Gli anni trascorsi a leggere testi davanti a schiere di bambini ti hanno donato una voce ferma ma piacevole, capace di sviscerare significati nascosti di cui forse solo il subconscio dell’autore poteva essere a conoscenza quando aveva scelto un termine particolare piuttosto che un altro, una sfumatura celata da un peculiare aggettivo o il ritmo armonioso in un gioco di allitterazioni o assonanze. Ma in questo momento non è necessario il tuo talento, perché l’autrice del racconto che compare sul tablet che tieni in mano la conosci benissimo: sei tu stessa, Giulia, e quello che stai declamando è “L’educazione della fanciulla”, il racconto che avevi promesso avresti scritto solo per me.
In questo momento, la tua voce piacevole accarezza con passione le parole che hai stilato con il cuore, nel tuo stile elegante che, per qualche motivo, trovo musicale, sebbene, di tanto in tanto, la stessa sembra fremere, interrompersi per un istante mentre un brivido scuote il tuo splendido corpo nudo e un gemito accompagna un profondo respiro.
Non odo molto bene le tue parole, le tue gambe coprono le mie orecchie, la pelle depilata e calorosa come un tuo sorriso coccola le mie guance. Il profumo della tua femminilità sempre più intenso assale il mio olfatto sopraffacendo la mia mente, drogandomi di desiderio, facendo implorare la mia virilità di poter fare il suo dovere mentre la mia lingua guizza tra i petali del tuo bocciolo di rosa, coccolando la seta attorno al caldo calice che, avaro, lascia colare nella mia bocca, centellinando, una goccia alla volta, con crudeli intervalli, la tua dolce ambrosia. Vorrei concentrarmi sul tuo racconto, sulla tua voce che, scivolando, lentamente ma irrimediabilmente, verso un tono sempre più profondo, sempre più frammentato da sospiri e gemiti, narra di una ragazzata di Cecilia, la mia amata Cecilia, che la porta a mancare di rispetto alla professoressa Giulia Trevisan, docente di italiano nella scuola superiore N. Sandrini, tanto amata dagli studenti e dal corpo docenti, ma che sembra celare dietro alla sua professionalità un segreto oscuro.
Vorrei concentrarmi sulla tua voce, sul tuo racconto, lo giuro, ma mi scopro, non certo sorprendendomi, più ghiotto del tuo sapore segreto, della tua acqua di luna.
Seduta sulla mia faccia, una tua mano che afferra i miei capelli, la tua stretta che si serra dolorosamente quando la mia lingua scivola attorno all’imbocco del tuo utero, scendendo in spirale fino a raggiungerne il centro e penetrandolo con la punta, inizi a muovere il tuo bacino assecondando le ondate di caloroso, piacevole malessere che stanno cominciando a irradiarsi dal lieve prurito lasciato dalle mie pupille gustative sulla seta del tuo fiore segreto.
Ti sento trovare sempre più difficoltà nel mantenere la tua concentrazione, il braccio che solleva davanti al tuo splendido viso il racconto e, quando la professoressa Giulia decide che la sua pazienza è giunta al termine e la sua punizione è ormai destinata ad abbattersi sulla timida ma sfortunata Cecilia, un gemito di piacere sembra rendere il tuo respiro il ruggito di una leonessa che, rimasta acquattata nelle erbe della savana, si prepara a balzare sull’orgasmo che da tempo guata attendendo l’istante in cui sarà abbastanza vicino da non poterle sfuggire.
Non voglio che sgusci via come, dal tuo petto, quel grido di piacere, sebbene questo porterà fine al baccanale a base di ambrosia. Una mia mano abbandona la coscia che sta accarezzando e scivola fino alla perla che, finalmente, ha fatto la sua comparsa. Mentre il tuo corpo mi elargisce una grossa goccia di acqua di luna che suggo con avidità, sentendo un capogiro di piacere soffocare per qualche istante la mia mente, le mie dita, quasi di loro stessa volontà, cominciano ad accarezzare il tuo clitoride, titillandolo, sfiorandolo, amandolo come l’ape corteggia l’antera carica di soffice polline.
Le tue gambe tremano attorno alla mia testa, il tuo inguine si solleva allontanando il mio lussurioso pasto, poi lo cala di nuovo contro il mio volto, quasi voglia costringermi a possederti con il mio naso, intingendolo letteralmente nel tuo desiderio.
Ora sei tu a fottere la mia faccia, il racconto abbandonato sul letto, il tuo respiro che sembra un grido di dolore. Una mano continua a tenere i miei capelli mentre l’altra sale a stringere il tuo generoso seno, diventato duro e fastidioso, come se riverberasse il fastidio che si irradia dal tuo sesso e lo amplificasse, stringendoti il petto in una morsa che solo l’orgasmo può sciogliere. Il tuo fiore si muove sul mio mento, struscia sulle mie labbra, si infrange contro il mio naso, riempiendolo dell’effluvio stordente di figa bagnata.
Gemi il mio nome, scossa da scariche di dolce agonia che sembrano invadere e riempire le tue membra e la tua anima. Un senso di calore assale il tuo corpo, sopraffacendo la tua mente, invadendola e prendendone il posto con uno stordimento, il tuo cuore che batte come se volesse intervenire per salvare la situazione ma è anche lui vittima dell’eccitazione sessuale che ti sta consumando.
«Vienimi in faccia, puttanella,» ti ordino con dolcezza, il mio volto ormai coperto completamente dai tuoi umori più felici, la tua figa che emette un effluvio celestiale che ormai colma l’atmosfera.
Lo respiri a pieni polmoni, senti ora anche con l’olfatto e non solo con il tatto l’eccitazione che stai vivendo, e questo scatena ancora più il tuo bisogno di godere. La tua mente è ormai stata assediata dal piacere e toccarti il tuo stesso seno è quasi doloroso, con i capezzoli che sembrano delle punte di metallo.
Ti spingi involontariamente indietro e un nuovo schizzo di acqua di luna benedice il mio volto, il tuo fiore ormai purpureo per l’eccitazione esposto alla luce. Cadi all’indietro sul mio addome, le mie gambe, il mio cazzo in erezione. La mano che mi teneva vola verso il tuo buco bagnato e vi sprofonda con due… no, tre dita fino alle nocchie, muovendosi convulsamente con un suono viscido e liquido che cola tra le tue gambe.
Le afferro, ti avvicino di nuovo alla mia bocca ingorda e inizio a leccare quell’ambrosia, mentre un paio di mie dita riprendono a torturare il tuo clitoride, eretto, caldo e bagnato dei tuoi umori che stanno schizzando ovunque al movimento convulso della tua mano.
Infine vieni, un grido strozzato sfugge dalla tua gola, le tue gambe si irrigidiscono e la schiena si arcua, staccandoti da me. Fiotti di ambrosia fuoriescono dal tuo bocciolo di rosa, colando sulla mia faccia, il tuo culo sobbalza sul mio petto e le tue gambe tremano violentemente.
Esali un ultimo gemito e crolli sul mio corpo, distrutta. La tua mano scivola fuori dal tuo utero cadendo sul materasso e, come una bottiglia di spumante a cui è stato levato il tappo, schiuma di piacere si riversa sul tuo perineo, festeggiando il tuo magnifico orgasmo.
Lentamente, stordita, dopo qualche istante ti sollevi dal mio corpo, mi sorridi assonnata, e poi ti stendi accanto a me. Chiudi gli occhi tra le mie braccia, assopendoti ma promettendomi che la lettura della storia sarebbe proseguita a breve. Solo un attimo per farti passare lo sfinimento, giuri.
«Non preoccuparti,» ti assicuro. Appoggio un bacio sulla tua nuca dorata. Ti stringi a me e non so se il contatto del tuo grosso seno contro il mio busto è meglio del sapore della tua ambrosia. Mi riprometto di fare qualche nuovo controllo il prima possibile.
Riprendi la lettura del tuo racconto dopo un momento; il tuo capo appoggiato sul mio petto, un mio braccio che ti protegge e coccola un tuo seno. Il tuo inguine luccica di ambrosia e il tuo viso è sporco del mio seme (se tu scopi la mia faccia, allora io fotto la tua bocca; ma tutto in amicizia, ovviamente). Il profumo della tua pelle sudata mi dà alla testa, impedendo al mio cazzo di afflosciarsi: non posso smettere di menarmelo mentre affondo il volto tra i tuoi capelli biondi.
