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Erotika
I Milfredi · Cap. 2
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Capitolo 2 di 5 10 min di lettura

Roberta, l'amica di mamma

Il pomeriggio prosegue con le amiche di mamma

Salina
3 mesi fa · 3.7k letture · 0

— Beh, si è fatto tardi. Devo andare. Barbara, grazie per il caffè. Martino? — alzò la voce per farsi sentire — Ciao, Martino! A presto!

Martino non rispose. Rimase immobile, il cazzo in mano, il respiro corto. Sentì la porta d'ingresso aprirsi e chiudersi.

Poi il silenzio.

E nel salotto, Barbara e Roberta rimasero sole.

Martino sentì il cuore battere forte. Forse sarebbe sceso. Forse no.

Ma il cazzo era ancora duro. E la mano continuava a muoversi.

Quando Miriam chiuse la porta alle spalle, il salotto sembrò più piccolo, più intimo. Barbara sentì il peso del silenzio e il calore che le era salito durante la conversazione ristagnare tra le gambe come una marea. Roberta era ancora seduta, le mani intorno alla tazzina vuota, gli occhi che vagavano senza meta.

Barbara si alzò, il vestito che le scivolava sulle cosce. Sentiva il tessuto umido premere contro la fessura, e ogni passo era un promemoria di quanto fosse bagnata.

— Ho comprato della lingerie nuova — disse, cercando di dare alla voce un tono leggero, quasi distratto. — Vuoi vederla? È in camera mia.

Roberta alzò lo sguardo, un po' sorpresa. — Certo, certo. Perché no.

Si alzarono insieme, e Barbara la precedette lungo il corridoio. La camera da letto padronale era in fondo, la porta socchiusa. Entrò tenendola aperta, senza pensarci, e Roberta la seguì. La luce pomeridiana filtrava dalle veneziane, creando strisce di ombra e chiarore sul letto disfatto.

Sull’armadio a muro, uno specchio a figura intera rifletteva la stanza. Ma era posizionato in modo che chiunque fosse nel corridoio potesse vedere, attraverso la porta aperta, il riflesso dell’interno. Barbara non ci fece caso. Roberta, intenta a guardare il pavimento, nemmeno.

Martino era ancora in camera sua, i libri aperti davanti, la mente confusa e il cazzo duro. Aveva sentito Miriam salutare, poi il rumore della porta, poi un silenzio lungo. Poi voci più basse, ovattate, che si allontanavano. S’era alzato, spinto da una curiosità che non sapeva spiegare, e s’era incamminato lungo il corridoio a piedi nudi. Il suo respiro era corto.

Vide la porta della camera dei genitori socchiusa. Sentì le voci di sua madre e di Roberta, parlavano in tono complice, sottovoce. Si avvicinò con cautela, appoggiò la schiena al muro accanto allo stipite, e sbirciò.

Attraverso lo specchio, vide tutto.

Sua madre in piedi davanti all’armadio, che apriva un cassetto. Roberta seduta sul bordo del letto, le mani in grembo, lo sguardo incerto. Barbara tirò fuori un reggiseno di pizzo nero, quasi trasparente, e lo tenne sollevato.

— Che ne dici? — chiese, facendolo oscillare leggermente. — È troppo audace?

Roberta arrossì. — No… è bello. Molto elegante.

— Elegante? — Barbara rise, una risata bassa, complice. — È solo per attirare l’attenzione. A una certa età bisogna sforzarsi di più, no?

— Ma se sei ancora bellissima — mormorò Roberta, quasi senza volerlo.

Barbara la fissò, e per un attimo il silenzio si fece carico di tensione. Martino trattenne il respiro. Sua madre aveva il vestito che aderiva al corpo, e lui sapeva cosa c’era sotto. O meglio, immaginava. Il cuore gli batteva così forte da temere che lo sentissero.

— Pensa — riprese Barbara, con un tono sognante — che belle foto potrebbe scattare Fabio con questi addosso…

Roberta sbiancò. — Barbara! — esclamò, indignata. — Non dire sciocchezze!

— Dai, scherzavo! — Barbara alzò le mani in segno di resa, ridendo. — Non mi farei mai fotografare da tuo figlio, per chi mi hai presa?

Dal mio sì, pensò, e il pensiero la fece bagnare ancora di più.

— Comunque — aggiunse — Fabio non c’è, puoi stare tranquilla.

Roberta la guardò, con un lampo di sfida negli occhi. — Beh, potresti farti fotografare da Martino.

Per un istante Barbara rimase senza parole. Poi scoppiò a ridere, una risata nervosa, autentica.

— Che vergogna! Solo pensarci certe cose… devo essere impazzita.

Martino, nel corridoio, sentì quelle parole e rimase fulminato. Si, che vergogna, pensò, mentre la mano scivolava sui pantaloncini. Vi piacerebbe altro che…

Barbara scosse la testa, ma i suoi occhi brillavano. — Brava, Robertina, ti stai sciogliendo. Ma Martino ora sta studiando. Mi sa che l’unica che può fotografarmi sei… tu.

Roberta spalancò gli occhi.

— Dai, prendi il cellulare — proseguì Barbara, senza darle il tempo di obiettare. — Giusto così, per ridere. Poi mi dici anche come mi stanno queste cose.

E cominciò a spogliarsi.

Con gesti lenti, quasi teatrali, si sfilò il vestito di seta. Il tessuto scivolò sulle spalle, rivelando le curve del seno, il ventre ancora piatto, l’ombra scura del pube. Rimase nuda, in piedi davanti a Roberta, e per un lungo momento non fece nulla. Si limitò a restare lì, la pelle che brillava nella luce filtrata, i capezzoli duri, i riflessi dello specchio che la moltiplicavano.

Martino sentì il cervello andare in cortocircuito. Il cazzo era una molla, duro come la roccia, che premeva contro i pantaloncini. Aprì la bocca, gli occhi fuori dalle orbite. Mai, mai avrebbe pensato di vedere sua madre così, nuda davanti a un’altra donna, mentre parlava di foto e di lingerie.

Roberta era immobile, il cellulare in mano, le dita tremanti. — Barbara… — mormorò, la voce strozzata.

— Dai, scatta — disse Barbara, piegandosi per raccogliere il reggiseno. Il movimento accentuò la curva dei fianchi, la fessura del sesso umido che si intravedeva tra le cosce. — O hai paura?

Roberta sollevò il telefono, lo puntò, esitò. Poi scattò una foto.

Barbara indossò lentamente il reggiseno, poi le mutandine coordinate, un pezzo di pizzo nero che lasciava poco all’immaginazione. Si voltò, si guardò nello specchio, e incrociò per un attimo lo sguardo di Roberta.

— Come mi sta?

— Bene… molto bene — riuscì a dire Roberta, il viso acceso.

Barbara sorrise, sentendo il caldo umido tra le gambe. Vorresti guardare di più, lo sento, pensò. Invidio i ragazzini che possono sbirciarsi negli spogliatoi… chissà se anche i gemelli lo fanno.

Il pensiero la fece inumidire completamente. Diede la colpa al caldo, se Roberta avesse notato il luccichio sulla sua pelle.

Martino, fuori, strinse il cazzo attraverso i pantaloni. Non riusciva a distogliere lo sguardo dallo specchio, da sua madre in quella lingerie, da Roberta che sembrava sul punto di cedere. Il desiderio gli pulsava nelle vene come un tamburo.

E nella stanza, Barbara si voltò lentamente, offrendo la schiena all’obiettivo di Roberta, la curva delle natiche appena coperta dal pizzo.

C’era ancora tempo, prima che qualcosa si spezzasse. Ma l’aria era già carica di promesse.

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Scritto da
Salina

Mi piace il sesso che sa di sale, ti resta appiccicato sulla pelle fino a farla pizzicare e la corrode di desiderio. Qui per provare a recuperare a tempo perso una vecchia passione. E scoprirne di nuove

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