Helga sogghignò e Arianna trattenne a stento un sorriso. Chiara si sentì molto dispiaciuta per la sua migliore amica: doveva ammettere che la storia era raccontata malamente e che non sarebbe servita una sfera di cristallo per immaginare la trama, non molto dissimile da quanto aveva insinuato Anna, ma…
«Beh, grazie, socia, e adesso che cazzo dovrei raccontare?» sbottò Beatrice.
Sul volto dell’altra si disegnò un sorriso maligno che lasciava presagire ben poco di piacevole. «Vuoi un suggerimento? Racconta di quando ti sei fatta sbattere, e per davvero, da Marco».
Il silenzio cadde nella videochat come un macigno, ogni ragazza bloccata come un fermoimmagine nello schermo delle altre in ciò che era intenta a fare in quell’istante. Nelle orecchie di Chiara, però, il nome citato da Anna risuonava come l’eco assordante di un colpo di fucile durante la caccia sui monti.
Beatrice era impallidita, incapace di spiccare una singola parola. Probabilmente non sarebbe stata così imbarazzata e confusa nemmeno se si fosse trovata realmente nuda in bagno e due ladri l’avessero colta d’improvviso.
Solo dopo qualche secondo Helga, incapace di nascondere il suo divertimento di fronte a tutto ciò, chiese, fingendosi incerta: «Ma, esattamente, quale Marco? Perché io ne conosco parecchi…»
Anna fu sul punto di rimettersi a ridere ma, per qualche motivo, non lo fece. Fissò, invece, la webcam del suo computer portatile e Chiara sentì il suo sguardo trasmettersi attraverso la rete e posarsi su di lei, scivolarle sotto la pelle e incendiarle i nervi. «Ma come, “quale Marco?” Ma il fratello della nostra cara amica!»
Il silenzio nella videochat sembrò solidificarsi, diventare un livello in sovraimpressione nella trasmissione come una nebbia o un effetto speciale applicato con un filtro dal computer. O dal senso di apprensione che aveva attanagliato il petto di Chiara.
Helga si mise a ridere nemmeno fosse stata la battuta più divertente al mondo, mentre Beatrice appariva decisamente a disagio, come forse non lo era mai stata prima di allora quando il soggetto della discussione era uomini o sesso.
«Io…» tentennò, quasi facesse fatica a trovare le parole per esprimere quanto stava provando, quasi che quelle parole le fossero rimaste bloccate in gola, soffocandola «forse non è il caso di… voglio dire…»
Chiara non era meno sopraffatta dall’emozione, la quale aveva raggiunto un’intensità tale che sembrava avesse smesso di essere solo una sensazione priva di fisicità ma avesse assunto una consistenza simile ad una pesante e torrida coperta che le fosse calata addosso, stringendola e facendola sudare. «Tu… hai fatto sesso con mio fratello?» chiese con un filo di voce.
La ragazza sentiva il suo cuore battere come mai aveva fatto prima, non tanto velocemente quanto con forza, come se avesse raggiunto dimensioni doppie o triple, come se al suo posto, nel petto, avessero messo un grosso tamburo percosso da un martello. Si sentì come se, in quel momento, avesse abbandonato la realtà in cui aveva vissuto dalla nascita e se ne fosse discostata di qualche passo verso l’esterno, come se vedesse le cose attorno a sé attraverso un vetro al pari di un entomologo che studiasse un formicaio con interesse ma, al contempo, con distacco.
Lo sguardo di Beatrice mentre fissava Chiara sullo schermo del suo computer lasciava trasparire una ben altra disposizione d’animo, simile a quella di chi dovesse dare un annuncio non dissimile alla morte di un caro ad un proprio amico, convinto che la colpa del decesso sarebbe stato imputata al messaggero, distruggendo un’amicizia che durava da anni.
«Mi spiace…» sussurrò la ragazza, che sembrava prossima alle lacrime. Sebbene fosse alta quasi un metro e ottanta, avesse spalle larghe ed un seno prosperoso, Beatrice in quel momento appariva come se si fosse sgonfiata, rattrappita dal dolore che stava causando alla sua migliore amica. «Io…»
Quanto uscì dalle sue labbra stupì per prima la stessa Chiara, e solo sentire la propria voce dietro quelle parole la convinse che non era un’altra a parlare. Perché se l’avesse fatto un’altra, l’avrebbe fatto solo per causarle dolore. «Per favore, Beatrice… raccontami…»
Perfino Helga rimase stupita dalla richiesta della ragazza, smettendo di sghignazzare; batté le palpebre, insicura che quanto aveva sentito non fosse stata solo una sua impressione. Beatrice deglutì come se avesse inghiottito qualcosa con la gola secca, mentre Cecilia appariva sconvolta e spaventata. Arianna non sapeva come comportarsi, apparentemente indecisa se divertirsi per il tiro mancino lanciato a Chiara o se contrirsi per lo sconvolgimento di Beatrice.
L’unica che rideva era Anna, soddisfatta. «Forza, Beatrice, narra loro della tua scopata con Marco! Anche sua sorella vuole sapere. E non mentire…»
Il viso di Beatrice, solitamente solare e con un velo di simpatica strafottenza che lo rendeva irresistibile per chiunque lo vedesse, adesso non riusciva a celare la rabbia che scuoteva l’anima della ragazza. Nonostante questo, forse anche per la richiesta di Chiara, non poté fare altro, dopo qualche istante, che sospirare e cominciare il suo racconto, sebbene la sua voce sembrasse quella di qualcuno che stesse descrivendo il proprio avanzare lungo il corridoio del braccio della morte di un carcere più che una scopata.
«Era una sera del mese di maggio, un sabato per l’esattezza,» spiegò raccontando lentamente, «Voglio fare una conquista e ho deciso di andare alla discoteca “Silver” per trovare un ragazzo con cui chiavare.
“Quando arrivo con il motorino nel parcheggio, comincio a guardarmi attorno, ma non c’è in giro nessuno di interessante: solo stronzetti di quattordici anni o quindici, che si credono fighi con i risvoltini ai pantaloni, che il sabato sera vogliono solo sballarsi di canne e cagate simili. Quelle mezze seghe hanno perfino il coraggio di venire a provarci con me, puzzando di erba come delle merde e con gli occhi rossi, rovinandomi la serata e il divertimento della caccia.
“Nel vederli mi viene quasi voglia di andarmene da un'altra parte, quando noto anche Anna nel parcheggio. Mi dico che, magari in due, quella torma di ragazzini ci starà lontano, quindi mi avvicino ad Anna e le chiedo se entriamo insieme nella discoteca. ‘Se mi offri un drink, sì’ mi risponde, ‘così magari mi insegni qualcosa su come rimorchiare.’
“So benissimo che mi consideri una zoccola, ma poco mi importa,» aggiunse con un sorriso rivolto ad Anna attraverso la webcam, «So che sei invidiosa perché sono piena di uomini, e non è perché ho un corpo che non puoi nemmeno sognarti, ma perché non ho la tua personalità di merda. Tutto lì. Non dovresti invidiare le ore che passo in palestra, ma il fatto che non salgo su un pilastro ogni volta che mi trovo davanti a qualcuno».
Un sorriso teso sul volto della ragazza dai capelli tinti cercò di nascondere malamente ciò che davvero provava. Gli occhi lanciavano saette tali da fare invidia a Giove nei suoi giorni di peggiore malumore.
«Quella sera,» proseguì Beatrice, sorridendo appena, probabilmente nel vedere l’effetto delle sue parole su Anna, «c’era poca gente anche nella discoteca. Era ancora presto, e i ragazzi della nostra età non erano ancora arrivati, mentre quelli un po’ più vecchi erano già impegnati con qualcuna. La serata sembrava portare a poco di utile.
“Anna mi propone di offrirle da bere al bar e accetto, già convinta di restare solo un quarto d’ora, buttare giù qualche bicchiere di Coca Cola e poi tornarmene a casa, sperando di trovare qualcosa da guardare in televisione. No, ragazze: essere una bella figa, come mi definite voi, non significa che ogni volta che metto il naso fuori di casa ci siano dei ragazzi che cercano di sedurmi e portarmi a letto. O, per lo meno, ragazzi per cui valga la pena aprire le gambe e perdere del tempo a farli godere con la mia fregna.
“Ci sediamo al bar e ordiniamo da bere. Mentre cerco di annegare la mia insoddisfazione nelle bollicine della Coca, Anna mi colpisce al braccio con il gomito, indicandomi una coppia di ragazzi. Mi sporgo per vedere meglio oltre di lei: mi ci vuole poco per riconoscerli, anche se le luci sono basse…» Beatrice tentennò un attimo, come se facesse fatica a nominarli. «Sono Donato e… beh, tuo fratello, Chiara».
