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Erotika
Una coppia felice · Cap. 6
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Capitolo 6 di 6 30 min di lettura

Sempre insieme a te...

a volte è meno difficile di quanto sembra...

metzenbaum
1 anno fa · 534 letture · 2

arrivammo al piano e allora toccò a me comandare, la presi per mano e ridendo insieme a lei arrivai di corsa alla stanza 320, sbloccai la porta e quando questa si aprì Anna mi spinse dentro facendomi perdere l’equilibrio, e mi ritrovai a terra senza rendermene conto.

chiuse lei la porta, in un istante si levò il vestito restando con addosso le sole mutandine e poi scese su di me, mi aprì la cintura e i pantaloni e a strattoni me li abbassò trascinando giù anche i boxer e facendolo uscire come una molla, ancora guantato.

fu un gioco per lei, si alzò e mi scavalcò, si voltò dandomi la schiena e poi scese per impalarsi, se lo fece imboccare alla fessura e poi lasciò che la gravità facesse il resto, affondando fino a prenderlo dentro fino alle palle per poi mettersi con le ginocchia sul pavimento.

era una delle mie posizioni preferite, la lasciai muovere e con una mano sulla schiena la feci piegare in avanti e poi le aprii le chiappe gustandomi la vista del mio affare che le riempiva la figa e del suo buco del culo dilatato, alla faccia del ‘non lo usava nemmeno’...

evidentemente non era nel menù di quella sera e mi dispiaceva, ma… c’era tutto il resto!

mi cavalcò a suo piacimento cercando l’orgasmo con insistenza ma senza riuscirci e alla prima pausa che si concesse sgusciai via da quella posizione troppo passiva e lasciandola praticamente “congelata” nella sua le andai dietro, glielo appoggiai dove dovevo appoggiarlo e le entrai di nuovo dentro.

lo accolse con un gemito e ancora una volta si mise a godere come una pazza quando ricominciai a sbatterla per l’ennesima volta comunque senza poter davvero fare la differenza perché… non ce la facevo più!

il pavimento non era certamente il posto più comodo per fare sesso così la feci alzare e la portai sul letto, provai a metterla di nuovo alla pecorina ma non me lo permise ed eccitatissima si mise a cosce aperte invitandomi a raggiungerla, le andai sopra e di nuovo la infilzai fino alle palle ricominciando a scoparmela da sopra mentre ci baciavamo alla follia.

ma eravamo stanchi entrambi, e si vedeva.

quell’esercizio ginnico che era starle sopra e affondarglielo dentro era difficoltoso e lo potei far durare poco, provai a metterla sul fianco per prenderla da dietro e riposare un po’ la schiena ma mugugnò un “no, così non mi piace” e allora tornò a montarmi sopra, con le tette troneggiati e le mani premute sul mio petto mentre faceva avanti e indietro con il bacino per cercare il piacere.

era già tanto che riuscivo a mantenere l’erezione, sborrare ancora per la terza o la quarta volta (non lo ricordavo più!) sarebbe stato quasi impossibile, Anna invece ci provò, si applicò e ci riuscì godendo rumorosamente e grugnendo in una lingua che forse era quella del suo paese natale, per poi accasciarsi su di me ansimante e sudatissima.

restammo a sbaciucchiarci ancora per qualche minuto e quando finalmente Anna si alzò mi guardò l’affare che ancora manteneva un certo contegno, poi sorrise e se ne andò in bagno.

e rimasto solo… ricominciai a pensare a Gioia.

e… sorrisi amaro.

ecco, avevo scoperto come si sentiva quando… quando e ‘se’ aveva davvero “giocato” a fare la escort, perché a quel punto non ero più sicuro di nulla.

ero nudo sul letto, con l’affare ormai addormentato, sudato e appiccicaticcio, chiusi gli occhi cercando di concentrarmi solo su cose positive e pensai al lavoro (e se uno per restare “positivo” deve pensare al lavoro è messo bene!), ma era impossibile, non con il… bombardamento emotivo che stavo subendo!

mi ero appena… prostituito.

e improvvisamente mi sentii… sporco, sudicio, anche umiliato: quella donna mi aveva usato per il suo piacere ed ora era pronta ad andarsene, sicuramente aveva pagato per avermi e, soddisfatta o no, mi avrebbe dimenticato in un millisecondo.

“è questo che si prova?” sussurrai, solo.

inspirai profondamente e mi sfregai il viso con le mani, mi diedi un paio di innocui pugni sulla fronte e di nuovo prova a rilassarmi, ma inutilmente.

e in quel turbine di pensieri e di cattive sensazioni tornò Anna, nuda, prese i suoi slip da terra e se li rimise, e sempre raccogliendolo da terra indossò il suo abito elegantissimo ma ormai sgualcito davanti allo specchio e se lo lisciò addosso facendolo aderire alla sua figura non più perfetta ma con ancora qualcosa da dire, si ravvivò i capelli non molto convinta del risultato e poi andò alla ricerca della seconda scarpa, finita sotto al letto, si sedette sulla poltrona e se le mise poi si alzò, mi fece un sorriso e poi prese il telefono dalla borsetta.

la sentii mandare qualche messaggio e poi fece una chiamata: “sì, sono qui… sì, finito” disse, “passi tu? ok, dieci minuti va bene… aspetto… ciao, grazie” e poi mise giù.

mise via il telefono e poi venne da me, sorridente.

un sorriso… commerciale, senza calore, senza anima, proprio come il sesso di quella sera.

senz’altro una delle cose più schifose che avevo fatto.

era… era quello il senso delle parole di Stella? che il sesso mercenario era ‘niente’? solo un atto animale? qualcosa che non deve neanche essere chiamato sesso?

probabilmente sì.

“sei… sei davvero bravo” mi disse, “ci sai fare…”

annuii, anche se quello non era un complimento, sembrava più un contentino che altro.

chissà cosa era abituata a fare…

“però non montarti la testa, eh?” aggiunse allegra come se fosse una gran battuta, “sei… sei uno come tanti…”

diretta e sincera, apprezzo le persone così.

“e io?” mi chiese, quasi esitante, “io come sono?”

che le dovevo rispondere?

“sei brava… ma non montarti la testa…” replicai.

non la prese particolarmente bene, prese la sua borsetta e si guardò attorno per essere certa di non aver dimenticato niente, mi fece un cenno di saluto muovendo la testa e poi andò alla porta.

“ringrazia… Sandra, si chiama così tua moglie?” mi disse improvvisamente, “è stata una bella serata, mi sono divertita”

“sì, glielo dirò” le risposi, “ti ringrazio…”

indugiò ancora un istante poi aprì la porta, sussurrò un “ciao” che capii solo dal labiale e poi la chiuse lasciandomi solo.

solo con la mia vergogna.

“ma cosa ho fatto?” sussurrai, “ma… perché?”

l’avevo fatto perché ero stato costretto ma quella, lo sapevo, era solo una scusa, una scusa patetica e puerile: la verità era che l’avevo fatto perché lo volevo fare, perché mi sentivo… eccitato al solo pensiero, perché era una cosa che mi faceva sentire… vivo.

ero diventato come Gioia.

mi alzai di scatto e andai in bagno, aprii l’acqua della doccia e ci andai sotto quasi ustionandomi ma era quello che mi serviva in quel preciso momento, e ci restai sotto immobile per forse mezz’ora rendendo il bagno qualcosa che assomigliava a una sauna, e faticando a respirare per tutta quella umidità chiusi tutto e tornai in camera avvolto nell’accappatoio lasciandomi cadere sul letto.

ormai… ormai era tutto finito.

Gioia non mi avrebbe mai perdonato, mai, oltre ad aver tradito la sua fiducia l’avevo anche ingannata su tutto il fronte inventandole problemi con lo studio e facendola preoccupare veramente.

e… e cosa avrei fatto da solo?

come sempre feci frullare il cervello, ma con più cercavo una soluzione con più tutto si ingarbugliava, e complicava.

e allora… basta, presi il telefono e la chiamai.

“ciao” le dissi quando rispose, ottenendo in cambio un “ciao…” teso, preoccupato.

“dove sei?” mi chiese, “stai bene?”

“sì, sì, sto bene…” le risposi, “sta tranquilla, non sono in pericolo, va tutto bene…”

“mi sono preoccupata quando ho capito cosa… cosa eri costretto fare” mi disse, “io… dovevi dirmelo”

“hai ragione, scusami”

la sentii respirare ma senza dire nulla.

“come… l’hai scoperto?” le chiesi.

“hai… lasciato tutto sul tuo portatile” rispose, “l’ho aperto per giocare un po’ e… ho visto tutto”

chiusi gli occhi e mi diedi del coglione, come sempre era stata colpa mia, per una disattenzione… stavo per perdere tutto.

“ok…” risposi, “e… sei arrabbiata?”

“no” rispose, “non sono… arrabbiata, sono… delusa, offesa… sto male”

“e adesso… so come ti sei sentito tu” aggiunse subito, “quando… ho fatto quelle cose”

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