Mi guardai allo specchio un'ultima volta, la debole luce della candela che danzava sulla mia figura. Tutti, in questa immensa magione, mi consideravano un trofeo. La casta Lucrezia, la vergine intoccabile, la promessa sposa del decrepito e ricchissimo Duca di Roccaforte.
Sorrisi al mio riflesso, un sorriso che non aveva nulla di pio. La verità era che il mio corpo non era fatto per la castità, né per le fredde lenzuola di un matrimonio di convenienza. Avevo una fisicità troppo viva, troppo ingombrante per i corsetti rigidi in cui cercavano di seppellirmi. Ero morbida e armoniosa, con forme piene e curve ben definite che attiravano gli sguardi degli uomini come calamite e l'invidia velenosa delle dame di corte. Il mio seno era il mio peccato più evidente: pieno, rotondo, prosperoso. Due seni pesanti e perfetti che creavano una curva irresistibile sul petto, una promessa di abbondanza che rendeva la mia silhouette sfacciatamente femminile.
Mi sciolsi i capelli scuri e mossi, raccogliendoli alla bell'e meglio sotto un leggero foulard di seta scarlatta. Lasciai cadere ad arte qualche ciocca lungo i lati del mio viso dolce e ovale. L'incarnato caldo della mia pelle liscia e luminosa faceva da contrasto con le mie ciglia scure e le sopracciglia leggermente arcuate, che incorniciavano due occhi grandi, profondi e fin troppo consapevoli. Il mio naso piccolo e proporzionato guidava lo sguardo verso la mia bocca: labbra piene, con quella inferiore più carnosa e voluminosa, naturalmente socchiusa in un'espressione calda e invitante.
Slacciai la veste da notte, lasciandola scivolare lungo il collo morbido e le spalle arrotondate. Sotto la seta sottile, il mio corpo era un inno alla sensualità naturale. La vita era leggermente definita, scendendo dolcemente verso un addome naturale, con quella lieve e sensuale morbidezza che mi rendeva una donna vera, non una statua di marmo. I miei fianchi erano pieni, le cosce morbide ma solide, e il mio sedere compatto e rotondo dava un equilibrio perfetto alla mia figura sinuosa.
Non avrei mai concesso tutto questo a un vecchio estraneo. Il mio corpo era mio. E stanotte, avrei deciso io a chi donarlo.
Uscii dalla mia stanza, i piedi nudi sul pavimento freddo. Percorsi i corridoi silenziosi fino ad arrivare all'ala est. Lì dormiva mio cugino, Alessandro. Giovane, sfacciato, con due spalle larghe che avevo spiato fin troppe volte durante i suoi allenamenti a cavallo. Era un tabù, un gioco pericoloso. E proprio per questo lo volevo.
Spinsi la porta della sua camera. Non era chiusa a chiave. Lui era steso supino, il petto nudo che si alzava e si abbassava ritmicamente. Mi avvicinai al letto in silenzio, come una predatrice. Mi sedetti sul bordo, il materasso che cigolò appena sotto il peso dei miei fianchi pieni.
«Alessandro...» mormorai, la voce roca, carica di una tensione che covavo da settimane.
Lui aprì gli occhi di scatto. Si tirò su sui gomiti, sbattendo le palpebre nella penombra. Quando mise a fuoco la mia figura, il suo respiro si bloccò. «Lucrezia? Che diavolo ci fai qui? È notte fonda. Se ci scoprono... tu sei la promessa sposa del Duca.»
«Al diavolo il Duca,» sussurrai, sporgendomi verso di lui. Le mie braccia morbide e toniche si appoggiarono al suo petto caldo. Sentii il suo cuore iniziare a martellare contro i miei polsi sottili. «Domani mi imbarcheranno su quella goletta per portarmi da lui. Ma stanotte sono ancora qui. E sono tua, se mi vuoi.»
I suoi occhi scesero sul mio décolleté, dove la veste si era aperta, rivelando il solco profondo tra i miei seni. Lasciai che guardasse. Lasciai che capisse cosa stava rischiando, e cosa stava vincendo.
«Sei impazzita...» sussurrò lui, ma la sua voce era già rotta dal desiderio. Non si ritrasse. Anzi, la sua mano si alzò, esitante, fino a sfiorare la pelle nuda della mia spalla. Un brivido mi percorse la spina dorsale.
«Forse,» risposi, umettandomi le labbra. Mi avvicinai ancora, il mio volto a un soffio dal suo. «Dimostrami che non sono l'unica a essere impazzita.»
Presi la sua mano con le mie dita delicate e la guidai verso il basso, posandola direttamente sul mio seno, proprio sopra il tessuto sottile. Lui emise un verso strozzato, un misto di shock e puro piacere nel sentire la pienezza del mio corpo riempirgli il palmo. Il calore della sua mano ruvida contro la mia pelle accese un incendio nel mio basso ventre.
«Sei così morbida...» mormorò, ormai completamente ipnotizzato. Le sue dita iniziarono ad accarezzarmi, il pollice che sfiorava il capezzolo che si stava già inturgidendo contro la stoffa.
«Spogliami, Alessandro,» gli ordinai, con una voce che non ammetteva repliche, abbandonando del tutto la maschera della ragazza innocente. «E fammi dimenticare che domani dovrò partire.»
La sua risposta fu un bacio. Un bacio urgente, affamato, che spazzò via ogni traccia del nostro legame di sangue per lasciare spazio solo a un uomo e a una donna. La sua lingua cercò la mia, esplorando la mia bocca con una foga che mi fece gemere. Mentre mi baciava, le sue mani scesero sui miei fianchi pieni, stringendomi con forza per tirarmi sopra di lui.
Cavalcai il suo bacino, sentendo immediatamente la sua erezione dura e pulsante premere contro la mia intimità attraverso il tessuto leggero dei suoi pantaloni da notte. Mossi il bacino in modo circolare, strofinandomi contro di lui, godendo del gemito profondo che gli strappai dalle labbra.
Con un gesto fluido mi sfilò la veste da notte. Il tessuto scivolò via, lasciandomi completamente nuda alla luce della luna. Alessandro mi guardò come se fossi una visione divina, lo sguardo che indugiava sulla curva del mio addome, sulla rotondità dei miei seni, sulla pelle che brillava di sudore e desiderio.
«Sei perfetta,» ansimò, prima di chinarsi in avanti e prendere un mio capezzolo tra le labbra. Lo succhiò con forza, mentre la sua mano scendeva lungo la mia coscia morbida, risalendo verso il mio centro già umido e pulsante. Inarcai la schiena, affondando le dita nei suoi capelli.
La notte era appena iniziata, e la mia ribellione aveva finalmente preso fuoco.
L'alba aveva i colori freddi e spietati del metallo quando mettemmo piede sulla goletta. L'aria salmastra mi pungeva il viso, sferzando il mantello di velluto che mi avvolgeva. Dietro di me, Maria e Dorita, le mie domestiche, tremavano più per il terrore del mare che per il freddo mattutino. Io, invece, tenevo il mento alto. Recitavo la parte della pedina rassegnata, la nobildonna casta che andava docilmente incontro al suo destino di seta e noia. Nessuno, guardandomi, avrebbe potuto immaginare il fuoco e il peccato che mi avevano consumata solo poche ore prima.
Navigammo per ore. Il dondolio costante della nave quasi mi cullava, finché un boato assordante non mi fece sobbalzare, facendomi cadere in ginocchio sul ponte di legno.
Un secondo tonfo, ancora più violento. Un proiettile di cannone aveva appena squarciato la fiancata di prua, tranciando di netto le catene dell'ancora e facendo piovere schegge taglienti tutt'intorno. Poi, il sole fu oscurato da un'ombra imponente. Una nave nera come la pece ci si era affiancata con una manovra letale, e dal pennone più alto sventolava, fiera e spietata, una bandiera nera.
Pirati.
Il caos esplose in un istante. Rampini di ferro volarono oltre il nostro parapetto, agganciandosi al legno con stridori agghiaccianti. Uomini urlanti, sporchi e armati fino ai denti si riversarono sul nostro ponte come un'orda di demoni. Le guardie del Duca, eleganti ma impreparate, caddero una dopo l'altra in pozze di sangue, trafitte da sciabole e pugnali. Maria e Dorita urlavano a squarciagola, rannicchiate dietro i nostri bauli che venivano già divelti e saccheggiati.
Io ero paralizzata dal terrore, schiacciata contro l'albero maestro. Poi, i loro sguardi incrociarono il mio. Il mantello mi era scivolato dalle spalle, rivelando la scollatura del mio vestito da viaggio che, per quanto castigato, non poteva celare la prorompente abbondanza delle mie forme.
