Capitolo 2 - Roberta, l'amica di mamma
Il pomeriggio prosegue con le amiche di mamma
-Bene. Io ho invitato Miriam e Roberta per un caffè. Starò in salotto. Se hai bisogno di qualcosa... sai dove trovarmi -.
La mano di Barbara scivolò dalla spalla alla nuca, accarezzando i capelli bagnati di suo figlio. Un gesto materno, ma le dita indugiarono un secondo di troppo.
Martino annuì, e quando lei si allontanò, lui guardò il suo culo nudo che ondeggiava mentre risaliva verso la villa. Sentì il cazzo indurirsi sotto il costume. Strinse i pugni, poi si alzò e seguì il corridoio interno fino alla sua camera.
Barbara indossò un abito leggero di seta, color avorio, che scivolava sulle sue curve come una carezza. Niente biancheria, ovviamente. Il tessuto era così sottile che i capezzoli si intravedevano a ogni movimento. Si sistemò in salotto, sul divano di velluto blu, con un vassoio di pasticcini e la moka già pronta sul fuoco.
Miriam arrivò per prima. Bionda, magra, sempre impeccabile. Baci sulla guancia, sorrisi di circostanza. Poi Roberta.
Roberta era diversa. Più piena di forme, i capelli scuri raccolti in uno chignon severo, occhi che sembravano sempre giudicare. Ma oggi c'era qualcosa di teso nel suo portamento. Un nervosismo che Barbara riconobbe subito.
— Tutto bene? — chiese Barbara, versando il tè.
— Sì, sì... solo che ho dovuto cambiare avvocato. Quello che mi aveva consigliato Davide... non funzionava.
— Ah, il tuo caso di eredità?
— Qualcosa del genere — tagliò corto Roberta, ma il suo sguardo vagò verso il corridoio, dove si intravedeva la scala che portava al piano superiore. — È in casa solo Martino, vero?
— Sì, studia. Perché?
— Niente... solo che sembra così cresciuto, ultimamente. Li ho visti in piscina l'altro giorno, quando sono passata. I gemelli sono due uomini ormai.
Miriam rise, una risata argentina e falsa.
— Due maschi in casa a quell'età... Barbara, come fai a resistere?
Barbara sorseggiò il caffè, gli occhi che brillavano.
— Non è facile, credimi. Soprattutto perché hanno preso dal padre. Sia nel fisico... che nell'appetito.
La frase cadde nell'aria come una pietra in uno stagno. Miriam alzò un sopracciglio. Roberta si morse il labbro.
Martino era chiuso nella sua stanza, i libri aperti sul tavolo, ma la mente altrove. Sentiva le voci delle donne salire dal salotto, frammenti di conversazione che si mescolavano al rumore del ventilatore a soffitto.
Poi un silenzio.
Poi la voce di sua madre, chiara, volutamente alta:
— ...si stanno facendo proprio grandi i ragazzi...
— ...stanno crescendo bene, sono così educati...
— ...e così carini...
Martino strinse la penna. Il cazzo era già duro, rigido contro il cotone dei pantaloncini. Non sapeva bene perché. Era sempre eccitato, a quell'età. Ma oggi c'era qualcosa di diverso. Un'agitazione che non riusciva a mettere a fuoco. Si passò una mano sui pantaloni, un gesto automatico, per spostare il tessuto che stringeva. Il contatto lo fece sussultare.
Giù, la conversazione continuava.
— Anche Claudia ha già il fidanzato — disse Miriam, mescolando il caffè.
— Eh, bisogna starci attenti a quell'età... — aggiunse Roberta.
Barbara sorrise, gli occhi che brillavano. — I gemelli poi... li abbiamo visti crescere...
— Ci stiamo facendo vecchie — sospirò Miriam. — Saranno loro il nostro bastone.
Colse le ultime parole, e un brivido gli corse lungo la schiena. "Bastone". Lo sarà, pensò, e la mano scivolò di nuovo sul cazzo, questa stringendolo attraverso il tessuto. Lo sarà, mamma.
Nel salotto, Barbara rise piano. — No, no, nessuna fidanzatina. Guai a chi me li tocca. Sono gelosissima.
— I miei bambini — fece eco Roberta, ironica.
— See, bambini una volta — ribatté Miriam. — Guarda che si vede che sono cresciuti. Li ho visti in costume l'altro giorno. Sono così... gonfi. Muscolosi.
Barbara sentì un calore salirle dal petto. Il fatto che le sue amiche apprezzassero i suoi ragazzi la riempiva di orgoglio. Ma la sua mente andò anche ai loro costumi gonfi, a quei corpi giovani che si stavano facendo uomini. Meno male che ci sono loro, pensò. Da sola in casa con Martino ora sarebbe pericoloso.
Sorrise, ma il pensiero la eccitava. Colse l'occasione per spostare l'attenzione, per vendicarsi un po'.
— Beh, anche tu con il tuo Fabio non hai di che lamentarti... Dovremmo farli frequentare di più.
Roberta arrossì leggermente. — Sì, ne sarei felice. Ma è sempre chiuso in camera a chissà cosa fare. Quel PC sempre acceso. È fissato con le foto, dice che vuole fare il fotografo. Figurati che mi ha chiesto se posavo per lui... cose da pazzi.
Risero. Barbara sentì il viso scaldarsi. Il pensiero di posare nuda per Fabio, il figlio di Roberta. La sua mente vagò: Fabio che mostrava gli scatti ai suoi figli, loro che vedevano il suo corpo nudo, i loro occhi che si posavano sulle sue curve. Era tanto ormai che non si mostravano nudi, chissà se se lo ricordavano ancora.
— Ehi, Barbara, ci sei? — la voce di Miriam la riportò in salotto.
— Sì, scusate. È bello che abbia le sue passioni. Andrebbe incoraggiato.
— Direi che sarebbe carino trovarci tutti per un pranzo al mare, così loro possono conoscersi meglio e noi due stare un po' insieme — propose Roberta.
— Una giornata in piscina? — aggiunse Miriam.
— Certo, ci organizzeremo.
Ma ormai la mente di Barbara era già altrove. Il suo corpo nudo davanti ai figli. I loro corpi davanti a lei. Sentì un forte bisogno di masturbarsi, un calore umido tra le gambe che diventava insopportabile. Ma non poteva confessarlo alle sue amiche bacchettone. Se non fossero state così inibite, sarebbe stato bellissimo condividere questi momenti di piacere. Che palle. Cominciava a non sopportare più tutte quelle inibizioni. Che male ci sarebbe stato a farsi un ditalino tra amiche?
E poi si ricordò: c'era Martino in casa. Il pensiero la colpì come una scarica elettrica. Era ancora peggio, perché sarebbe stato ancora più eccitante. Uff, sto impazzendo, pensò, mentre il vestito le scivolava sulla pelle umida di sudore.
Di sopra, Martino aveva smesso di fingere di studiare. Era in piedi, il cazzo duro che premeva contro i pantaloncini, la mano che lo stringeva attraverso il tessuto. Sentiva le voci, ma non i dettagli. Per un momento, chiuse gli occhi e immaginò di entrare in salotto. Le vedeva nude, tutte e tre, sedute sul divano, che parlavano. E lui entrava con il cazzo in mano.
Non riusciva a controllare i pensieri. Sentendo la storia di Fabio e delle foto, pensò che fosse una cosa da approfondire. Magari anche lui avrebbe potuto fare foto. A sua madre. O a Miriam. O a...
Un rumore di sedie spinte. La voce di Miriam, più alta:
— Beh, si è fatto tardi. Devo andare. Barbara, grazie per il caffè. Martino? — alzò la voce per farsi sentire — Ciao, Martino! A presto!
Martino non rispose. Rimase immobile, il cazzo in mano, il respiro corto. Sentì la porta d'ingresso aprirsi e chiudersi.
Poi il silenzio.
E nel salotto, Barbara e Roberta rimasero sole.
Martino sentì il cuore battere forte. Forse sarebbe sceso. Forse no.
Ma il cazzo era ancora duro. E la mano continuava a muoversi.
Quando Miriam chiuse la porta alle spalle, il salotto sembrò più piccolo, più intimo. Barbara sentì il peso del silenzio e il calore che le era salito durante la conversazione ristagnare tra le gambe come una marea. Roberta era ancora seduta, le mani intorno alla tazzina vuota, gli occhi che vagavano senza meta.
Barbara si alzò, il vestito che le scivolava sulle cosce. Sentiva il tessuto umido premere contro la fessura, e ogni passo era un promemoria di quanto fosse bagnata.
— Ho comprato della lingerie nuova — disse, cercando di dare alla voce un tono leggero, quasi distratto. — Vuoi vederla? È in camera mia.
Roberta alzò lo sguardo, un po' sorpresa. — Certo, certo. Perché no.
Si alzarono insieme, e Barbara la precedette lungo il corridoio. La camera da letto padronale era in fondo, la porta socchiusa. Entrò tenendola aperta, senza pensarci, e Roberta la seguì. La luce pomeridiana filtrava dalle veneziane, creando strisce di ombra e chiarore sul letto disfatto.
Sull’armadio a muro, uno specchio a figura intera rifletteva la stanza. Ma era posizionato in modo che chiunque fosse nel corridoio potesse vedere, attraverso la porta aperta, il riflesso dell’interno. Barbara non ci fece caso. Roberta, intenta a guardare il pavimento, nemmeno.
Martino era ancora in camera sua, i libri aperti davanti, la mente confusa e il cazzo duro. Aveva sentito Miriam salutare, poi il rumore della porta, poi un silenzio lungo. Poi voci più basse, ovattate, che si allontanavano. S’era alzato, spinto da una curiosità che non sapeva spiegare, e s’era incamminato lungo il corridoio a piedi nudi. Il suo respiro era corto.
Vide la porta della camera dei genitori socchiusa. Sentì le voci di sua madre e di Roberta, parlavano in tono complice, sottovoce. Si avvicinò con cautela, appoggiò la schiena al muro accanto allo stipite, e sbirciò.
Attraverso lo specchio, vide tutto.
Sua madre in piedi davanti all’armadio, che apriva un cassetto. Roberta seduta sul bordo del letto, le mani in grembo, lo sguardo incerto. Barbara tirò fuori un reggiseno di pizzo nero, quasi trasparente, e lo tenne sollevato.
— Che ne dici? — chiese, facendolo oscillare leggermente. — È troppo audace?
Roberta arrossì. — No… è bello. Molto elegante.
— Elegante? — Barbara rise, una risata bassa, complice. — È solo per attirare l’attenzione. A una certa età bisogna sforzarsi di più, no?
— Ma se sei ancora bellissima — mormorò Roberta, quasi senza volerlo.
Barbara la fissò, e per un attimo il silenzio si fece carico di tensione. Martino trattenne il respiro. Sua madre aveva il vestito che aderiva al corpo, e lui sapeva cosa c’era sotto. O meglio, immaginava. Il cuore gli batteva così forte da temere che lo sentissero.
— Pensa — riprese Barbara, con un tono sognante — che belle foto potrebbe scattare Fabio con questi addosso…
Roberta sbiancò. — Barbara! — esclamò, indignata. — Non dire sciocchezze!
— Dai, scherzavo! — Barbara alzò le mani in segno di resa, ridendo. — Non mi farei mai fotografare da tuo figlio, per chi mi hai presa?
Dal mio sì, pensò, e il pensiero la fece bagnare ancora di più.
— Comunque — aggiunse — Fabio non c’è, puoi stare tranquilla.
Roberta la guardò, con un lampo di sfida negli occhi. — Beh, potresti farti fotografare da Martino.
Per un istante Barbara rimase senza parole. Poi scoppiò a ridere, una risata nervosa, autentica.
— Che vergogna! Solo pensarci certe cose… devo essere impazzita.
Martino, nel corridoio, sentì quelle parole e rimase fulminato. Si, che vergogna, pensò, mentre la mano scivolava sui pantaloncini. Vi piacerebbe altro che…
Barbara scosse la testa, ma i suoi occhi brillavano. — Brava, Robertina, ti stai sciogliendo. Ma Martino ora sta studiando. Mi sa che l’unica che può fotografarmi sei… tu.
Roberta spalancò gli occhi.
— Dai, prendi il cellulare — proseguì Barbara, senza darle il tempo di obiettare. — Giusto così, per ridere. Poi mi dici anche come mi stanno queste cose.
E cominciò a spogliarsi.
Con gesti lenti, quasi teatrali, si sfilò il vestito di seta. Il tessuto scivolò sulle spalle, rivelando le curve del seno, il ventre ancora piatto, l’ombra scura del pube. Rimase nuda, in piedi davanti a Roberta, e per un lungo momento non fece nulla. Si limitò a restare lì, la pelle che brillava nella luce filtrata, i capezzoli duri, i riflessi dello specchio che la moltiplicavano.
Martino sentì il cervello andare in cortocircuito. Il cazzo era una molla, duro come la roccia, che premeva contro i pantaloncini. Aprì la bocca, gli occhi fuori dalle orbite. Mai, mai avrebbe pensato di vedere sua madre così, nuda davanti a un’altra donna, mentre parlava di foto e di lingerie.
Roberta era immobile, il cellulare in mano, le dita tremanti. — Barbara… — mormorò, la voce strozzata.
— Dai, scatta — disse Barbara, piegandosi per raccogliere il reggiseno. Il movimento accentuò la curva dei fianchi, la fessura del sesso umido che si intravedeva tra le cosce. — O hai paura?
Roberta sollevò il telefono, lo puntò, esitò. Poi scattò una foto.
Barbara indossò lentamente il reggiseno, poi le mutandine coordinate, un pezzo di pizzo nero che lasciava poco all’immaginazione. Si voltò, si guardò nello specchio, e incrociò per un attimo lo sguardo di Roberta.
— Come mi sta?
— Bene… molto bene — riuscì a dire Roberta, il viso acceso.
Barbara sorrise, sentendo il caldo umido tra le gambe. Vorresti guardare di più, lo sento, pensò. Invidio i ragazzini che possono sbirciarsi negli spogliatoi… chissà se anche i gemelli lo fanno.
Il pensiero la fece inumidire completamente. Diede la colpa al caldo, se Roberta avesse notato il luccichio sulla sua pelle.
Martino, fuori, strinse il cazzo attraverso i pantaloni. Non riusciva a distogliere lo sguardo dallo specchio, da sua madre in quella lingerie, da Roberta che sembrava sul punto di cedere. Il desiderio gli pulsava nelle vene come un tamburo.
E nella stanza, Barbara si voltò lentamente, offrendo la schiena all’obiettivo di Roberta, la curva delle natiche appena coperta dal pizzo.
C’era ancora tempo, prima che qualcosa si spezzasse. Ma l’aria era già carica di promesse.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

