La strada del ritorno
C’è una sensazione molto precisa che si prova quando sei seduta sul sedile del passeggero, accanto a tuo marito, e capisci che la serata non ti appartiene più. Eravamo appena usciti dal cinema. Io indossavo un tubino nero, semplice ma aderente, e le calze velate; Pippo aveva una camicia sbottonata sul collo. Una coppia normale di cinquant'anni, a bordo di una berlina grigia, in una normale serata di metà settimana.
7 ore fa
Mentre Pippo imboccava la tangenziale per tornare a casa, il suo telefono ha squillato in vivavoce.
Sullo schermo è apparso il nome di Gino.
«Dimmi,» ha risposto mio marito, abbassando il volume della radio.
«Siete in macchina?» La voce di Gino ha riempito l'abitacolo. Fredda, imperativa.
«Sì, stiamo tornando.»
«Passate a prendermi. Vi mando la posizione.»
«Abbiamo quasi fatto...» ha tentato Pippo, ma ho notato che il suo tono non era di protesta, era di attesa.
«Non m'interessa,» ha tagliato corto Gino. «Siete ancora in giro, e ho voglia di scoparmi tua moglie. Venite a prendermi. Subito.»
La chiamata si è chiusa. Pippo ha solo messo la freccia e ha invertito la marcia al primo svincolo. Io mi sono morsa il labbro inferiore, sentendo il calore che iniziava a diffondersi in mezzo alle gambe. Sapevo benissimo cosa significava assecondare i capricci di Gino, ma farlo così, strappati alla routine di un martedì sera, mi dava le vertigini.
Dieci minuti dopo, Gino saliva sul sedile posteriore della nostra auto. Non ha nemmeno chiuso lo sportello che già la sua mano grande, scura, ruvida, si allungava in avanti, afferrandomi per il colletto del vestito e tirandomi all'indietro contro il poggiatesta.
«Vai verso il parco nord,» ha ordinato a Pippo. «Entra nel parcheggio sterrato, quello dietro i vecchi campi sportivi.»
Pippo ha eseguito l'ordine in silenzio, mentre le dita di Gino scivolavano nella mia scollatura, stringendomi il seno senza alcuna delicatezza.
Quando siamo entrati in quel parcheggio isolato, nel buio, a fari spenti, c'erano almeno altre tre o quattro macchine ferme. Era un punto di ritrovo per guardoni, il classico posto dove chi cerca un'avventura o ama spiare passa le notti.
«Fermati qui. Spegni i fari,» ha detto Gino. «Anna, scendi. Vai fuori. Appoggiati al cofano e togliti quelle cazzo di mutande.»
Non avevo scelta. E, in fondo, Pippo non ha fatto nulla per impedirmelo; è rimasto al posto di guida, abbassando appena il finestrino.
Sono scesa. L'aria umida della notte mi ha fatto venire i brividi. Mi sono appoggiata con la schiena al cofano tiepido, ho sollevato il tubino e mi sono sfilata gli slip.
Gino è sceso con calma. Ha fatto il giro dell'auto, sbottonandosi i jeans.
Nel buio, ho sentito dei rumori. Gli sportelli delle altre auto si erano aperti. Due uomini ne erano scesi e si erano avvicinati silenziosamente, fermandosi a pochi passi da noi. Sembravano fantasmi, ombre anonime attratte dal richiamo della carne.
Il panico mi è salito in gola, ma prima che potessi coprirmi, Gino mi ha afferrato le cosce, me le ha divaricate e mi è entrato dentro con una spinta secca e profonda.
Ho emesso un gemito acuto.
«Fatti guardare, Anna,» ha ringhiato Gino, sbattendomi contro la lamiera della nostra auto familiare, mentre il cofano rimbombava a ogni suo affondo. «Mostra a tuo marito a cosa servi veramente.»
Mentre Gino dettava il ritmo, i due estranei si sono avvicinati ulteriormente. Ho girato il viso, disperata, cercando lo sguardo di Pippo dal finestrino.
Mio marito mi guardava con gli occhi sbarrati. Ma non li ha cacciati via. Anzi, ha fatto un leggero cenno d'assenso col capo verso i due uomini.
È bastato quello. Uno degli estranei, un uomo robusto che odorava di fumo, si è avvicinato al mio viso. Ha aperto i pantaloni e, senza dire una parola, mi ha premuto l'inguine contro la guancia. Ho obbedito d'istinto, aprendo la bocca, ingoiandolo fino in fondo, soffocando i miei stessi gemiti mentre dietro Gino continuava a sfondarmi.
Il secondo estraneo, nel frattempo, aveva tirato fuori un preservativo, scartandolo frettolosamente nel buio. Ha posato una mano pesante sulla mia nuca, sporcandosi le dita con il mio sudore, aspettando pazientemente il suo turno come in una catena di montaggio.
Ero schiacciata contro il cofano della mia macchina, usata contemporaneamente da due estranei e dall'amante abituale, nel bel mezzo di un parcheggio sterrato. E mentre soffocavo e venivo riempita senza pietà, i miei occhi non si staccavano dal finestrino aperto di Pippo.
La debole luce del cruscotto ne illuminava il viso. Si stava masturbando furiosamente, ipnotizzato dalla vista della sua normale, noiosa, rispettabile moglie ridotta a un orinatoio pubblico sotto le stelle. E in quel momento, non ho mai goduto così tanto in vita mia.
***
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