I Milfredi

Capitolo 4 - La resa di Roberta

Due ragazzi. Due cazzi. E la bocca esperta di un'amica di famiglia che li accoglie uno dopo l'altro, senza più vergogna.

S
Salina

7 ore fa

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Roberta camminò nel corridoio come se calpestasse un campo minato. Ogni passo era una battaglia tra la voce di Barbara che le ronzava nelle orecchie e la sua coscienza che gridava di tornare indietro. La porta della camera di Martino era socchiusa, una lama di luce che tagliava il pavimento scuro. Si fermò davanti, la mano sospesa a mezz'aria, pronta a bussare, pronta a fuggire.

Si morse il labbro. Sentiva ancora il calore della stanza di Barbara addosso, il pizzo della lingerie contro la pelle, il profumo di sesso e complicità. Non aveva senso. Martino era un ragazzo. Un adolescente. Il figlio della sua amica.

Eppure il corpo le chiedeva altro.

Bussò. Un colpo secco, appena udibile.

— Avanti — la voce di Martino, rotta, incerta.

Roberta spinse la porta. La stanza era in penombra, illuminata solo dalla luce bluastra del computer acceso. Martino era seduto alla scrivania, girato verso di lei, il viso teso, gli occhi che la fissavano con una miscela di sorpresa e paura.

— Roberta... — disse, alzandosi di scatto. — Che... che fai qui?

Roberta entrò, chiudendosi la porta alle spalle. La stanza era piccola, maschile, piena di poster di calcio e disordine giovanile. L'aria sapeva di sudore e deodorante. Si fermò al centro, le braccia conserte, lo sguardo perso.

— Non lo so — mormorò. — Io... non so perché sono qui.

Martino la guardò. La vide agitata, le mani che tremavano, il respiro corto. Lui stesso era ancora scosso da quello che aveva visto nello specchio, da quello che sua madre aveva visto in lui. Ma davanti a Roberta, improvvisamente, si sentì più sicuro. Più in controllo.

— Lo so io perché sei qui — disse, con un tono più calmo di quanto si aspettasse. — Hai paura.

Roberta alzò lo sguardo. — Paura di cosa?

— Di quello che ho visto.

Il silenzio cadde tra loro come un muro. Roberta deglutì, il viso che diventava bianco, poi rosso. — Cosa... cosa hai visto?

— Tutto — Martino si avvicinò, lentamente. — La mamma nuda. Tu che la fotografavi. Lo specchio. Ho visto tutto.

Roberta fece un passo indietro, la schiena contro la porta. — Martino, io...

— Non ti preoccupare — la interruppe lui, con una voce che cercava di essere rassicurante. — Non lo dirò a nessuno. Ma in cambio... voglio qualcosa.

Roberta lo fissò, gli occhi sbarrati. — Cosa?

Martino si fermò a un passo da lei. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò, cercando i suoi occhi. — Voglio farti le stesse foto che hai fatto alla mamma.

La richiesta la colpì come uno schiaffo. Roberta aprì la bocca per dire no, per gridare, per scappare, ma le parole le morirono in gola. Non era indignazione quello che sentiva. Era imbarazzo. Puro, vergognoso imbarazzo.

— Martino, non posso. Sono amica di tua madre.

— Roberta... — Martino sorrise, un sorriso timido, quasi dolce — non sei mica mia zia. Sei l'amica di mia madre. E non ho intenzione di fare niente di male. Solo foto. Come hai fatto tu con la mamma.

La guardò con quegli occhi giovani, carichi di desiderio e di una premura che la disarmò. Non c'era minaccia nella sua voce. C'era una richiesta, quasi una supplica.

— Ti prego — aggiunse, abbassando la voce. — Non lo dirò a nessuno. E sarà solo tra noi. Come le tue foto.

Roberta sentì il terreno cedere sotto i piedi. La stanza era troppo calda. Il pizzo della lingerie le sembrava improvvisamente pesante, una corazza che voleva togliersi. "Solo tra noi", aveva detto. E lei, che aveva passato la vita a nascondersi, a vergognarsi dei suoi desideri, si sentì improvvisamente vista.

— Va bene — mormorò, la voce un filo. — Ma solo foto. Nient'altro.

Martino annuì, il cuore che gli martellava. Le indicò il letto, disfatto, con le lenzuola stropicciate. — Siediti lì. È più comodo.

Roberta obbedì. Si sedette sul bordo del letto, le mani in grembo, mentre Martino prendeva il cellulare. La stanza era silenziosa, rotta solo dal ronzio del computer.

— Allora — disse Martino, cercando di sembrare sicuro — comincia a spogliarti. Lentamente.

Roberta chiuse gli occhi, fece un respiro profondo. Poi, con dita tremanti, si sfilò la canottiera. I seni le caddero liberi, pieni, maturi. Il capezzolo scuro, indurito dal freddo e dall'eccitazione. Martino scattò la prima foto, il clic dell'otturatore che echeggiò nella stanza.

— Così — mormorò — perfetto.

Roberta si sentiva nuda, esposta, ma non c'era paura. C'era solo un calore che le saliva dal basso ventre, che le inumidiva la figa nuda senza mutandine. Scoprì le gambe lunghe, le cosce morbide. Rimase nuda, stringendo le gambe sperando inutilmente di nascondere il sesso allo sguardo avido del ragazzo.

Martino si avvicinò, il cellulare in mano, gli occhi che le scorrevano sul corpo. — Gira la testa. Guarda di lato. Così.

Le foto si susseguivano, sempre più audaci. Roberta si sentiva come una modella, come una donna desiderata, e il desiderio di Martino, visibile nei suoi occhi, la eccitava più di quanto avesse mai immaginato.

— Ora apri le gambe — disse Martino, la voce rotta.

Roberta esitò. Poi, lentamente, lo fece. Il suo pube, rasato, le grandi labbra, già umide si mostrarono alla luce bluastra del computer. Martino scattò un'altra foto, poi un'altra ancora.

La stanza era sospesa, carica di tensione.

Poi la porta si spalancò.

— Ma che cazzo...

Gianluca era sulla soglia, la maglietta ancora sudata, il viso sconvolto. I suoi occhi passarono da Martino al cellulare, da Martino a Roberta, nuda sul letto, le gambe aperte, il sesso in bella vista.

Roberta strillò, cercando di coprirsi, ma Gianluca era già dentro, la porta chiusa dietro di sé.

— Non ci credo — mormorò, il respiro che si faceva pesante. — Ma che cazzo state facendo?

Martino impallidì, ma prima che potesse dire qualcosa, Gianluca lo afferrò per il braccio. — Tu stai facendo foto a... Roberta? Nuda?

— Gianluca, aspetta...

— Non ci credo — ripeté Gianluca, ma la sua voce non era arrabbiata. Era eccitata. I suoi occhi, fissi su Roberta, erano due braci. — Non ci credo che vi siete messi a fare questo senza di me.

Roberta, ancora nuda, si strinse le braccia al petto, ma il suo corpo tradiva l'eccitazione. I capezzoli duri, il respiro corto, la pelle umida di sudore.

— Gianluca, io... stavo andando via...

— No — Gianluca la interruppe, avvicinandosi. — Non te ne vai. Ora che ho visto, non te ne vai.

Si fermò davanti a lei, così vicino da sentire il suo odore. Il suo cazzo, già duro, premeva contro i pantaloni della tuta.

— Martino ha avuto la sua parte. Ora tocca a me.

Roberta guardò Martino, che sembrava paralizzato. Poi guardò Gianluca, gli occhi pieni di desiderio e di sfida. La stanza era un vortice di ormoni e tentazione.

— Non posso — mormorò, ma la voce era debole, priva di convinzione.

— Puoi — disse Gianluca, abbassandosi i pantaloni. Il suo cazzo saltò fuori, duro, grosso, la punta lucida. — Puoi, perché sei già qui. Perché sei già nuda. Perché lo vuoi anche tu.

Roberta chiuse gli occhi, sentì il calore del corpo di Gianluca, il suo odore di giovane maschio. Sentì il desiderio che le scioglieva le gambe, che le inumidiva la figa, che le faceva dimenticare ogni ritegno.

— Va bene — sussurrò. — Va bene.

Gianluca sorrise, un sorriso sporco, trionfante. — Allora mettiti in ginocchio.

Roberta obbedì. Si lasciò cadere in ginocchio sul tappeto, il viso all'altezza del cazzo di Gianluca. Lo guardò, poi guardò Martino, che era ancora lì col cellulare, immobile.

— Tu — disse al fratello — tu filma.

Martino alzò il cellulare, il cuore in gola. Roberta aprì la bocca, le labbra che sfiorarono la punta del cazzo di Gianluca, poi lo accolse, lentamente, profondamente.

Gianluca gemette, la testa all'indietro, le mani nei capelli di Roberta. — Cazzo... che bocca...

Roberta succhiava, il ritmo che si faceva più veloce, più disperato. La stanza era piena di suoni osceni, di schiocchi, di gemiti. Martino filmava, il cazzo duro nei pantaloni, mentre guardava l'amica di sua madre, succhiare il cazzo di suo fratello.

Ma la casa era viva. Dalla stanza accanto, si sentivano dei passi. Barbara, forse, o Davide che tornava.

— Dobbiamo andare — ansimò Roberta, staccandosi per un attimo. — Troppo rumore.

Gianluca la tirò su. — In giardino. Dietro la piscina. È buio.

Roberta annuì, ancora mezza nuda, ancora bagnata. Si infilò la canottiera, ma lasciò i pantaloni. I ragazzi la seguirono, scendendo le scale, attraversando la cucina, fino alla porta sul retro.

Il giardino era avvolto nell'oscurità, solo la luce della luna che si rifletteva sull'acqua della piscina. Dietro la vasca, un angolo nascosto, protetto da cespugli di oleandro. L'erba era fresca, umida di rugiada.

Roberta si fermò, si voltò verso i due ragazzi. Erano lì, uno accanto all'altro, i cazzi duri che spuntavano dai pantaloni abbassati. Due gemelli, identici, con lo stesso desiderio negli occhi.

— Tutti e due? — chiese, la voce roca.

— Tutti e due — rispose Gianluca, sfacciato.

Roberta sospirò. Si inginocchiò sull'erba, sentì la frescura sulla pelle nuda. Allungò una mano verso il cazzo di Martino, l'altra verso quello di Gianluca. Li accarezzò, li sentì pulsare, caldi.

Poi si chinò, aprì la bocca, e li prese entrambi, uno nella bocca, l'altro nella mano, alternandoli, succhiando, leccando, mentre i gemelli gemevano nel buio, le mani nei suoi capelli, il corpo che tremava di piacere.

L'aria notturna portava via i suoni, li nascondeva nel fruscio delle foglie. Roberta si lasciò andare, la mente vuota, il corpo che viveva solo per quello, per il sapore, per il calore, per la trasgressione.

E mentre succhiava, pensò a Barbara, chiusa in camera sua, forse in attesa. Pensò a quello che avrebbe detto, a quello che sarebbe successo dopo.

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Davide era andato a letto di cattivo umore e anche per questo si masturbò. Pensò soprattutto a Roberta bellissima e provocante e nel farlo venne copiosamente, poi si addormentò.

Venne risvegliato nel cuore della notte da sua moglie che gli stava accarezzando il cazzo che si si indurì immediatamente. Impiegò un attimo a ricollocarsi nel mondo e dopo averlo fatto capì che Barbara gli stava succhiando il cazzo. Quando si accorse che si era risvegliato lei si posizionò girata su di lui, mettendosi la sua testa fra le gambe. Non smise di succhiarlo per cui la posizione si trasformò in un 69.

La figa che stava leccando non era quella di Roberta ma per continuare a farlo si eccitò fingendo che lo fosse. Non potendo immaginare che anche lei stava immaginando che quelle leccate senza tregua provenissero dalla bocca della sua amica.

La fantasia si fece talmente reale che Barbara si inarcò smettendo di succhiarlo e sedendosi di fatto sul suo viso. Nel farlo si spinse un po’ in avanti e Davide si ritrovò a leccarle il buco del culo. Anche quello sembrava a lui essere un culo nuovo. Subito dopo la moglie si rimise in posizione tale da farsi leccare la figa ed in quel modo arrivò all’orgasmo più di una volta, aiutata anche dal dito che le si infilò nel culo, provando un piacere estremamente perverso al pensiero che la sua amica la stesse esplorando in quel modo.

Dopo qualche orgasmo tornò ad occuparsi di lui, riprendendoselo in bocca e facendolo schizzare dentro. Poi, immediatamente, si girò stendendosi al suo fianco abbracciata al suo petto. Lo baciò in bocca, inondandogliela del suo stesso sperma.

Messa fuori gioco la moglie, Davide riuscì a recuperare il cellulare e mandò un messaggio.

“Non sei venuta oggi perchè ti sei fatta scopare?”

“Sì, più o meno, domani ti racconto.”

“Da tuo marito?”

“No…… domani ti dico tutto.”

Quel “no” lo fece impazzire. Ci impiegò un po’ a riaddormentarsi mentre Barbara invece era crollata e dormiva appoggiata alla sua spalla.

Il mattino dopo, la luce filtrava attraverso le persiane semichiuse dello studio di Davide Milfredi, tagliando l'aria in strisce dorate cariche di polvere. La stanza profumava di cuoio, di legno antico, di tabacco. Davide era seduto dietro la scrivania, in camicia bianca, le maniche arrotolate, gli occhi scuri fissi sulla porta che si apriva.

La donna entrò, il vestito leggero che le modellava le forme, il viso tirato, gli occhi che cercavano di evitare il suo sguardo. Si chiuse la porta alle spalle, si appoggiò al legno, come se avesse bisogno di un sostegno.

— Davide, scusa per ieri — mormorò. — Non ce l'ho fatta ad arrivare.

Davide non rispose subito. La guardò, lentamente, dalla testa ai piedi. Poi si alzò, girò attorno alla scrivania, e si fermò davanti a lei, a un passo di distanza.

— Barbara mi ha detto che sei stata con lei tutto il pomeriggio — disse, la voce calma, ma con un filo di tensione. — Mi ha detto che avete fatto foto. Che vi siete divertite.

Roberta deglutì. — Sì, ma poi...

— Poi cosa? — Davide la interruppe, avvicinandosi ancora. Sentiva il suo odore, il profumo misto a sudore, a eccitazione. — Cosa ti ha trattenuto?

Roberta abbassò lo sguardo. Le mani le tremavano. Sapeva che non poteva dire la verità. Non poteva dire che erano stati i gemelli. Ma sapeva anche che Davide, il suo amante, il suo perverso amante, si eccitava a saperla puttana. Si eccitava a sentire che altri uomini, altri corpi, l'avevano toccata.

— Non posso dirtelo — mormorò, la voce rotta.

Davide le sollevò il mento, costringendola a guardarlo. — Puoi dirmi tutto. Lo sai.

— È... imbarazzante.

— Ancora meglio — sorrise, un sorriso sporco, crudele. — Racconta.

Solo mentre la scopava, con il suo cazzo dentro, finalmente, si decise a raccontare per quello che poteva. Chiuse gli occhi, fece un respiro profondo. Poi, lentamente, cominciò.

— Ero in camera con Barbara. Abbiamo fatto le foto, come ti ho detto. Poi lei è andata a farsi la doccia, e io sono uscita. Ma... quando sono uscita ho incontrato qualcuno, non so perchè...ero turbata ma temevo sapesse tutto...e non era da solo.. gli ho fatto capire che ci stavo e lui allora ha proposto di andare in camera...cioè a casa sua. Stavamo andando quando io li ho fermati. Ho capito che dovevo farlo subito, se no durante il tragitto mi sarei spenta, avrei cambiato idea. ‘Facciamolo subito, qui’ ho detto. Loro si sono guardati e mi hanno preso per mano. Ci siamo infilati in un giardino, nel buio della notte. Abbiamo raggiunto un punto in cui la luce non ci arrivava, un punto in cui non ci avrebbe visto nessuno. Anche se non posso escludere che qualcuno ci abbia visti e quindi volendo potrebbe averci seguiti e spiato. Lì mi sono spogliata completamente, non volevo sporcare il vestito, ed essere totalmente nuda nel buio della notte mi ha eccitato ancora di più.

— E tu cosa hai fatto?

— Mi sono messa in ginocchio — sussurrò Roberta, guardandolo negli occhi. — Li ho presi in bocca. Tutti e due.

Davide gemette, il cazzo era sul punto di scoppiare nella sua figa — Racconta tutto. Non tralasciare niente.

— Era buio. L'erba era umida e loro erano lì. Uno di fronte all'altro. I loro cazzi duri, lucidi.

— E tu?

— Li ho presi in bocca. Uno per volta. Primo uno, poi l'altro. Sentivo il sapore della loro pelle, il calore del loro sesso. Li accarezzavo con le mani, mentre li succhiavo. Gemevano, i ragazzi. Gemevano come maschi che non hanno mai provato niente di così intenso.

— Quanto? — chiese Davide, la voce roca. — Quanto sei stata lì?

— Non so. Minuti. Un'eternità. Li ho presi in bocca fino a farli venire. Il primo ha sparato in gola, caldo, denso. L'ho ingoiato tutto. Il secondo mi ha preso sulla lingua, sul viso. L'ho leccato via, come una cagna.

— Brava, troia — mormorò — brava. Raccontami ancora. Raccontami di quei ragazzi.

— Uno era più timido. L'altro più sfacciato. Ma entrambi avevano fame. Fame di me. Fame di sesso.

— Dimmi che eri la loro puttana — ansimò — dimmelo.

— Ero la loro puttana — singhiozzò Roberta, le unghie che graffiavano il legno — ero la loro puttana, e ora sono la tua.

Roberta concluse il suo racconto di getto, senza pause, con tono ammiccante. Davide nel frattempo era già venuto dentro di lei e il cazzo gli era già ritornato duro.

— Non voglio sapere chi erano — disse Davide, la voce calma, quasi tenera — ma voglio sapere se li rivedrai.

Roberta aprì gli occhi, lo guardò. — Non lo so.

— Se li rivedi, voglio sapere tutto. Tutti i dettagli. E voglio che torni da me, subito dopo, e me lo racconti. Ora girati.”

La mise a pancia in giù e le diede una sculacciata e poi le aprì le chiappe con la mano cercandole il buco del culo. Il suo cazzo si era indurito di nuovo al massimo. Glielo spinse dentro, piano ma inesorabilmente.

Venne così ancora dentro di lei, un getto caldo, violento, che la riempì. Roberta gemette, sentì il piacere che la travolgeva, che la faceva tremare.

Poi, quando tutto finì, rimasero lì, sudati, ansimanti, sul tavolo dello studio.

Davide si raddrizzò, si sistemò i pantaloni. Roberta rimase sdraiata, il vestito sollevato, le mutandine strappate.

Davide soffiò il fumo verso il soffitto.

— Sei una brava troia, Roberta. E io adoro le brava troie.

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