«Ehi, guardate un po' cosa abbiamo qui!» sbraitò uno di loro, un uomo con la barba incrostata di sale e gli occhi spiritati dalla bramosia, indicandomi con la punta della spada sporca di sangue. «Pigliate la zizzona! Vogliamo la zizzona!»
«Prendetele tutte, ma la vaccona con quelle belle mammelle la porto io!» gli fece eco un altro, sghignazzando sguaiatamente. «Magari ci fa dare una poppata prima di portarla al Capitano!»
Il disgusto e il panico mi strinsero la gola in una morsa. Mi voltai di scatto, sollevando le gonne pesanti per cercare di correre verso il portello della stiva e nascondermi nel buio, ma i miei vestiti ingombranti mi rallentavano.
Sentii dei passi pesanti, rapidissimi, tuonare alle mie spalle. Un istante dopo, due braccia spesse come tronchi di quercia mi si strinsero intorno alla vita, sollevandomi di peso dal pavimento della nave.
Era un gigante. Puzzava di sudore rancido, rum e polvere da sparo. Si avvinghiò alla mia schiena come una bestia affamata, schiacciandomi contro il suo petto massiccio. Le sue mani, enormi e ruvide, ignorarono ogni decenza e piombarono brutalmente sul mio petto. Iniziò a palparmi con violenza inaudita, strizzando e mungendo i miei seni attraverso la stoffa spessa del corpetto con una foga animalesca.
«Guarda che belle mammelle questa vaccona...» grugnì direttamente contro il mio orecchio, il fiato caldo e fetido che mi faceva rivoltare lo stomaco. «Così pesanti... così piene...»
Mentre mi stuprava con le mani, il suo bacino iniziò a spingere contro i miei glutei. Sfregava la sua eccitazione contro le mie gonne con movimenti osceni, rozzi e violenti, cercando di mimare l'atto in mezzo al massacro che ci circondava.
Per un secondo, la paura minacciò di spezzarmi. Ma io non ero la docile sposa di nessuno. La stessa ribelle che la notte prima aveva sottomesso e cavalcato il proprio cugino riemerse in un impeto di pura rabbia. Non sarei stata il giocattolo di un cane rognoso.
Sfruttai il suo stesso ritmo viscido. Quando spinse il bacino in avanti contro di me, piantai con tutta la forza della disperazione il tacco rigido del mio stivale di cuoio dritto sul suo piede. Il gigante emise un ululato rauco di dolore, allentando la presa sui miei seni solo per una frazione di secondo. Fu sufficiente.
Mi inarcai in avanti e gli sferrai una gomitata brutale, affondando l'osso dritto nelle sue costole. L'uomo barcollò all'indietro, imprecando. Mi divincolai dalla sua morsa e mi voltai verso di lui, il petto ansante che si alzava e si abbassava rapidamente.
Lui fece per afferrarmi di nuovo, gli occhi iniettati di sangue e rabbia. Senza esitare un battito, raccolsi tutta la saliva che avevo in bocca e gli sputai dritto in faccia.
Mentre lui si portava d'istinto una manaccia al volto, accecato per un istante, mi voltai e mi lanciai in una corsa disperata, fuggendo via alla cieca nel fumo, tra le urla e il caos del ponte, cercando disperatamente un rifugio prima che l'inferno mi inghiottisse del tutto.
La mia fuga fu un'illusione durata il tempo di un battito di ciglia.
Il fumo denso e scuro dei cannoni mi disorientò, facendomi inciampare nei detriti del ponte. Non feci in tempo a rialzarmi che due mani scabre e sporche di sangue mi afferrarono brutalmente per i capelli, strappandomi un grido acuto, mentre un altro corsaro mi bloccava le braccia torcendomele dietro la schiena.
Mi strattonarono senza pietà, costringendomi a restare in piedi. Attraverso le lacrime di panico che iniziavano a pungermi gli occhi, vidi una scena che mi raggelò il sangue: Maria e Dorita urlavano e scalciavano, caricate di peso sulle spalle di altri due tagliagole che ridevano sguaiatamente, portate via come sacchi di patate verso l'oscurità della nave nera.
«Maledetta puttana rammollita!» sbraitò uno dei due che mi teneva, sferrandomi uno schiaffo così violento da farmi girare la testa. Il sapore metallico del sangue mi invase la bocca, mentre il mondo mi girava intorno. «Credevi di scappare, eh, cagna?»
Poi, la folla di pirati si aprì. Il gigante a cui avevo sputato avanzava verso di me. Era una montagna di muscoli e rabbia pura, il respiro pesante che gli gonfiava il petto villoso. Si pulì la guancia con il dorso della mano gigantesca, fissandomi con due occhi neri e spietati, gonfi di una furia bestiale.
«Tenetela ferma, quella vacca schifosa!» ruggì, la voce che sovrastava il rumore del massacro.
Cercai di divincolarmi, di scalciare, ma la stretta dei due scagnozzi era una morsa d'acciaio. Ero completamente in loro balia. Il gigante mi arrivò addosso in tre falcate. Con un gesto fulmineo, sguainò la sua sciabola incrostata di salsedine e sangue fresco, e ne premette il filo freddo e tagliente direttamente contro la mia gola.
Il gelo della lama a contatto con la mia pelle calda mi paralizzò all'istante. Smisi di lottare. Il mio respiro si fece corto, spezzato da singhiozzi incontrollabili che mi scuotevano il petto prosperoso in modo evidente.
«Ti piace sputare, maestà?» sussurrò lui, il volto a un palmo dal mio. Il suo alito sapeva di rum scadente e morte. «Sai cosa facciamo alle cagne arroganti su questa nave? Prima le apriamo in due, dal collo fino a quel bel visetto morbido. Poi le sbattiamo sul ponte, davanti a tutta la ciurma, e ce le passiamo finché non implorano di crepare. Ti farò urlare così tanto che ti si spaccheranno i polmoni, puttana. Ti riempirò di così tanto dolore che dimenticherai persino il tuo fottuto nome.»
«Vi prego...» piagnucolai, la voce rotta dal terrore puro, le lacrime calde che mi rigavano il viso e andavano a bagnare la lama. «Vi prego, vi supplico... prendete l'oro, i miei gioielli, prendete tutto... non uccidetemi... pietà!»
Ero tornata la fanciulla fragile che tutti credevano io fossi. La disperazione mi aveva piegata.
Il gigante mi fissò, lasciando che il mio terrore lo nutrisse. Poi, lentamente, spostò la lama dal mio collo, facendola scivolare con macabra lentezza lungo la curva del mio seno, proprio al centro della scollatura. I suoi occhi si abbassarono sulle mie forme, gonfie e ansimanti per il pianto.
Un sorriso osceno, carico di lussuria marcia, gli deformò il viso.
«Oro? Ci puliamo il culo con l'oro dei nobili,» grugnì, infilando una mano ruvida e sporca dentro il mio corpetto, afferrando uno dei miei seni con una prepotenza dolorosa, stringendo la carne morbida tra le dita callose. «Ma hai un fottuto colpo di fortuna, sgualdrina. Zizze come le tue non si trovano spesso in questi mari di merda. Una zizzona così piena e pesante è un peccato buttarla agli squali senza averla spremuta per bene.»
Aumentò la stretta sul mio seno, facendomi gemere di dolore e umiliazione. Con l'altra mano mi afferrò crudelmente il mento, costringendomi a guardarlo negli occhi. Il sapore della sconfitta e del pericolo assoluto mi soffocava.
«Ti terrò in vita, vaccona,» ringhiò, avvicinando le sue labbra umide al mio orecchio, la promessa di quel mistero oscuro e brutale di cui parla la regola non scritta di ogni racconto. «Ma ora... dovrai meritarti la salvezza.»
Il suo respiro caldo contro la mia pelle era un omenio di sventure. «Su, bestie!» urlò al resto della ciurma, la voce che echeggiava sul ponte di legno insanguinato. «Sbrigatevi a saccheggiare questa baracca! Tra un'ora saliamo tutti a bordo del Veleno Nero e facciamo festa!» Poi, abbassando lo sguardo verso i suoi due scagnozzi, sorrise mostrando i denti gialli e marci. «E voi due, maiali... levatevi quei cazzo di pantaloni. È ora di farci lavare questi arnesi.»
I due pirati ridacchiarono, un suono roco e disgustoso. Mi strattonarono, le loro mani come tenaglie, e mi sbatterono con violenza contro le ginocchia sul legno scheggiato del ponte. Il rumore secco del mio corpo che colpiva la superficie mi fece gemere di dolore.
