Vai al contenuto
Erotika
Stuprata Dai Pirati · Cap. 2
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 2 di 2 19 min di lettura

costretta a guardare mentre le scopano

Lucrezia è costretta a guardare gli abusi ai danni delle sue domestiche.

Alessia
5 mesi fa · 1.8k letture · 4

Il passaggio dalla mia elegante goletta al ponte di quella nave maledetta fu un vortice di terrore, fumo e pura brutalità.

Fui trascinata di peso oltre il parapetto, le mie braccia strattonate con una forza tale da farmi temere che si sarebbero lussate. L'aria era satura di un puzzo opprimente di salsedine, sangue fresco, catrame e sudore stantio. Quando i miei stivali toccarono il legno fradicio e scheggiato del ponte corsaro, fui spinta in avanti senza pietà, cadendo rovinosamente sulle ginocchia.

Il caos intorno a me era assordante, ma i miei occhi misero a fuoco solo una scena: Maria e Dorita. Le mie povere, giovani domestiche erano state gettate contro l'albero maestro. Erano irriconoscibili. I loro abiti un tempo lindi erano ridotti a stracci, i corsetti lacerati a tal punto da lasciare i loro seni quasi completamente esposti all'aria fredda e agli sguardi famelici della ciurma. Sulle loro cosce nude e sulle spalle pallide spiccavano lividi violacei e graffi sanguinanti, segno evidente di quanto avessero lottato. Entrambe avevano la bocca serrata da stracci luridi e sporchi di grasso navale; non potevano fare altro che piangere a dirotto, i loro lamenti soffocati che si perdevano tra le risate sguaiate e gli insulti dei pirati. Il degrado a cui erano state ridotte era totale, una macabra esposizione di carne sottomessa.

Cercai di alzarmi, ma una mano immensa e ruvida come carta vetrata mi afferrò per i capelli, tirandomi la testa all'indietro.

«Ferma dove sei, maestà,» ringhiò una voce roca, intrisa di lussuria repressa.

Mi ritrovai circondata da decine di uomini sporchi, i cui sguardi mi divoravano come lupi affamati. Eppure, per quanto i loro occhi bramassero il mio corpo e i loro respiri si facessero pesanti, nessuno di loro osava sfiorarmi con intenzioni diverse dalla semplice e brutale prigionia. L'ordine che aleggiava su di me era un marchio a fuoco: non toccatela.

Il pirata che mi teneva per i capelli mi forzò a restare in ginocchio, premendo uno stivale pesante contro le mie gonne. Con movimenti secchi e spietati, mi afferrò i polsi e li incrociò dietro la mia schiena. La canapa grezza della corda mi tagliò la pelle delicata, stringendo così forte da farmi pulsare il sangue nelle dita.

Ogni mio sussulto, ogni mio respiro affannato, faceva sollevare il mio petto prosperoso, mettendo a dura prova le cuciture del mio abito da viaggio. Il corsaro se ne accorse. Con un sorriso sghembo e crudele, afferrò il colletto di pizzo del mio vestito e tirò con forza. Il tessuto si strappò con un rumore secco. I bottoni saltarono via, rotolando sul ponte, e la scollatura si aprì del tutto, rivelando il solco profondo tra i miei seni pieni e pesanti, trattenuti a malapena dal corsetto slacciato.

L'uomo si leccò le labbra screpolate, le dita callose che indugiavano a un millimetro dalla mia pelle nuda, tremando per lo sforzo di trattenersi. La tensione erotica era palpabile, sporca e terrificante.

«Che spreco...» sussurrò l'uomo, il fiato che mi accarezzava il collo. «Avervi tutte per noi e dovervi lasciare la più succulenta...»

Prima che potessi gridargli in faccia tutto il mio disprezzo, mi ficcò a forza un pezzo di cuoio duro tra i denti, tirando un cordino ruvido dietro la mia testa e annodandolo senza alcuna delicatezza. Il sapore amaro mi invase la bocca, la corda mi tirava gli angoli delle labbra, costringendomi a un'espressione grottesca e impotente.

Ero legata, esposta, imbavagliata e in ginocchio davanti a una platea di mostri. Le mie compagne urlavano di terrore attraverso i loro bavagli, mentre la disperazione cercava di spezzare anche me. Ma sotto il panico, sepolta nel profondo del mio ventre, la consapevolezza del mio stesso potere iniziava a farsi strada. Non ero un pezzo di carne qualunque. Il Capitano mi aveva voluta intatta. Mi aveva rivendicata senza nemmeno sfiorarmi.

Improvvisamente, le risate della ciurma si spensero come candele al vento. I pirati fecero un passo indietro, abbassando lo sguardo, mentre il rumore inconfondibile di stivali di cuoio pregiato iniziava a risuonare sul ponte di legno, avvicinandosi lento e inesorabile alle mie spalle.

Passarono delle interminabili ore di navigazione.

Il tempo si perse nel buio pesto della stiva, un abisso umido dove l'aria era pesante di odori di polvere da sparo stantia, catrame bagnato, merce marcia e la paura acida di noi tre. Eravamo ammassate in un angolo, i nostri corpi raggomitolati su un pavimento di legno viscido e freddo. Il buio era così totale da essere quasi solido, rotto solo dal tremolio pallido di una lanterna che pendeva da una catena, proiettando ombre danzanti che sembravano spiriti tormentati.

Maria e Dorita singhiozzavano senza sosta, i loro corpi scossi da convulsioni di terrore. Ogni minimo rumore dall'alto, un tonfo, un urlo sguaiato, lo scricchiolio delle assi, le faceva sussultare, stringendosi a me con la forza della disperazione. Le mie gonne erano strappate, i miei capelli un groviglio di sporcizia e salsedine, la mia pelle era coperta di graffi, ma dentro di me, il panico stava lasciando spazio a una freddezza agghiacciante. Calcolavo. Ascoltavo. Imparavo i ritmi di quella nave, i suoni della ciurma, la profondità della nostra caduta.

Poi il suono cambiò. Dalla botola del carico, scese un rumore di festa. Musiche rozze eseguite con violini scordati e flauti fatti di ossa, risate che erano più simili a urla, il tintinnio fradicio di boccali di metallo e il battito ritmico di stivali sul legno. Stavano festeggiando il bottino.

Periodicamente, la botola si apriva, e il chiarore della luna e il rumore assordante della festa invadevano la nostra prigione per un istante. Un pirata ubriaco scendeva a rotoli le scale, urtava contro le casse, afferrava un barile di rum o birra e risaliva, maledicendo e cantando a squarciagola. Ogni volta che la luce inondava la stiva, vedevamo i volti terrorizzati delle mie domestiche, gli occhi sbarrati come quelli di animali catturati.

Il trambusto aumentò, le voci divennero più stridenti, i canti più volgari. Poi, un tipo di silenzio calò sull'esterno. Un silenzio pieno di sussurri e risatine sguaiate. Sentimmo il rumore di stivali che scendevano le scale. Non uno, ma un gruppo. Li sentimmo camminare con incertezza verso di noi, i loro passi pesanti e ubriachi. L'odore del rum dolciastro e del sudore ci investì prima ancora di vederli.

Erano una cinque, le facce illuminate da un bagliore di pura lussuria bestiale. I loro sguardi si posarono su di noi tre, ma scivolarono via da me quasi istantaneamente. C'era un velo di paura, di rispetto, o forse solo l'obbedienza a un ordine non detto. I loro occhi famelici si appuntarono su Maria e Dorita, che si erano rannicchiate dietro di me, tremando come foglie.

«Andiamo, bellezze,» fece uno, un uomo enorme con una cicatrice a forma di uncino sul guancia, il suo fiato puzzolente di alcol. «È ora di fare festa anche per voi.»

Il mondo crollò in un attimo.

Prima che potessi persino pensare a muovermi, due di loro mi afferrarono. Non mi toccarono con lussuria, ma con una brutalità funzionale. Uno mi bloccò le braccia dietro la schiena, mentre l'altro, un uomo con denti marci e occhi vitrei, estrasse un coltello arrugginito. La lama fredda e scura mi si avvicinò alla gola, non per tagliare, ma per minacciare. Poi, con un secco movimento del polso, tagliò la corda che mi legava i polsi. Non era un gesto di pietà. Era un gesto di sadismo.

«Senti, nobildonna,» sibilò il gigante con la cicatrice, mentre gli altri strappavano Maria e Dorita dalle mie braccia con la violenza di cani che si contendono un osso. «Vedrai come si festeggia su una nave vera. Vedrai cosa succede a chi si trova sul nostro cammino. E tu guarderai.»

Mi strapparono via il resto del vestito, lasciandomi solo in biancheria intima di seta ora lurida e strappata. Non lo fecero per desiderio, ma per umiliarmi. Poi mi spinsero a terra, di fianco a un mucchio di gomme, legandomi i polsi di nuovo, ma stavolta a una trave del pavimento. Ero costretta a inginocchiarmi, esposta e incapace di allontanare lo sguardo. Ero costretta a vedere.

Le urla di Maria e Dorita, soffocate dai bavagli, si trasformarono in lamenti strazianti quando i pirati le piombarono addosso. Un uomo, magro e con una barba ragna, si gettò su Dorita, strappandole i vestiti di dosso con la furia di un animale. La gettò su una coperta sudicia, le aprì le gambe con un calcio secco. Senza una parola, senza un attimo di esitazione, sfilò il suo cazzo duro e venereo fuori dai pantaloni. Era un pezzo di carne informe, con vene pulsanti. Lo spinse dentro la fica di Dorita con un colpo secco, brutale. La ragazza schizzò in avanti come colpita da una frusta, le sue guance gonfie di lacrime che ora scorrevano liberamente. Lui iniziò a scoparla con una forza spietata, ogni affondo un'ulteriore violazione, i testicoli che sbattevano contro le sue natiche con un suono umido e disgustoso.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista