Capitolo 2 - costretta a guardare mentre le scopano
Lucrezia è costretta a guardare gli abusi ai danni delle sue domestiche.
Il passaggio dalla mia elegante goletta al ponte di quella nave maledetta fu un vortice di terrore, fumo e pura brutalità.
Fui trascinata di peso oltre il parapetto, le mie braccia strattonate con una forza tale da farmi temere che si sarebbero lussate. L'aria era satura di un puzzo opprimente di salsedine, sangue fresco, catrame e sudore stantio. Quando i miei stivali toccarono il legno fradicio e scheggiato del ponte corsaro, fui spinta in avanti senza pietà, cadendo rovinosamente sulle ginocchia.
Il caos intorno a me era assordante, ma i miei occhi misero a fuoco solo una scena: Maria e Dorita. Le mie povere, giovani domestiche erano state gettate contro l'albero maestro. Erano irriconoscibili. I loro abiti un tempo lindi erano ridotti a stracci, i corsetti lacerati a tal punto da lasciare i loro seni quasi completamente esposti all'aria fredda e agli sguardi famelici della ciurma. Sulle loro cosce nude e sulle spalle pallide spiccavano lividi violacei e graffi sanguinanti, segno evidente di quanto avessero lottato. Entrambe avevano la bocca serrata da stracci luridi e sporchi di grasso navale; non potevano fare altro che piangere a dirotto, i loro lamenti soffocati che si perdevano tra le risate sguaiate e gli insulti dei pirati. Il degrado a cui erano state ridotte era totale, una macabra esposizione di carne sottomessa.
Cercai di alzarmi, ma una mano immensa e ruvida come carta vetrata mi afferrò per i capelli, tirandomi la testa all'indietro.
«Ferma dove sei, maestà,» ringhiò una voce roca, intrisa di lussuria repressa.
Mi ritrovai circondata da decine di uomini sporchi, i cui sguardi mi divoravano come lupi affamati. Eppure, per quanto i loro occhi bramassero il mio corpo e i loro respiri si facessero pesanti, nessuno di loro osava sfiorarmi con intenzioni diverse dalla semplice e brutale prigionia. L'ordine che aleggiava su di me era un marchio a fuoco: non toccatela.
Il pirata che mi teneva per i capelli mi forzò a restare in ginocchio, premendo uno stivale pesante contro le mie gonne. Con movimenti secchi e spietati, mi afferrò i polsi e li incrociò dietro la mia schiena. La canapa grezza della corda mi tagliò la pelle delicata, stringendo così forte da farmi pulsare il sangue nelle dita.
Ogni mio sussulto, ogni mio respiro affannato, faceva sollevare il mio petto prosperoso, mettendo a dura prova le cuciture del mio abito da viaggio. Il corsaro se ne accorse. Con un sorriso sghembo e crudele, afferrò il colletto di pizzo del mio vestito e tirò con forza. Il tessuto si strappò con un rumore secco. I bottoni saltarono via, rotolando sul ponte, e la scollatura si aprì del tutto, rivelando il solco profondo tra i miei seni pieni e pesanti, trattenuti a malapena dal corsetto slacciato.
L'uomo si leccò le labbra screpolate, le dita callose che indugiavano a un millimetro dalla mia pelle nuda, tremando per lo sforzo di trattenersi. La tensione erotica era palpabile, sporca e terrificante.
«Che spreco...» sussurrò l'uomo, il fiato che mi accarezzava il collo. «Avervi tutte per noi e dovervi lasciare la più succulenta...»
Prima che potessi gridargli in faccia tutto il mio disprezzo, mi ficcò a forza un pezzo di cuoio duro tra i denti, tirando un cordino ruvido dietro la mia testa e annodandolo senza alcuna delicatezza. Il sapore amaro mi invase la bocca, la corda mi tirava gli angoli delle labbra, costringendomi a un'espressione grottesca e impotente.
Ero legata, esposta, imbavagliata e in ginocchio davanti a una platea di mostri. Le mie compagne urlavano di terrore attraverso i loro bavagli, mentre la disperazione cercava di spezzare anche me. Ma sotto il panico, sepolta nel profondo del mio ventre, la consapevolezza del mio stesso potere iniziava a farsi strada. Non ero un pezzo di carne qualunque. Il Capitano mi aveva voluta intatta. Mi aveva rivendicata senza nemmeno sfiorarmi.
Improvvisamente, le risate della ciurma si spensero come candele al vento. I pirati fecero un passo indietro, abbassando lo sguardo, mentre il rumore inconfondibile di stivali di cuoio pregiato iniziava a risuonare sul ponte di legno, avvicinandosi lento e inesorabile alle mie spalle.
Passarono delle interminabili ore di navigazione.
Il tempo si perse nel buio pesto della stiva, un abisso umido dove l'aria era pesante di odori di polvere da sparo stantia, catrame bagnato, merce marcia e la paura acida di noi tre. Eravamo ammassate in un angolo, i nostri corpi raggomitolati su un pavimento di legno viscido e freddo. Il buio era così totale da essere quasi solido, rotto solo dal tremolio pallido di una lanterna che pendeva da una catena, proiettando ombre danzanti che sembravano spiriti tormentati.
Maria e Dorita singhiozzavano senza sosta, i loro corpi scossi da convulsioni di terrore. Ogni minimo rumore dall'alto, un tonfo, un urlo sguaiato, lo scricchiolio delle assi, le faceva sussultare, stringendosi a me con la forza della disperazione. Le mie gonne erano strappate, i miei capelli un groviglio di sporcizia e salsedine, la mia pelle era coperta di graffi, ma dentro di me, il panico stava lasciando spazio a una freddezza agghiacciante. Calcolavo. Ascoltavo. Imparavo i ritmi di quella nave, i suoni della ciurma, la profondità della nostra caduta.
Poi il suono cambiò. Dalla botola del carico, scese un rumore di festa. Musiche rozze eseguite con violini scordati e flauti fatti di ossa, risate che erano più simili a urla, il tintinnio fradicio di boccali di metallo e il battito ritmico di stivali sul legno. Stavano festeggiando il bottino.
Periodicamente, la botola si apriva, e il chiarore della luna e il rumore assordante della festa invadevano la nostra prigione per un istante. Un pirata ubriaco scendeva a rotoli le scale, urtava contro le casse, afferrava un barile di rum o birra e risaliva, maledicendo e cantando a squarciagola. Ogni volta che la luce inondava la stiva, vedevamo i volti terrorizzati delle mie domestiche, gli occhi sbarrati come quelli di animali catturati.
Il trambusto aumentò, le voci divennero più stridenti, i canti più volgari. Poi, un tipo di silenzio calò sull'esterno. Un silenzio pieno di sussurri e risatine sguaiate. Sentimmo il rumore di stivali che scendevano le scale. Non uno, ma un gruppo. Li sentimmo camminare con incertezza verso di noi, i loro passi pesanti e ubriachi. L'odore del rum dolciastro e del sudore ci investì prima ancora di vederli.
Erano una cinque, le facce illuminate da un bagliore di pura lussuria bestiale. I loro sguardi si posarono su di noi tre, ma scivolarono via da me quasi istantaneamente. C'era un velo di paura, di rispetto, o forse solo l'obbedienza a un ordine non detto. I loro occhi famelici si appuntarono su Maria e Dorita, che si erano rannicchiate dietro di me, tremando come foglie.
«Andiamo, bellezze,» fece uno, un uomo enorme con una cicatrice a forma di uncino sul guancia, il suo fiato puzzolente di alcol. «È ora di fare festa anche per voi.»
Il mondo crollò in un attimo.
Prima che potessi persino pensare a muovermi, due di loro mi afferrarono. Non mi toccarono con lussuria, ma con una brutalità funzionale. Uno mi bloccò le braccia dietro la schiena, mentre l'altro, un uomo con denti marci e occhi vitrei, estrasse un coltello arrugginito. La lama fredda e scura mi si avvicinò alla gola, non per tagliare, ma per minacciare. Poi, con un secco movimento del polso, tagliò la corda che mi legava i polsi. Non era un gesto di pietà. Era un gesto di sadismo.
«Senti, nobildonna,» sibilò il gigante con la cicatrice, mentre gli altri strappavano Maria e Dorita dalle mie braccia con la violenza di cani che si contendono un osso. «Vedrai come si festeggia su una nave vera. Vedrai cosa succede a chi si trova sul nostro cammino. E tu guarderai.»
Mi strapparono via il resto del vestito, lasciandomi solo in biancheria intima di seta ora lurida e strappata. Non lo fecero per desiderio, ma per umiliarmi. Poi mi spinsero a terra, di fianco a un mucchio di gomme, legandomi i polsi di nuovo, ma stavolta a una trave del pavimento. Ero costretta a inginocchiarmi, esposta e incapace di allontanare lo sguardo. Ero costretta a vedere.
Le urla di Maria e Dorita, soffocate dai bavagli, si trasformarono in lamenti strazianti quando i pirati le piombarono addosso. Un uomo, magro e con una barba ragna, si gettò su Dorita, strappandole i vestiti di dosso con la furia di un animale. La gettò su una coperta sudicia, le aprì le gambe con un calcio secco. Senza una parola, senza un attimo di esitazione, sfilò il suo cazzo duro e venereo fuori dai pantaloni. Era un pezzo di carne informe, con vene pulsanti. Lo spinse dentro la fica di Dorita con un colpo secco, brutale. La ragazza schizzò in avanti come colpita da una frusta, le sue guance gonfie di lacrime che ora scorrevano liberamente. Lui iniziò a scoparla con una forza spietata, ogni affondo un'ulteriore violazione, i testicoli che sbattevano contro le sue natiche con un suono umido e disgustoso.
«Guarda! Guarda bene!» mi ordinò il gigante, afferrandomi i capelli e costringendo la mia testa verso la scena. «Questa è la tua sorte!»
Maria fu presa da due uomini contemporaneamente. Uno si sdraiò sulla schiena, la costrinse a cavalcarlo, piantandole il cazzo nella fica già bagnata dal terrore e dal sudore. L'altro, un tipo massiccio con una pancia da birraio, si posizionò dietro di lei, le divaricò le chiappe e, senza alcuna preparazione, le infilò il cazzo duro nel culo. L'urlo di Maria fu così acuto da farsi sentire attraverso il bavaglio. Entrambi iniziarono a muoversi, uno spingendo da sotto, l'altro bombardandola da dietro. Il suo corpo, piccolo e fragile, era schiacciato tra le due masse muscolose che la usavano come un oggetto, un foro da riempire.
Io sono costretta a guardarle. Ogni singolo istante è un'agonia che si stampa nella mia mente. Il corpo di Dorita sbatte contro il legno sporco, il suo viso è una maschera di dolore puro. Il suo stupratore le stringe i seni piccoli con una forza tale da lasciare il segno, le pizzica i capezzoli fino a farli diventare viola. Lui gode, il suo volto è contorto in un ghigno di puro piacere bestiale. Si gode la sua potenza, la sua violenza.
Maria è un burattino scaraventato avanti e indietro. I due uomini la riempiono da entrambi i lati, i loro movimenti sono sincronizzati, una danza macabra che la sta distruggendo. Le sue gambe, le sue braccia, la sua schiena, tutto il suo corpo è un solo muscolo teso al massimo, una corda pronta a spezzarsi. Le sue lacrime, il suo sudore, la sua bava, tutto si mescola in una melma di disperazione.
«Bella, eh?» mi sussurra il gigante accanto a me, il suo cazzo è un ceppo duro che preme contro la mia guancia attraverso i suoi pantaloni. «Vedrai che anche tu avrai il tuo turno. Il Capitano vuole che tu sia intatta... per ora. Ma non può negarci per sempre un pezzo di carne così succulento.»
La sua mano callosa scende lungo la mia schiena, mi accarezza il fondoschiena rotondo e compatto, stringendolo con una violenza che mi fa male. Mi sento impotente, umiliata. Ma sotto il livido della paura, una fiamma diversa sta iniziando a bruciare. Non è desiderio. È furia. È un freddo calcolo che prende forma. Vedo i loro volti, sento i loro gemiti di piacere. Imparo i loro punti deboli. La loro lussuria è la loro più grande debolezza. Un'arma che posso usare.
Un altro dei pirati si stacca dal gruppo, non soddisfatto. Si avvicina a Dorita, le sfila il bavaglio con un tiro secco. La ragazza emette un lamento straziante, ma prima che possa urlare, l'uomo si accovaccia e le afferra il viso, spingendole il cazzo in bocca fino a farla soffocare. «Succhialo, puttana!» le ordina, tenendole la testa ferma con entrambe le mani. Il cazzo di quello che la sta scopando dalla fica si bagna ancora di più, forse eccitato dalla vista. Dorita si dimena, cerca di respirare, ma è inutile. La usano come un oggetto, un foro da riempire, un corpo da possedere.
Il gigante accanto a me ride, un suono rauco e disgustoso. «Guarda che brave. Stanno imparando il loro posto.» La sua mano mi stringe ancora più forte il culo, poi sale lungo la mia schiena, fino alla nuca. Mi costringe a guardare ancora più da vicino. «Vuoi un assaggio, principessa? Vuoi sentire che sapore ha una vera fica, dopo aver avuto solo i vizzi di qualche duca decrepito?»
Sento il mio cuore battere all'impazzata, non di paura, ma di rabbia. L'adrenalina scorre nelle mie vene come il veleno. Vedo il corpo di Maria, usata e sfruttata, sento i suoi lamenti soffocati che mi trafiggono l'anima come spilli roventi. Ogni suo singhiozzo, ogni suo gemito di dolore, è una spinta che mi spinge oltre il punto di rottura. Ogni sguardo lussurioso, ogni risata sguaiata, ogni insulto, è una pietra che costruisce la mia fortezza interiore. Sto per spezzarmi, ma in un modo diverso da quello che pensano. Sto per trasformare questa umiliazione in carburante. Sto per diventare ciò che non hanno mai immaginato. E mentre guardo le mie povere domestiche essere distrutte, sento nascere in me una determinazione così feroce da spaventare persino me stessa.
Il gigante si allontanò da me, convinto che la mia volontà fosse spezzata, che il mio spirito fosse già morto, ucciso dallo spettacolo della violenza. Si unì alla mischia, ridendo mentre afferrava Dorita per i fianchi, tirandola via dal suo compagno e ribaltandola a pancia in giù. Senza la minima esitazione, le divaricò le natiche con le mani callose e le infilò il suo cazzo massiccio nel culo. L'urlo di Dorita non fu più umano, era il grido di un animale sgozzato.
Maria non ebbe tregua. Mentre un uomo la scopava ancora nella fica, un altro le si mise in ginocchio davanti, le strappò il bavaglio e le ficcò il cazzo in gola così a fondo che il vomito le risalì, mescolandosi con le lacrime e il sudore. Il terzo la stava picchiando, schiaffeggiandola sui seni piccoli e sul culo, godendo del suono delle sue mani sulla sua pelle viva e del modo in cui il suo corpo tremava ad ogni colpo.
Erano un'unica massa di corpi sudati, un turbine di violenza e lussuria. Le loro risate si mescolavano ai lamenti soffocati delle ragazze, agli schiaffi umidi della carne contro la carne. Il mio mondo si ridusse a quello spettacolo orribile, un'orgia di dolore e piacere distorto.
Il gigante, con un movimento brusco, estrasse il cazzo dal culo di Dorita e lo spinse nella fica. Si godeva il suo potere, la sua capacità di distruggere, di possedere. «Guarda che fica, ragazzi!» gridò, il suo ghigno un'orribile maschera di trionfo. «Questo è il modo in cui si fotte una donna!»
Vedevo tutto con una chiarezza terrificante. O singola vena sul cazzo dei miei carcerieri, ogni singolo muscolo che si contraeva sui corpi delle mie povere domestiche, ogni goccia di sudore che scendeva lungo le loro fronti. L'odore di sperma, di sangue e di paura era così denso da poterlo quasi masticare. E in quel momento, qualcosa si spezzò dentro di me. Non fu la paura. Fu la rabbia. Una rabbia fredda, pura, così potente da farmi dimenticare chi stessi, dove fossi, cosa stessi rischiando. Vidi le facce di Maria e Dorita, contorte dal dolore, e vidi il futuro che mi aspettava se non avessi agito.
Mi mossi.
Senza un suono, senza un respiro, mi alzai di scatto. L'adrenalina era un fuoco che mi scorreva nelle vene, bruciando via ogni paura. I miei occhi, fissi su un pezzo di legno scheggiato appoggiato contro una cassa, brillavano di una luce nuova. Era un'asse, forse parte di una cassa rotta, spessa e pesante, con uno spigolo affilato. L'afferrai con entrambe le mani, il legno ruvido contro le mie palme. Sentii il suo peso, la sua promessa di violenza.
Con un urlo che non era mio, un suono primordiale che sgorgò dalle viscere della mia disperazione, mi lanciai in avanti. Il primo passo fu incerto, il secondo sicuro. Il gigante era di spalle, concentrato a distruggere Dorita, il suo culo nudo e sudato che si muoveva al ritmo delle sue penetrazioni violente. Lo colpii con tutte le mie forze.
L'asse si infranse sulla sua testa con un suono sordo, terrificante. Legno contro ossa. Il gigante si bloccò, il suo corpo rigido per un istante. Poi si accasciò lentamente, come un albero abbattuto, crollando addosso a Dorita, che emise un gemito soffocato dal suo peso. Un fiume di sangue scuro iniziò a scorrere dal suo cranio, mescolandosi con la sporcizia del pavimento.
Per un istante, ci fu il silenzio.
Poi, il caos.
Gli altri quattro si voltarono, i loro volti contorti dalla sorpresa e da una rabbia improvvisa. I loro giochi erano stati interrotti. La loro preda si era ribellata.
«La troia!» ringhiò uno, quello che stava scopando Maria. Estrasse il cazzo dalla fica della ragazza con un movimento rapido e si lanciò verso di me.
Ero sola, con un pezzo di legno in mano, contro quattro lupi arrabbiati.
Mi spinsi indietro, cercando di guadagnare un secondo, un attimo. Il primo mi raggiunse, la sua mano callosa si tese per afferrarmi la gola. Lo schivai di lato, il suo corpo mi sfiorò, e gli infilai lo spigolo dell'asse nella costola. Sentii il colpo, un tonfo sordo, e il suo gemito di dolore. Ma non si fermò. Si girò, il suo volto una maschera di furia, e mi colpì con un pugno allo stomaco.
L'aria mi uscì dai polmoni in un sibilo. Caddi in ginocchio, il legno mi sfuggì di mano. Vidi i suoi stivali avvicinarsi, sentii l'odore del suo sudore e del suo cazzo ancora duro. Poi un'altra ombra si abbassò su di me. Erano in due.
«Hai giocato, troia. Ora tocca a noi», sibilò uno.
Mi afferrarono, uno per ogni braccio, e mi sollevarono a terra. Eran...
La bocca dell'uomo mi si schiacciò contro le labbra, la sua lingua mi invase, il suo alito di rum e tabacco mi riempì i polmoni. Lo spinsi via con la forza della disperazione, ma fu inutile. L'altro mi si avvicinò da dietro, le sue mani mi strapparono reggiseno, i suoi denti mi mordevano il collo.
Eri una statua di marmo, e loro erano degli scultori rozzi che volevano farti a pezzi.
«Lasciatemi...» sibilai, la mia voce un filo sottile.
Risero. Una risata sguaiata, brutale, che si mescolava con i lamenti di Maria e Dorita.
«No, principessa. Ora impari», disse quello di fronte a me, mentre mi slacciava i pantaloni. «Ora impari che non sei nulla. Che sei solo un paio di buchi da riempire.»
Il suo cazzo mi si puntò contro la pancia, duro, caldo, pulsante. Lo senti vibrare, un serpente pronto a mordere.
«Guarda che bellezza», disse l'altro, le sue mani che mi schiacciavano i seni pieni, i polpastrelli che mi torcevano i capezzoli fino a farmi urlare. «La nobildonna ha un corpo da puttana.»
Caddi in ginocchio, il legno mi sfuggì di mano. Vidi i suoi stivali avvicinarsi, sentii l'odore del suo sudore e del suo cazzo ancora duro. Poi un'altra ombra si abbassò su di me. Erano in due.
«Hai giocato, troia. Ora tocca a noi», sibilò uno.
Mi afferrarono, uno per ogni braccia, e mi sollevarono a terra. Erano forti, i loro corpi coperti di sudore, i loro occhi lucidi di alcol e rabbia. Mi strapparono via gli ultimi brandelli di seta che mi coprivano, lasciandomi nuda, vulnerabile. La mia pelle andò a contatto con il legno freddo e umido della stiva, un brivido mi percorse la schiena. Uno si inginocchiò tra le mie gambe, l'altro si accovacciò sulla mia faccia. Sentii il calore dei loro corpi, l'odore acre del loro desiderio, il loro respiro pesante che appannava l'aria. Ero un animale in trappola, e i cacciatori stavano per fare il loro pasto.
«Succhia, puttana!» mi ordinò quello sopra di me, afferrandomi i capelli e spingendo la sua erezione contro le mie labbra serrate. La sentii pulsare, viva, contro la mia pelle.
Una mano violenta mi strappò via di bocca il cazzo che mi stava per penetrare. Non fu pietà. Fu puro panico.
«ASPETTA!» urlò una voce, un tipo tarchiato con un orecchio a punta e occhi da topo. «Il Capitano! Ha detto che la nobildonna è per lui! Se la trova già sfondata, ci ammazza con le sue stesse mani!»
Il pirata sopra di mi si bloccò, il cazzo ancora pulsante. Il suo volto, contratto in una maschera di rabbia frustrata, si girò verso il compagno. Era il ghigno di un leone a cui è stato rubato il pasto.
«E questa puttana ci ha ammazzato Sgombro!» ringhiò l'altro, indicando il corpo esanime del gigante. «Dobbiamo farla pagare!»
«E la pagherà,» sibilò il topo. «Ma non con la fica. Non ancora. Copritela. Subito. Con gli stracci. E sbrigati!»
Con una brutalità rabbiosa, mi strapparono di dosso. Uno di loro afferrò i brandelli del mio vestito, ma li scagliò via con disprezzo. «Troppo puliti,» borbottò. Si voltò e afferrò un sacco di iuta usato, grezzo e puzzolente, che probabilmente conteneva patate marce. Me lo gettò addosso come a un cavallo. Il materiale ruvido mi graffiò la pelle, l'odore acido mi fece venire le lacrime agli occhi. Mi legarono di nuovo i polsi, ma in fretta, con nodi goffi, la loro attenzione altrove.
Mentre mi rivestivano con quei sudici stracci, la loro rabbia, senza più me come bersaglio diretto, si riversò sulle altre due con una violenza raddoppiata. Era come guardare un branco di iene che, spaventate dal leone, si rivolgono contro le carcasse più deboli.
«Tu!» urlò il topo, indicando Maria, che era accasciata sul pavimento, il corpo tempestato di lividi, lo sperma che le colava lungo le coscie. «Sei la prossima!»
La tirarono su come un sacco di patate. Il suo corpo non oppose più resistenza, era un burattino senza fili. La appoggiarono supina su una cassa di legno, le gambe penzoloni debolmente. Uno dopo l'altro, si avvicinarono. Non c'era più l'eccitazione di prima, solo una furia cieca, un bisogno di sfogare la frustrazione.
Il primo entrò in lei senza cerimonie, con un colpo secco che fece sobbalzare il suo corpo esanime. Il cazzo sprofondò nella fica già rovinata, bagnata di sperma e sangue. Lui la scopava con movimenti rapidi e convulsi, il volto contorto in una smorfia di rabbia. Si godeva il suo potere, la sua capacità di distruggere.
Il secondo si accovacciò sul suo viso. «Apriti, puttana!» ordinò, ma le labbra di Maria erano semichiuse, un filetto di bava le scendeva dal mento. Lui, arrabbiato, le schiaffeggiò, forte. La sua testa sbatté contro il legno della cassa. Le sue palpebre tremolarono. Lui ne approfittò, le infilò le dita in bocca e la forzò ad aprire, spingendoci il suo cazzo. «Succhia, succhia!»
Il terzo la picchiava, i suoi pugni si abbattevano sul suo stomaco, sui suoi seni, sulle sue cosce. Ogni colpo era un tuono sordo, seguito dal rantolo secco di Maria. Il suo corpo si contraeva a ogni pugno, un ritmico spasimo di dolore.
Io guardavo, immobile, il corpo coperto di iuta puzzolente. Sentivo il mio cuore battere all’impazzata, non di paura, ma di una furia gelida. Ogni singolo pugno, ogni singolo affondo, era un ago che mi trafiggeva l'anima. Ogni loro risata era una pietra che si aggiungeva al muro del mio odio.
Dopo che ebbero finito, dopo averla riempita da tutti i lati, dopo averla usata e sfruttata fino allo sfinimento, si allontanarono, lasciandola lì, supina sulla cassa, il corpo nudo e martoriato, un mucchio di carne insanguinata.
Ma non era finita.
«Non è abbastanza,» sibilò il topo, i suoi occhi da topo brillanti di cattiveria. «Merita una punizione. Per Sgombro. Per quello che ci ha fatto fare.»
Mi si avvicinò, il suo volto a pochi centimetri dal mio. Sentii il suo fiato puzzolente di rum e rabbia. «Tu hai causato tutto questo, principessa. Questa è la tua punizione. Tu guarderai.»
Si girò verso Maria. Prese a calci la cassa su cui giaceva, facendola crollare a terra. La ragazza si rannicchiò in posizione fetale, un gesto istintivo di protezione.
Il primo pirata, quello che l'aveva presa alla gola, si avvicinò. Le diede un calcio nel fianco, con una forza tale da farla rotolare su se stessa. Maria emise un gemito soffocato, un suono debolissimo, quasi inudibile sotto le risate dei pirati.
Poi iniziò il pestaggio.
Non c'era più sesso, non c'era più lussuria. C'era solo la rabbia. Pugni, calci, schiaffi. Il suo piccolo corpo rimbalzava sul legno come un sacco di sabbia. Sentivo il suono sordo delle ossa che si spezzavano, il rumore umido della pelle che si lacerava. Il suo viso diventò una maschera di sangue, i suoi occhi gonfi e chiusi.
Io guardavo. Non potevo distogliere lo sguardo. Ogni colpo era un chiodo che mi conficcava nel cervello. Ogni suo rantolo era una coltellata al mio cuore. Era una tortura per me, uno spettacolo orribile che mi si stampava nella retina.
La rabbia dentro di me cresceva, una fiamma che diventava un incendio. Sentivo il sangue ribollire nelle mie vene, il desiderio di strappare gli occhi a quegli uomini, di farmi giustizia con le mie mani. Ma ero immobilizzata, legata, impotente.
Il pestaggio continuò, implacabile. Il suo corpo diventava sempre più un ammasso informe di carne e sangue. I suoi gemiti si fecero più deboli, poi cessarono del tutto. Il suo petto non si mosse più.
Solo allora si fermarono. Erano tutti senza fiato, i loro corpi coperti di sudore, i loro volti contorti dalla fatica e dalla soddisfazione.
«L'ha presa,» disse il topo, con un ghigno. «La stronza ce l'ha fatta.»
Si avvicinarono al corpo senza vita di Maria, lo guardarono per un momento, poi si voltarono verso di me.
«E adesso, principessa?» chiese uno. «Cosa facciamo con lei?»
Il topo sorrise. «Lasciatela qui. Guardi. Guardi il suo capolavoro.»
Si allontanarono, risalendo le scale, lasciandomi sola con i cadaveri. Il gigante in una pozza di sangue, Maria con il corpo martoriato, Dorita che singhiozzava debolmente in un angolo, la sua mente forse distrutta per sempre.
Ero sola nella stiva buia. L'odore di morte e sperma mi riempiva i polmoni.
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