ma non volevo tornare a casa, non subito, almeno.
“che ne dici” le chiesi, “se ci prendiamo ancora qualche giorno, solo noi due? senza nessuno di mezzo?”
e soprattutto senza nessuno che mi vuole scopare la moglie in cambio della sua, mi venne da aggiungere!
Gioia mi guardò con un sorriso che mi ripagava di ogni amarezza.
“sì, amore, sì!” rispose, lasciò perdere tutto e venne ad abbracciarmi, “tutto quello che vuoi, tutto quello che vuoi…” sussurrò.
e decidemmo di “trasferirci” sul lago Maggiore, prenotando cinque giorni di permanenza in un hotel a cinque stelle che era praticamente un castello appena fuori Arona e che nella mia testa doveva diventare il mio baluardo difensivo, la mia Alamo.
solo noi due, cinque giorni interi con trattamenti nella Spa dell’hotel, gite in barca a vela sul lago, cene romantiche e… quello che veniva veniva, non mi ponevo limiti.
ma neanche aspettative.
prenotai trovando l’ultima suite disponibile per il periodo (non la più bella, ma comunque più che spettacolare!) e poi Gioia fece tutto da sola, trovò il volo di ritorno con una compagnia sconosciuta (ci mancava pure di precipitare, e sarebbe stata la ciliegina sulla torta!) con arrivo a Malpensa nel pomeriggio, prenotò il trasferimento dal nostro hotel fino all’aeroporto e pagò con carta di credito (ormai stava fondendo, poveraccia…), e tutta soddisfatta tornò ad abbracciarmi.
“amore, non sai quanto sono felice di stare sola con te…” mugolò, “io… sto bene solo con te…”
e anch’io stavo bene con lei, ma perché allora mi passavano sulla testa i miei pensieri, come nubi nere in una giornata di sole? perché pensavo che… stavo abbracciando una donna che voleva diventare… una prostituta, farsi scopare da altri uomini (e forse, non ero certo, l’aveva già fatto)?
perché tutta la mia vita doveva essere così dannatamente difficile?
certo, i veri problemi sono altri, i problemi sono lavorare dalla mattina alla sera e non riuscire a portare a casa abbastanza soldi da dare da mangiare alla propria famiglia, o avere problemi di salute o vedere i propri cari che soffrono ed essere lì impotente e non fare niente…
io… io me la sarei cavata, in un modo o in un altro, lo sbattimento vero era cercare di salvare capra e cavoli ma a quel punto sapevo che potevo avere o uno o l’altro, non entrambi, non più.
e comunque il tempo volò, la sera uscimmo per mangiarci una piadina (grandissima cena di fine vacanza!) e mentre passeggiavamo per smaltirla incontrammo Renato e Cinzia, e quando gli dicemmo che l’indomani saremmo ripartiti alla volta di casa ci rimasero male (soprattutto lei, che aveva ancora un certo arretrato con me).
l’indomani mattina avevano una mini crociera in partenza alle otto, quindi… ci salutavamo.
abbracci e strette di mano, uno sguardo… offeso da parte di Cinzia e poi ci separammo.
e da lì il tempo volò.
Stella non scrisse più, già aveva scritto a sufficienza, comunque.
la sera del giorno successivo passeggiavamo per Arona, soli: il lago era magnifico, la sera calda ma non afosa come quelle di casa e nemmeno così caotica come la Corsica, e anche se le località di lago mi hanno sempre comunicato un senso di malinconia… lì ci stavo bene, forse perché ero malinconico anch’io in quel momento.
“ecco, vedi?” mi disse Gioia, “è così che dovremmo vivere, solo noi due…”
non aveva torto.
“magari fra dieci o quindici anni…” le risposi ma lei ridacchiò e insistette dicendo “no, adesso!” e ridendo e giocando ci ritrovammo abbracciati tra la gente che passeggiava sul lungolago, evitandoci perché ci eravamo piantati in mezzo al flusso delle persone.
“e tu?” le chiesi, “tu lasceresti… tutto per venire qui?”
“m-m” rispose, con il suo bel sorriso sulle labbra e con gli occhioni azzurri più grandi e luminosi che mai.
prostituta? escort? ma per piacere… era una donna innamorata, magari anche… troppo innamorata, ma… mercenaria del sesso? no, impossibile!
‘ah, Mauro… ricordati che non le conosci le donne, tu…’ mi sembrò di sentirmi dire dal mio vecchio amico Giorgio, che dio ti abbia in gloria ovunque tu sia.
passammo cinque giorni rilassanti tra massaggi e vita beata, e quando arrivò il momento di partire non nascondo che non ne fui contento come di solito mi capita quando finisce una vacanza, contento perché mi stavo annoiando…
era stata una vacanza magnifica, quello che ci voleva in quel periodo turbolento per entrambi, ma era finita.
ed eravamo stati così bene insieme e ci eravamo sentiti così in sintonia che non avevamo nemmeno sentito il bisogno di fare l’amore, anche perché a Gioia arrivò il ciclo la sera prima di partire… un po’ in anticipo in realtà, ma l’età recava i suoi problemi le dissi (e presi un bel pugno nello stomaco per questo).
e il giovedì pomeriggio eravamo a casa, tornati alla normalità dopo quasi quindici giorni di assenza.
e cominciò il conto alla rovescia…
quella sera, a letto, Gioia parlò poco, non le piaceva stare a casa da sola e sapeva che il pomeriggio successivo sarei partito quindi… era un po’ giù, ma non c’era molto che potevo fare…
il mattino successivo, quello del venerdì fatidico, l’accompagnai a fare la spesa e a portare le cose sporche al lavasecco e a sbrigare le piccole faccende di casa, tutto per tenermi impegnato, e l’ora della partenza arrivò in un lampo.
preparai il (finto) bagaglio e alle sei la salutai con la promessa che le avrei mandato un messaggio appena arrivato a destinazione che sarebbe stato abbondantemente dopo la mezzanotte, ma Gioia preferì riceverlo la mattina successiva, come buongiorno.
“già, un gran bel buongiorno…” mi venne da dire.
ci salutammo con un abbraccio e Gioia mi seguì fino al cancellino, e lì rimase fino a quando la vidi allontanarsi nel retrovisore fino a scomparire.
“mi dispiace tesoro…” sussurrai, “scusami…”
e poi cambiai umore.
“me la paghi, Stella, questa me la paghi…”
seguii le indicazioni e arrivai all’hotel che mi era stato assegnato, un posto… esageratamente bello, fin troppo per un posto così sperduto in mezzo al nulla!
lasciai l’auto in consegna e pagai per metterla al coperto, lontano da seppur improbabili sguardi indiscreti, mi presentai alla reception con la prenotazione Rastrelli e pochi minuti dopo ero in un qualcosa che era a metà tra una suite e una camera da letto Ikea, forse gli abbinamenti erano voluti ma… erano ridicoli!
ma non ero lì per fare il critico, lasciai il mio bagaglio e su uno dei comodini trovai una busta, anonima, la aprii e dentro c’erano le istruzioni, che in parte già conoscevo.
quelle che mancavano erano dettagliatissime.
e quasi… offensive.
doccia e rasatura accuratissime, l’igiene personale e intima doveva essere impeccabile, la scelta dell’abbigliamento era a discrezione del ‘soggetto’ (...) ma comunque limitata alle possibilità offerte, il tutto era nel guardaroba.
lo aprii e dentro ci trovai tre completi, uno grigio chiaro, uno blu molto improbabile e un altro nero, ciascuno in quattro taglie diverse, camicia rigorosamente bianca, cravatta assegnata, la mia era grigia scura, scarpe disponibili in diverse taglie e fogge.
aprii anche l’altra metà dell’armadio e dentro ci trovai l’equivalente ma da donna, una decina di abiti di varia lunghezza e colore, scarpe, pochette, accessori, addirittura gioielli e fermagli per capelli.
non avevo mai visto un’organizzazione così curata, se la sanità italiana fosse gestita anche solo la metà di come veniva condotto quel che era il club vivremmo un Paese felice…
feci quello che mi veniva chiesto, mi sbarbai e mi docciai restando sotto una buona mezz’ora se non altro per rilassare i muscoli della schiena e del collo, contratti e doloranti, e quando uscii avvolto in un accappatoio fantastico (glielo avrei dovuto fregare, il mio di casa non era così bello!) vidi che lo schermo del telefono era acceso, andai a controllare ma già avevo un presentimento, e infatti…
“dove sei?” scriveva Stella, “sei in camera?”
“sì” risposi, lesse il messaggio ma non replicò.
finii di asciugarmi e poi tornai in bagno per asciugarmi i capelli con il phon, li pettinai come dovevano stare e quando tornai in camera per poco non mi si fermò il cuore.
cacciai una specie di gemito roco e gridai “cazzo!” facendo rimbombare la mia stessa voce.
Stella era seduta sul letto, e mi aspettava.
forse fu la sorpresa o quella “botta” di adrenalina ma mi dimenticai di avere davanti la mia peggior nemica, la persona che più al mondo volevo vedere morta (e non scherzavo).
“che… cazzo ci fai qui!” esclamai, “vuoi… farmi venire un infarto?”
sorrideva…
“e come cazzo hai fatto a entrare, eh?” le chiesi, incazzato ma più… frustrato che incazzato, e Stella esibì una tessera magnetica, sicuramente clone di quella che avevo io.
