«Se ti muovi, sei fottuta morta, zoccola» mi sibilò uno dei due in faccia, la bava agli angoli della bocca.
Vidi il gigante e i suoi uomini sfilarsi i pantaloni sporchi di stucco e sudore, tirando fuori tre membri flaccidi e luridi. Erano i primi tre che vedevo al di fuori di quello di Alessandro, e la vista mi fece vomitare in gola. Erano come serpenti addormentati, sporchi, con la pelle ruvida e le vene sporgenti. Un'ondata di pietà e terrore mi travolse. Le mie ginocchia tremavano, le lacrime scorrevano copiose sul mio viso.
«Sugalo, vacca!» mi ordinò il gigante, avvicinando il suo arnese alle mie labbra. «Lavacelo bene con la lingua, troia!»
Piangevo così forte che non riuscivo a capire, la mia mente si rifiutava di processare l'ordine. La puzza di sudore rancido, di urina stagnante e di mare mi raggiunse, mi strozzò. Tentai di allontanare la testa, ma una mano mi afferrò i capelli, strappandomi un urlo di dolore.
«Non è cosi che si fa, puttana!» ringhiò il pirata, colpendomi la testa con la mano aperta. «Ti avevo detto di sugare, non di guardare!»
L'altro rise. «Credeva che le avremmo offerto del tè, eh?»
«Non l'ho mai fatto!» supplicai, la voce rotta dal pianto. «Non so come si fa...»
«Allora impari subito, troia!» ringhiò il gigante, prendendomi per i capelli con una forza tale da farmi credere che mi stesse strappando via i capelli. Mi costrinse ad aprire la bocca e sbatté il suo cazzo contro le mie labbra, forzandomi ad accoglierlo. Il sapore era schifoso, acre, una miscela di sale, sudore e qualcos'altro che non volevo nemmeno immaginare.
Iniziò a muoversi, a spingere, a scoparmi la bocca con una violenza che mi fece lacrimare gli occhi. Mi prendeva per i capelli, usandoli come redini, mentre i suoi colpi diventavano sempre più profondi. Mi sentivo soffocare, il suo cazzo riempiva la mia gola, mi faceva venire il conato.
I suoi compagni ridacchiavano, eccitati. Il secondo prese il suo posto, il suo cazzo più piccolo ma più contorto. Si fece vivo contro le mie labbra, e io, spinta dalla paura e dalla disperazione, lo accolsi. Anche lui iniziò a scoparmi la bocca con la stessa brutalità, i suoi gemiti di piacere si mescolavano ai miei singhiozzi.
Il terzo era il peggio. Il suo cazzo era il più grande e più sporco, coperto di un materiale biancastro e denso. Mi costrinse a prenderlo in bocca, e quando cercai di respingerlo, mi schiaffeggiò di nuovo, ancora più forte. «Succhia, cagna! E non devi masticare, cazzo!»
A turno, i tre mi usarono, i loro corpi sudati che si pressavano contro il mio, i loro odori che mi invadevano le narici, i loro sputi che mi colpivano il viso. Mi sentivo un oggetto, un buco da riempire. Ma mentre la vergogna mi ustionava le guance, una scintilla di rabbia cominciò a ardere in me. Non era solo disperazione. Era altro. Era la voglia di sopravvivere, di farcela, di non piegarmi.
«Vedi, puttana? Allora si può imparare!» ringhiò uno di loro, stringendo i miei capelli come le redini di una bestia e spingendo il suo cazzo più a fondo. Mi sentivo la gola strapparsi, i conati che mi salivano, ma la rabbia che bruciava dentro mi dava una forza che non credevo di avere.
Si passarero la mia testa a turno, un gioco crudele, i loro corpi sudati e sudici che mi si pressavano contro il viso. Mi usavano, mi violentavano, si godevano la mia umiliazione con bestiali gemiti di piacere.
«Che bocca più calda di una fica!» urlò uno, ridendo.
«E si lamenta come una troia quando la si scopa bene,» rispose l'altro, dandomi un colpo secco sul fondoschiena.
Il gigante li osservava, un sorriso avido sul volto, si accarezzava il cazzo ancora sporco dei miei saliva. Poi, con un cenno del capo, li fece allontanare.
«Basta così, maiali. È il mio turno.»
Mi sbatté a terra con una violenza che mi tolse il fiato. La schiena colpì il legno duro del ponte, la testa rimbalzò. Mi sentii confusa, dolorante. Lui si inginocchiò tra le mie cosce, le sue mani callose che mi strappavano il corpetto, i bottoni che volavano via.
«Adesso vediamo che c'è sotto,» sibilò, la sua voce un ringhio di pura lussuria. «Vediamo se questa fica è così stretta come sembra.»
Le sue dita affondarono nella stoffa della mia gonna, pronte a lacerarla. La paura tornò a travolgermi, gelida e paralyzzante. Chiusi gli occhi, pronta al peggio.
«basta, gorilla imbecille!»
La voce era un colpo di frusta, tagliente e autoritaria. Il gigante si bloccò, la sua mano sulla mia gonna. Alzò lo sguardo, lo sguardo si fece torvo.
«Chi cazzo osa...»
Si interruppe quando vide l'uomo che si era avvicinato. Era alto, imponente, ma la sua autorità non derivava dalla forza bruta, ma da un'aria di comando innata. Vestiva con uno sfarzo che stonava con la rozzezza dei suoi uomini: un cappotto di velluto nero, una camicia di seta bianca, stivali di cuoio finissimo. I suoi capelli neri erano legati in una coda, il suo viso era duro, ma i suoi occhi... i suoi occhi erano acuti come punte di diamante, mi trafiggevano, mi sezionavano.
«Ti stai dimenticando chi sei, Bruto?» disse l'uomo, la voce fredda come il ghiaccio. «Ti stai dimenticando chi comanda qui.»
Bruto, il gigante, si alzò lentamente, il suo corpo teso come una molla. «Capitano...»
«Questa zizzona è mia,» tagliò corto l'uomo, il Capitano. «Solo mia. La tua parte è l'oro, non la fica.»
Bruto aggrottò le sopracciglia, il suo orgoglio ferito. «Ma...»
«le hai appena scopato la bocca,» lo interruppe il Capitano, la sua voce carica di disprezzo. «E già è troppo. Non mi vedo più il cazzo in quella bocca che hai sfondato tu, maiale. Non voglio i tuoi resti sporchi. Ora vattene e non farmi più vedere la tua faccia da idiota.»
Bruto si morse il labbro, i pugni stretti. Per un istante, pensai che avrebbe potuto reagire, che avrebbe potuto sfidare il suo capitano. Ma poi, la sua spina dorsale si piegò. Abbassò lo sguardo, un brontolio di rassegnazione gli uscì dalla gola.
«Come volete, Capitano.»
Fece un cenno ai suoi due compari e i tre se ne andarono, le loro risate sguaiate che si perdevano nel frastuono del saccheggio.
Rimasi sola con lui. Il Capitano.
Il silenzio cadde tra noi, pesante, carico di un'energia diversa. Più elettrica, più pericolosa. Mi sentii nuda, esposta, non solo fisicamente, con il mio corpo vulnerabile sul legno del ponte, ma anche psicologicamente. I suoi occhi mi scandivano, non con la lussuria rozza di Bruto, ma con un'intelligenza acuta, calcolatrice. Mi guardava come si guarda un oggetto prezioso, un pezzo da collezione, qualcosa da conquistare, non da distruggere.
Si chinò verso di me, il suo volto si avvicinò al mio. Il suo odore era diverso: non sudore rancido, ma cuoio finito, polvere da sparo, e una nota distinta di zenzero e chiodi di garofano.
«Non temere, nobildonna,» sussurrò, la sua voce un basso ronzio che mi vibrò sulle labbra. «Non ti farò del male. Non ancora.»
La sua mano si posò sulla mia guancia, le sue dita lunghe e sottili che mi accarezzarono la pelle con una leggerezza inaspettata. mai parole furono più false...
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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