Il paesaggio scorre veloce al di là dal finestrino del treno; mi torna famigliare, sono a solo trenta minuti da casa, ma sono ben cinque anni che ne sono stato lontano. Lavoro sulle piattaforme petrolifere del mare del Nord. Ho avuto un brutto incidente: sono stato colpito da un grosso tubo che, a causa del mare grosso, era sfuggito al controllo di un giovane, quanto inesperto, collega Son precipitato dalla piattaforma, un volo, fortunatamente, interrotto da una rete di protezione, appena sei metri più sotto, riportando la rottura del gomito sinistro. Ero rimasto quasi un mese in un ospedale. Per la convalescenza di circa due mesi, avevo deciso di tornare a casa e, con l’aggiunta delle ferie, sarebbero diventati tre. A casa mia, ad attendermi, avrei trovato solo mia madre. Quando me ne ero andato, lei era in rotta di collisione con mio padre: il porco era un puttaniere incallito. Di dodici anni più grande, aveva sedotto mia madre quando aveva appena diciotto anni, ma il guaio consisteva nel fatto che lei era rimasta incinta e mio nonno, quando aveva saputo che non voleva sposarla, gli aveva messo il fucile davanti alla faccia. «O te la sposi o sparo.» L’aveva sposata, ma poi aveva continuato a scopare tutte le troie che gli capitavano a tiro. All’inizio, mamma se ne sentiva ferita, poi aveva lasciato perdere. Al mio diciottesimo compleanno, lui ebbe la faccia tosta di portare alla festa anche la sua ultima fiamma, una puttana sudamericana. Ancora una volta mamma lasciò correre, ma quando si rese conto che la troia aveva messo gli occhi su di me, li cacciò fuori di casa. Lui sparì, svuotando il conto corrente e mamma si ritrovò ad iniziare una vita da divorziata, lavorando nel suo splendido negozio di merceria. Quante seghe mi ero fatto dentro quel negozio, fra merletti, mutandine, calze ecc. La mia natura da feticista, mi faceva eccitare così tanto che dovevo correre in bagno a segarmi: che bello quel periodo della mia infanzia. Alla stazione ho preso un taxi e mi sono fatto lasciare davanti al negozio. Lei era all'interno e non sapeva del mio arrivo. Quando entrai, lei era girata di spalle, per cui mi vide solo dopo. «Marco, amore mio, che ci fai qui?» Mi abbraccia ed io avevo ancora il braccio appeso al collo. Mi tempesta di domande. “Accidenti, che ti è successo?” «Nulla, mamma, non è niente.» Mi giro e vedo che c’è una commessa; lei mi viene incontro.
«Marco, che bella sorpresa!» «Ciao, Giada.» Ci abbracciamo: eravamo amici dalle scuole elementari. «Lavori qui?» «Sì, aiuto Anna da circa tre anni.» Mamma continua a tenermi stretto a lei. Cerco di minimizzare la natura dell’incidente, poi, essendo quasi ora di chiusura, lascia il compito a Giada e ce ne andiamo a casa. Ora abita non molto lontano: da qualche tempo, aveva lasciato la casa dove abitava con papà. In primis, perché le ricordava cose brutte, in secundis perché, senza di me, era eccessivamente grande. Entriamo e lei me la mostra con orgoglio, non conoscendola. Questo è il salone, la cucina, il bagno è direttamente in camera sua; quando entro, resto senza parole. Alle pareti della camera ci sono tre ingrandimenti che mi ritraggono. Uno mi ritrae seduto su di un muretto a casa dei nonni, l’altro siamo insieme il giorno del mio diploma e, nell’ultimo, era l'epoca in cui, avendo conseguito la patente, volli arrivare fino al mare: trascorremmo una delle più belle e divertenti domeniche della mia vita. «Dai, cambiamoci: voglio portarti a cena fuori.» Lei, prima si fa la doccia e, quando ne esce, indossa un piccolo accappatoio che le arriva appena sopra il ginocchio. Mi sto spogliando, cerco di togliere la maglietta e lei insiste per aiutarmi: le sue mani hanno uno strano effetto sul mio corpo. «Caspita, hai proprio un bel fisico.» Mentre dice questo, fa scorrere le mani sui miei pettorali. «Sai, quando non si lavora, abbiamo una piccola palestra sulla piattaforma e, così, per ammazzare il tempo, passo diverse ore ad allenarmi.» Sono turbato dalle sue gambe, lisce, ben tornite e bianche, che spuntano da sotto l’indumento. Quando si abbassa per togliermi i pantaloni, l’accappatoio si apre un po’ e, dall’alto del mio uno e ottantacinque, intravedo i seni ed un po’ del folto boschetto, che si ritrova in mezzo alle gambe. Fingo di non guardare e m’infilo in bagno. Mi metto sotto la doccia ed ho un’erezione paurosa. È vero che non scopo da circa due mesi, ma, cazzo, quella è mia madre! Regolo l’acqua a freddo e mi calmo. Quando esco, lei è parzialmente vestita: indossa dei pantaloni aderenti bianchi di lino, semitrasparenti, e sotto si nota un piccolissimo perizoma. Sopra ha un reggiseno che, a mala pena, riesce a contenere il seno di una splendida quarta misura. Un maglioncino a V, anche questo velatissimo, completa l’abbigliamento, che mi fa tornare il cazzo duro. Andiamo a cena in un ristornate del centro. Lei è la più avvenente tra le donne. Parla, ride e mi chiede se al nord abbia trovato una ragazza.
«Una? Cento! Dopo esser rimasti per tre settimane in mezzo al mare, nella quarta sbarchiamo a terra e lì troviamo delle ragazze che ci fanno divertire.» «Mi vuoi far credere che vai a donnine? Sono gelosa.» E giù a ridere. Quando usciamo, facciamo una passeggiata per il corso; la serata è molto calda, fra otto giorni sarà giugno, lei è bellissima. Mi tiene il braccio intorno alla vita e, mentre camminiamo, sembriamo due innamorati. Le offro un gelato. Si mette a succhiare e leccare il cono con un movimento della bocca e della lingua, che mi ricorda tanto il pompino. Risultato? Ho di nuovo il cazzo in tiro. Quando torniamo, lei mi propone una cosa che mi lascia un poco trasecolato. «Dovrai dormire con me, il letto è matrimoniale, mentre se dormissi sul divano, domani sarai distrutto.» Ci mettiamo a letto. Fa caldo, lei dorme solo con la leggerissima camicia da notte, io a torso nudo, con solo dei pantaloncini a mo' di pigiama. Stanco del viaggio, mi addormento quasi subito. Mi sveglio verso le due di notte, ho caldo, sete e mi alzo: vado a bere in cucina. Quando torno, dalla finestra aperta, entra luce soffusa dalla strada. Lei è quasi nuda, la camicia è alzata, le mutandine son finite nello spacco della fica e, sotto la stoffa, è visibile un voluttuoso cespuglio. Le cosce completamente scoperte sono bellissime. Ho una violenta erezione: è troppo e mi lascio andare ad una sega furiosa. Sborro in una mano, ritorno in bagno per pulirmi e, quando torno, lei ha cambiato posizione: ora anche un seno è quasi scoperto; mi eccito di nuovo, ma cerco di resistere. Mi distendo sul letto. Lei si gira ed il suo braccio finisce sul mio torace. Lei rimane immobile, io non controllo più la mia eccitazione, sposto lentamente la sua mano fino al cazzo, che ho provveduto a tirar fuori dai pantaloncini; le sue dita ora sono appoggiate sul mio membro. Resto immobile, lei mi accarezza piano. Mi eccito come un toro, sono in attesa di un qualche sviluppo, invece lei, dopo un breve istante, si rigira e mi lascia così. A fatica, mi riaddormento; il mattino dopo, trovo un biglietto. «Se vieni in negozio, facciamo colazione insieme.» Mi alzo sudato, vado sotto la doccia e, quando metto i miei slip nel cesto dei panni sporchi, vedo le sue mutandine. Le prendo, ho il cazzo in tiro, le annuso, le succhio proprio lì, dove la stoffa ricopre la fica. Sono fradice di umori, mi eccito al profumo che emanano, mi sego. Sborro direttamente sull’indumento. Quando entro in negozio, lei è raggiante di felicità. Mi copre di baci, poi chiedo a Giada, dove posso trovare una palestra per far la ginnastica rieducativa per il braccio.
«Vai da Luigi.» «Chi?» «Luigi, quello che chiamavamo Big Jim: ha messo su una bella palestra, vicino alla stazione.» Accidenti se me lo ricordo. Io, lui e Giada, eravamo inseparabili. Il pomeriggio, verso le sei, vado a trovare l’amico. «Accidenti... ma sei proprio tu, vecchio pirata. Hai finito di scoparti le norvegesi e tutte le puttane del nord?» «No, ne ho lasciate alcune anche per te, se mai volessi venirmi a trovare.» Parliamo un po’ di tutto. Lui insiste perché io resti a cena da lui; chiamo mamma ed l'avverto. Mi studia un programma di lavoro per il braccio, poi andiamo a casa sua. Quando entro ci trovo Giada. «Ma tu? Voi?» «Stiamo insieme da due anni.» Mi ritrovo benissimo con loro; eravamo amici da sempre. La serata scorre via veloce, mi rendo conto che è tardi, sono le due, e mi avvio alla porta. «Ci ha fatto molto piacere, spero che ci troveremo ancora, insieme.» Giada mi bacia sulle labbra, non un bacio comune, qualche cosa che portava a far sorgere molte perplessità, ma non certamente a Luigi che, essendo presente, mi sorride. Quando torno, Anna già dorme. Per non svegliarla, mi spoglio al buio, ma noto che, forse sarà per il caldo, ma lei indossa solo un piccolissimo slip e niente altro. Le guardo i seni, mi eccito come un cavallo, mi avvicino, le mie mani si posano dolcemente sul seno, lo accarezzo, lei geme e mugola. Sembra che dorma, forse sogna, allora poso le mie labbra sul capezzolo e lo succhio. Geme e mugola di nuovo. Resto per un momento fermo, la sua mano mi prende la testa e mi spinge a lambire l’inguine. Continua a gemere, io le abbasso lo slip, la sua fica è profumata, invitante. La mia bocca non esita e si tuffa dentro quel nido pieno di umori, che si propone a farsi godere. Quando la mia lingua, comincia a leccare, si solleva, toglie l’inutile indumento ed io mi giro, offrendole il cazzo da succhiare. «Amore, sono tua. Fammi morire, dai, ti voglio.» Perdo ogni remora e mi sistemo tra le sue cosce. La mia lingua parte dal suo bottoncino e finisce al fiorellino anale, che lambisco sperando di riuscire a lappare anche quello. Lei si gira, prende il membro, lo lecca; la sua bocca lo lucida dalla cappella alle palle, mentre geme. Mi regala un primo orgasmo, allorché si infila il cazzo in bocca. «Ti voglio, dammelo, ti prego.»
