un grosso scoglio che ci tagliava fuori dal vento sferzante. «Non parlarmi come un infermiere.» «Siediti lo stesso.» «Mi fa male,» si lamentò, appoggiandosi pesantemente a me. «Lo so. Piano.»

La feci accomodare su un lembo di sabbia asciutta, al riparo. Mi inginocchiai, sollevandole delicatamente il polpaccio per esaminare la caviglia. Era già gonfia. Lei sussultò, ritraendo la gamba. «Scusa.» Provò a fare la dura, a sostenere il mio sguardo, ma la mascella le tremava in modo incontrollabile. Le labbra erano quasi viola. Non era solo la distorsione. Era fradicia fino alle ossa, e l'adrenalina stava svanendo, lasciando spazio a un principio di ipotermia.

Srotolai gli asciugamani e glieli porsi. «Devi asciugarti e toglierti quella roba.» «Sto bene.» «Stai tremando, Marta.» «È perché mi sono appena quasi ammazzata su un traghetto.» «Anche perché sei fradicia e hai addosso due chili di vestiti bagnati.»

Lei si guardò. Il tessuto del costume le si incollava alla pelle come una seconda pelle gelata. Capiva che avevo ragione, ma nei suoi occhi c'era una resistenza ostinata. Non voleva essere vista così. «Girati.» «Certo,» dissi, voltandomi verso il mare. Sentii il fruscio del tessuto bagnato, un verso di frustrazione, un gemito di dolore. «No, dico davvero, girati di più.» «Mi sono già girato.» «Non abbastanza.»

Restai a fissare le onde per quello che sembrò un secolo. Dietro di me, i rumori erano un misto di sforzi inutili, respiri spezzati e imprecazioni sussurrate. Tra il dolore alla caviglia che le impediva di muoversi e i vestiti che sembravano incollati con la resina, non ce la faceva. Poi, a malincuore, la sua voce, più piccola del solito. «Ale.» «Sì?» «Mi dai una mano?» Mi voltai lentamente. «Dimmi cosa devo fare.» Teneva l'asciugamano stretto al petto. I capelli le gocciolavano sul collo. «Non lo so. Solo… non fare lo scemo.»

Presi l'asciugamano più asciutto. Le mie mani erano rigide. Iniziai dalle zone sicure, cercando di essere il più meccanico e rispettoso possibile. Tamponai le spalle, sfregai le braccia gelate. Lei teneva il viso basso. Passai la spugna ruvida sui capelli, sul collo, sentendo il sale che le raschiava la pelle.

«Ti faccio male?» chiesi, a bassa voce. «No.» «Sicura?» «No. Ma continua.»

Le sfregai la schiena. Per agevolarmi, lei si piegò leggermente in avanti, stringendo al seno quel che restava della maglietta. I muscoli della sua schiena si rilassarono impercettibilmente sotto il tessuto asciutto, il respiro cambiò ritmo, perdendo quell'urgenza terrorizzata. «Non guardare,» mormorò verso le sue ginocchia. «Sto guardando l'asciugamano.» «Che frase da maniaco educato.» Sorrisi appena, sollevato di risentire il suo sarcasmo. «Sto facendo del mio meglio.»

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Le braccia andavano bene, ma lei era ancora mezza fradicia, le gambe e i fianchi incrostati di sabbia bagnata. Con la caviglia in quello stato, non poteva piegarsi per asciugarsi da sola. Esitai, l'asciugamano fermo a mezz'aria. «Posso?» Marta annuì senza guardarmi. Il suo corpo si irrigidì. «Se fai una battuta ti tiro un calcio con quella buona.» «Ricevuto.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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