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Erotika
I Milfredi · Cap. 5
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Capitolo 5 di 5 12 min di lettura

Nuovi desideri per Roberta

Il risveglio di Roberta

Salina
1 mese fa · 1.1k letture · 0

Era stato Davide a mettergliela in quel modo. Seduto dietro la scrivania, col bicchiere di whisky in mano, la stava guardando come si guarda un capolavoro.

Si era quasi scopata due generazioni della sua famiglia in una settimana. Aveva succhiato il cazzo dei suoi figli, si era fatta fotografare in mutande da un diciassettenne e poi era andata là a raccontargli balle.

Come se lui potesse leggerle i pensieri glielo ribadì:

— Sei una troia. La troia più squisita che abbia mai incontrato.

Quella parola le era entrata dentro come una lama calda. Non l'aveva mai pensata così. Per anni si era nascosta dietro il ruolo di madre, di moglie, di donna rispettabile. Ma dentro, sotto la superficie, c'era sempre stato quel fuoco. Quel bisogno di essere presa, usata, guardata. Di essere sporca e amata per quello.

Quando lasciò lo studio di Davide, quella sera, qualcosa era cambiato. Non faceva altro che pensare a Gianluca con le mani sporche di basket che le stringevano i fianchi e a Martino con quello sguardo da ragazzino perverso.

Era una troia. E iniziava a piacerle.

Il sesso orale con i figli di Barbara era stato sporco, veloce, proibito. E le era piaciuto. Ma quando tornò a casa, nella doccia, con l'acqua calda che le scivolava sulla pelle ancora segnata dal piacere altrui, capì che non bastava. Davide le aveva aperto una porta, ma lei voleva entrare in un'altra stanza. Voleva Barbara.

Non sapeva se era amore, lussuria o un desiderio più profondo. Forse voleva solo portarla dalla sua parte, o forse voleva conquistarla. Ma una cosa era certa: voleva quella donna. Voleva le sue labbra, la sua pelle, il suo respiro spezzato. Voleva essere la padrona del suo piacere.

Nelle sere successive, la villa dei Milfredi era rimasta silenziosa. Davide in ufficio, Claudia dal fidanzato, Gianluca in palestra. Martino era solo nella sua stanza, le tende socchiuse, la luce del telefono che illuminava il suo viso. Scorreva le foto di Roberta. Quelle che aveva scattato di nascosto, la prima volta. Roberta in reggiseno, Roberta che si toccava, Roberta con le mani sul seno. Il suo pollice scorreva avanti e indietro, e il suo cazzo era duro come una pietra.

Ma non pensava solo a lei.

Chiudeva gli occhi e vedeva sua madre. Barbara che si spogliava, Barbara che rideva, Barbara in costume, sua madre così desiderabile da fargli male. E poi rivedeva Roberta sopra di lei, quella visione che lo aveva fatto impazzire: sua madre sotto un'altra donna, le gambe larghe, la testa all'indietro.

Si masturbava ogni sera. A volte due volte. Una volta sul letto, col telefono in mano, l'altra sotto la doccia, con la testa sotto il getto dell'acqua calda. Si sentiva in colpa, ma l'eccitazione era troppo forte. Era solo un ragazzo, con un corpo che reagiva a ogni stimolo. Ma quei pensieri non erano normali. Quella non era la classica fantasia da ragazzino.

Era sua madre.

Col cavolo che era normale.

«Ma se lei lo volesse davvero...» pensò. «Se lo volesse anche lei...»

Sbatté il telefono sul comodino, frustrato. Poi lo prese di nuovo. Aprì la foto di Roberta e di nuovo si mise una mano sui pantaloni.

Erano passati tre giorni. Martino era in cucina, a prepararsi un merenda, quando sentì il campanello. Andò ad aprire.

Roberta era sulla soglia. I capelli raccolti, il rossetto rosso, un paio di stivali con zeppa e tacco altissimo che le arrivavano oltre il ginocchio fasciandole le gambe, un reggiseno con le coppe aperte, talmente scollato da sembrare avesse i seni in vista per lui.

— Ehi, Martino.

Il ragazzo sorrise, ma rimase sulla porta, incrociando le braccia.

— Roberta. Che sorpresa. Mia madre non mi ha detto che aspettavi visite.

— Non lo sa. È una sorpresa.

Martino sbatté le palpebre. La guardò, poi fece un passo di lato.

— Accomodati.

Roberta entrò, passandogli vicino. Per un istante, il suo profumo avvolse Martino. Il ragazzo si voltò, la seguì con lo sguardo.

— Champagne? — chiese lei, fermandosi davanti alla credenza dove Davide teneva le bottiglie più pregiate.

— Vedo che tuo padre ha buon gusto.

— Non credo che apprezzerà se gliela apri — disse Martino, con tono superficiale.

— Quella è la sua collezione.

— Peccato.

Roberta si voltò, lo guardò dritto negli occhi.

— Sai, Martino — disse lei, appoggiandosi al tavolo con un'aria che non aveva mai avuto prima, — sei molto cresciuto.

Martino arrossì, nonostante la sua aria disinvolta.

— È un complimento? Perché ne ho bisogno, visto che l'altra volta mi hai dato del "ragazzino" e stavi per chiamare la polizia.

Roberta rise. Una risata bassa, sensuale.

Martino sentì il cuore accelerare. Non voleva farsi intimidire. Doveva mantenere il controllo.

— Sei qui per mia madre, vero? — disse, con uno sguardo furbo.

Roberta non lo negò.

— Mio padre è in ufficio, mia madre è in camera a riposare. Nessuno ti disturberà. Ma io sono qui. E questo potrebbe essere un problema.

Roberta sorrise, lentamente, e si avvicinò di un passo.

— Un problema?

Martino rabbrividì, ma non si fece indietro anzi si avvicinò, tenendo il telefono in mano. Fece scorrere le foto: Roberta in lingerie, Roberta di spalle, Roberta con le mani sul seno. Le mostrò una per una, lentamente.

— Sono belle, vero? Un peccato eliminarle. Ma il prezzo per cancellarle è semplice. Devi farmi solo un piccolo favore.

— E qual sarebbe?

Martino la guardò dritta negli occhi. E a quel punto, il ragazzo non era più un adolescente insicuro. Era un uomo che sapeva esattamente cosa voleva.

— Voglio guardarti. Mentre scoperai mia madre. Voglio vedere tutto. Voglio ascoltare i suoi lamenti, voglio vedere i suoi occhi, voglio sentire il suo profumo mentre la fai venire. E finché non mi darai questo, le foto restano. E non dirmi che non ti eccita l'idea. Perché ti conosco. Lo voglio. E lo vuoi anche te.

Roberta rimase di ghiaccio.

— Cosa? Ma sei impazzito? È tua madre! Io sono... io sono sua amica! Questo è... questo è disgustoso!

— Disgustoso? — Martino alzò un sopracciglio. — Ti ho visto, Roberta, quando la guardavi. Quando vi siete baciate. Non fare la puritana adesso. Ti piace. Le piace. Siete due donne che si desiderano ma non hanno il coraggio di farlo. Io vi sto solo dando una mano. E in cambio mi volete far credere che siete scandalizzate? Su, siamo in famiglia.

Roberta lo guardò. Il suo viso non tradì nulla. Ma per un lungo momento non parlarono. Quando finalmente aprì bocca, la voce era calma, quasi divertita.

— Sei un piccolo bastardo di merda.

— Lo so.

— Tua madre non deve saperlo.

— Non lo saprà.

Roberta sospirò, e nelle sue vene la tensione si mescolò a un desiderio inconfessabile. Non era più costretta, non davvero. Se avesse voluto, avrebbe potuto andarsene. Ma non voleva. Perché il pensiero di essere guardata mentre prendeva Barbara la stava eccitando più di quanto avesse mai ammesso.

— Va bene, Martino. Ti darò il tuo spettacolo. Ma a una condizione: quando avrò finito, cancellerai tutte le foto. E il video.

Martino sorrise, vittorioso. — Ci sto.

Roberta si voltò, prese una bottiglia di champagne dalla collezione di Davide. Poi si fermò sulla porta, guardandolo da sopra la spalla.

— Aspetta qui. Quando sarò in camera con tua madre, lascerò la porta socchiusa. Ma non farti vedere. Se lei si accorge di te, rovinerai tutto.

— Non mi vedrà. Ti prometto.

Roberta uscì dalla cucina. Martino rimase immobile, il cuore che gli batteva come un martello pneumatico. Si mise una mano sul cavallo, premette. Già duro.

— Che troia — mormorò, sorridendo.

Roberta salì le scale con la bottiglia in mano. Ogni passo era una scelta. Ogni respiro era un nuovo tassello di quel gioco pericoloso. Sapeva che Martino l'avrebbe seguita, che si sarebbe nascosto da qualche parte nel corridoio. E quella consapevolezza le accendeva la pelle.

Quando arrivò davanti alla porta di Barbara, bussò. Con la mano libera, girò la maniglia quel tanto che bastava. Lasciò la porta leggermente socchiusa.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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