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Erotika
I Milfredi · Cap. 4
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Capitolo 4 di 5 13 min di lettura

La resa di Roberta

Due ragazzi. Due cazzi. E la bocca esperta di un'amica di famiglia che li accoglie uno dopo l'altro, senza più vergogna.

Salina
2 mesi fa · 2.6k letture · 0

Roberta camminò nel corridoio come se calpestasse un campo minato. Ogni passo era una battaglia tra la voce di Barbara che le ronzava nelle orecchie e la sua coscienza che gridava di tornare indietro. La porta della camera di Martino era socchiusa, una lama di luce che tagliava il pavimento scuro. Si fermò davanti, la mano sospesa a mezz'aria, pronta a bussare, pronta a fuggire.

Si morse il labbro. Sentiva ancora il calore della stanza di Barbara addosso, il pizzo della lingerie contro la pelle, il profumo di sesso e complicità. Non aveva senso. Martino era un ragazzo. Un adolescente. Il figlio della sua amica.

Eppure il corpo le chiedeva altro.

Bussò. Un colpo secco, appena udibile.

— Avanti — la voce di Martino, rotta, incerta.

Roberta spinse la porta. La stanza era in penombra, illuminata solo dalla luce bluastra del computer acceso. Martino era seduto alla scrivania, girato verso di lei, il viso teso, gli occhi che la fissavano con una miscela di sorpresa e paura.

— Roberta... — disse, alzandosi di scatto. — Che... che fai qui?

Roberta entrò, chiudendosi la porta alle spalle. La stanza era piccola, maschile, piena di poster di calcio e disordine giovanile. L'aria sapeva di sudore e deodorante. Si fermò al centro, le braccia conserte, lo sguardo perso.

— Non lo so — mormorò. — Io... non so perché sono qui.

Martino la guardò. La vide agitata, le mani che tremavano, il respiro corto. Lui stesso era ancora scosso da quello che aveva visto nello specchio, da quello che sua madre aveva visto in lui. Ma davanti a Roberta, improvvisamente, si sentì più sicuro. Più in controllo.

— Lo so io perché sei qui — disse, con un tono più calmo di quanto si aspettasse. — Hai paura.

Roberta alzò lo sguardo. — Paura di cosa?

— Di quello che ho visto.

Il silenzio cadde tra loro come un muro. Roberta deglutì, il viso che diventava bianco, poi rosso. — Cosa... cosa hai visto?

— Tutto — Martino si avvicinò, lentamente. — La mamma nuda. Tu che la fotografavi. Lo specchio. Ho visto tutto.

Roberta fece un passo indietro, la schiena contro la porta. — Martino, io...

— Non ti preoccupare — la interruppe lui, con una voce che cercava di essere rassicurante. — Non lo dirò a nessuno. Ma in cambio... voglio qualcosa.

Roberta lo fissò, gli occhi sbarrati. — Cosa?

Martino si fermò a un passo da lei. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò, cercando i suoi occhi. — Voglio farti le stesse foto che hai fatto alla mamma.

La richiesta la colpì come uno schiaffo. Roberta aprì la bocca per dire no, per gridare, per scappare, ma le parole le morirono in gola. Non era indignazione quello che sentiva. Era imbarazzo. Puro, vergognoso imbarazzo.

— Martino, non posso. Sono amica di tua madre.

— Roberta... — Martino sorrise, un sorriso timido, quasi dolce — non sei mica mia zia. Sei l'amica di mia madre. E non ho intenzione di fare niente di male. Solo foto. Come hai fatto tu con la mamma.

La guardò con quegli occhi giovani, carichi di desiderio e di una premura che la disarmò. Non c'era minaccia nella sua voce. C'era una richiesta, quasi una supplica.

— Ti prego — aggiunse, abbassando la voce. — Non lo dirò a nessuno. E sarà solo tra noi. Come le tue foto.

Roberta sentì il terreno cedere sotto i piedi. La stanza era troppo calda. Il pizzo della lingerie le sembrava improvvisamente pesante, una corazza che voleva togliersi. "Solo tra noi", aveva detto. E lei, che aveva passato la vita a nascondersi, a vergognarsi dei suoi desideri, si sentì improvvisamente vista.

— Va bene — mormorò, la voce un filo. — Ma solo foto. Nient'altro.

Martino annuì, il cuore che gli martellava. Le indicò il letto, disfatto, con le lenzuola stropicciate. — Siediti lì. È più comodo.

Roberta obbedì. Si sedette sul bordo del letto, le mani in grembo, mentre Martino prendeva il cellulare. La stanza era silenziosa, rotta solo dal ronzio del computer.

— Allora — disse Martino, cercando di sembrare sicuro — comincia a spogliarti. Lentamente.

Roberta chiuse gli occhi, fece un respiro profondo. Poi, con dita tremanti, si sfilò la canottiera. I seni le caddero liberi, pieni, maturi. Il capezzolo scuro, indurito dal freddo e dall'eccitazione. Martino scattò la prima foto, il clic dell'otturatore che echeggiò nella stanza.

— Così — mormorò — perfetto.

Roberta si sentiva nuda, esposta, ma non c'era paura. C'era solo un calore che le saliva dal basso ventre, che le inumidiva la figa nuda senza mutandine. Scoprì le gambe lunghe, le cosce morbide. Rimase nuda, stringendo le gambe sperando inutilmente di nascondere il sesso allo sguardo avido del ragazzo.

Martino si avvicinò, il cellulare in mano, gli occhi che le scorrevano sul corpo. — Gira la testa. Guarda di lato. Così.

Le foto si susseguivano, sempre più audaci. Roberta si sentiva come una modella, come una donna desiderata, e il desiderio di Martino, visibile nei suoi occhi, la eccitava più di quanto avesse mai immaginato.

— Ora apri le gambe — disse Martino, la voce rotta.

Roberta esitò. Poi, lentamente, lo fece. Il suo pube, rasato, le grandi labbra, già umide si mostrarono alla luce bluastra del computer. Martino scattò un'altra foto, poi un'altra ancora.

La stanza era sospesa, carica di tensione.

Poi la porta si spalancò.

— Ma che cazzo...

Gianluca era sulla soglia, la maglietta ancora sudata, il viso sconvolto. I suoi occhi passarono da Martino al cellulare, da Martino a Roberta, nuda sul letto, le gambe aperte, il sesso in bella vista.

Roberta strillò, cercando di coprirsi, ma Gianluca era già dentro, la porta chiusa dietro di sé.

— Non ci credo — mormorò, il respiro che si faceva pesante. — Ma che cazzo state facendo?

Martino impallidì, ma prima che potesse dire qualcosa, Gianluca lo afferrò per il braccio. — Tu stai facendo foto a... Roberta? Nuda?

— Gianluca, aspetta...

— Non ci credo — ripeté Gianluca, ma la sua voce non era arrabbiata. Era eccitata. I suoi occhi, fissi su Roberta, erano due braci. — Non ci credo che vi siete messi a fare questo senza di me.

Roberta, ancora nuda, si strinse le braccia al petto, ma il suo corpo tradiva l'eccitazione. I capezzoli duri, il respiro corto, la pelle umida di sudore.

— Gianluca, io... stavo andando via...

— No — Gianluca la interruppe, avvicinandosi. — Non te ne vai. Ora che ho visto, non te ne vai.

Si fermò davanti a lei, così vicino da sentire il suo odore. Il suo cazzo, già duro, premeva contro i pantaloni della tuta.

— Martino ha avuto la sua parte. Ora tocca a me.

Roberta guardò Martino, che sembrava paralizzato. Poi guardò Gianluca, gli occhi pieni di desiderio e di sfida. La stanza era un vortice di ormoni e tentazione.

— Non posso — mormorò, ma la voce era debole, priva di convinzione.

— Puoi — disse Gianluca, abbassandosi i pantaloni. Il suo cazzo saltò fuori, duro, grosso, la punta lucida. — Puoi, perché sei già qui. Perché sei già nuda. Perché lo vuoi anche tu.

Roberta chiuse gli occhi, sentì il calore del corpo di Gianluca, il suo odore di giovane maschio. Sentì il desiderio che le scioglieva le gambe, che le inumidiva la figa, che le faceva dimenticare ogni ritegno.

— Va bene — sussurrò. — Va bene.

Gianluca sorrise, un sorriso sporco, trionfante. — Allora mettiti in ginocchio.

Roberta obbedì. Si lasciò cadere in ginocchio sul tappeto, il viso all'altezza del cazzo di Gianluca. Lo guardò, poi guardò Martino, che era ancora lì col cellulare, immobile.

— Tu — disse al fratello — tu filma.

Martino alzò il cellulare, il cuore in gola. Roberta aprì la bocca, le labbra che sfiorarono la punta del cazzo di Gianluca, poi lo accolse, lentamente, profondamente.

Gianluca gemette, la testa all'indietro, le mani nei capelli di Roberta. — Cazzo... che bocca...

Roberta succhiava, il ritmo che si faceva più veloce, più disperato. La stanza era piena di suoni osceni, di schiocchi, di gemiti. Martino filmava, il cazzo duro nei pantaloni, mentre guardava l'amica di sua madre, succhiare il cazzo di suo fratello.

Ma la casa era viva. Dalla stanza accanto, si sentivano dei passi. Barbara, forse, o Davide che tornava.

— Dobbiamo andare — ansimò Roberta, staccandosi per un attimo. — Troppo rumore.

Gianluca la tirò su. — In giardino. Dietro la piscina. È buio.

Roberta annuì, ancora mezza nuda, ancora bagnata. Si infilò la canottiera, ma lasciò i pantaloni. I ragazzi la seguirono, scendendo le scale, attraversando la cucina, fino alla porta sul retro.

Il giardino era avvolto nell'oscurità, solo la luce della luna che si rifletteva sull'acqua della piscina. Dietro la vasca, un angolo nascosto, protetto da cespugli di oleandro. L'erba era fresca, umida di rugiada.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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