Orgasmi fugaci

Capitolo 8 - Recupero foto a domicilio

Tratto (non troppo fedelmente) da una storia vera. La bella ma stronza Federica mi chiama, implorandomi di recuperare le foto del fidanzato che ha cancellato. La mia indifferenza verso la sua sorte viene vinta dalla promessa di un pompino come ricompensa.

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Il suono dei miei stivali riecheggia tra i muri del corridoio della stazione della metropolitana. Raggiungo la scala e mi appoggio alla parete di metallo rosso di un container abbandonato oltre l’ultimo scalino, nascondendo l’ingresso alla vista dalla piazza. Luigi mi supera, rotola al di là del varco e si acquatta dietro un muretto. Nelle sue mani compare il fucile di precisione al posto di quello d’assalto.

«Come prima. Io ti copro e tu li aggiri.»

Mi sporgo. Una mezza dozzina di alieni si muove nello spiazzo. Un paio di file di auto ridotte a rottami ancora fumanti mi coprirà e, se riuscirò a non farmi vedere, quegli stronzi si ritroveranno in mezzo ad un attacco a tenaglia da manuale.

Mi ritraggo. «Ok.» Ricarico il fucile, anche se l’ho fatto trenta secondi fa, dopo aver steso un paio di alieni che cercavano di scardinare un distributore automatico.

Anche Luigi ricarica. «Ok. Al tre: uno, due e…»

Lo schermo del telefonino accanto alla lattina di Monster si illumina e vibra. Ma dai, non adesso!

«Aspetta!» urlo nel microfono. «Mi suona il telefono!»

Sullo schermo del televisore sopra la Xbox, il personaggio usato da Luigi mi fissa. Anche se non si muove un poligono sulla faccia del marine spaziale, posso leggerci lo stesso la frustrazione. «Ok.»

Prendo il telefono. Numero sconosciuto. Il dito vola sull’icona rossa e la suoneria si zittisce.

Impugno con entrambe le mani il controller.  «Pronto. Riparti dal tre.»

«Tre, due…»

Lo schermo del telefono diventa bianco e inizia a vibrare e suonare.

«Cazzo, che palle!» Prendo il telefono e lo spengo. «Fatto, riprend—»

Il cellulare insiste. «Ancora?» Sempre “Numero sconosciuto”.

La voce di Luigi arriva dalla mezza cuffia che ho sulla testa. «Non possiamo perdere la guerra per un call center rompicoglioni, William. Coso… Carmine… non deve essere morto inutilmente in una delle cutscene più brutte che abbia mai visto!»

«Carmine era in “Gears of War”.» Prendo in mano il telefono. «Adesso mando al diavolo il tizio e lo blocco.»

Accetto la telefonata e lo metto in vivavoce. «Ehi, rompipalle, vedi di smetterla di…»

«William?» Una voce femminile che mi sembra di riconoscere esce dalla cassa del telefono. «Sono io, Federica.»

Federica? La ragazza compare nella mia mente, con il suo corpo magro, i lunghi capelli biondi e gli occhi grigi. L’eccitazione per il suo culo perfetto si scontra con il disprezzo che ho verso di lei. E che lei nutre nei miei confronti: per lo meno, non mi sento in colpa per la cosa.

Chissà se anche lei si ditalina pensando a me come io mi sego usandola come modello per eccitarmi?

«Sono un po’ impegnato, in questo momento.» Il personaggio digitale di Luigi mi fissa ancora, l’unico suo movimento è la simulazione del respiro, che sembra farlo crescere e rimpicciolire a vista d’occhio.

Ma davvero qualcuno si muove in quel modo perché respira?

«Mi servi subito qui, William: sei l’unico che sa recuperare delle foto.»

Il prossimo checkpoint per il salvataggio è dopo la piazzetta con gli alieni, il precedente è stato mezz’ora e un generale dell’esercito xoviano che ha richiesto quattro tentativi prima. Non ho certo intenzione di buttare via quel tempo di impegno per quella zoccola.

Se le faccia recuperare dal suo fidanzato. O ne scatti di nuove: fa più selfie lei che la Kardashian.

«Dì a quella stronza montata di farti una pompa per quello, così te la levi dai piedi.» L’opinione di Luigi non è diversa dalla mia. Dev’essere quella di chiunque non sia riuscito a scoparsi Miss Quinta Linguistico…

Metto in muto la telefonata. «Ma ci senti?»

La voce di Luigi risuona nell’orecchio coperto dalla cuffia. «Se metti in vivavoce, sì, pirla.» Ridacchia. «Alla Torelli aprirei volentieri il culo.»

Gli angoli della bocca – e il cazzo - mi si irrigidiscono al pensiero delle chiappe che riempiono i pantaloncini di Federica. Quello che le manca davanti lo compensa, alla perfezione, dietro. Non posso contare le volte che mi sono menato l’uccello pensando si averla sotto di me, stringerle la gola con una mano e scaricare il contenuto delle palle nel suo intestino…

Ma adesso ho una battaglia per il salvataggio del mondo, altroché pensare al culo della Torelli. Il sacrificio di coso non può essere vano. Riattivo il vivavoce.

«…enti, William? Rispondi, ti prego!»

«Ho detto che non ho tempo.»

«Ti scongiuro!»

Sospiro con il naso. «Ok, ma se devo venire da te, voglio un pompino.»

Dal telefono non esce nessun suono. Sorrido: ha ragione Luigi, così le fai davvero smettere di rom—

«Va bene,» è un pigolio quello che esce dal Lumia.

Sbatto gli occhi. Il telefono pesa sulla mia mano. Ho davvero sentito… «Cosa…»

«Ma solo un pompino, va bene?»

«Ma mi state prendendo per il culo, voi due?» Luigi non è meno stupito di me.

Deglutisco. Il cuore mi batte nelle tempie. «Arrivo.»

«Sì, ma subito!»

Ma per piantarti il cazzo in bocca mi teletrasporto pure.

Spengo il telefono, mi alzo in piedi e lo metto in tasca. «Io vado, Luigi.»

«Ma…»

Manderemo un mazzo di fiori virtuali alla famiglia di… coso, come si chiama.

Il passaggio dall’asfalto al marciapiede abbassato fa sussultare il motorino. L’ingresso nello spiazzo di terra battuta che i Torelli usano come parcheggio solleva una nuvola di polvere. Spero non mi si attacchi al bomber e ai jeans: non vorrei essere troppo sporco per quando sua maestà dal culo perfetto si prenderà in bocca il mio cazzo.

Lei è sulla porta di casa che mi guarda. Indossa una minigonna color cachi ed un top dello stesso colore. Ai piedi ha delle ciabatte che le lasciano liberi le dita dei piedi, le cui unghie sono pitturate di un rosso che nemmeno quello dei semafori è così carico.

Mi fermo a qualche metro da lei e metto il Typhoon sui cavalletti, proprio dove, di solito, vedo posteggiata la scassata Panda verde degli anni ’80 del suo ragazzo.

Federica ha le mani incrociate sotto i seni inesistenti. La mano sopra il braccio si muove come se avesse vita propria. «Era ora che arrivassi.»

«Hai fretta?»

«Tra poco torna il mio ragazzo, e non voglio che ti trovi qui in casa mia.»

Mi sfilo il casco dalla testa e lo metto nel bauletto sotto il sedile. «Non preoccuparti, adesso vediamo.»

«No…» La voce della ragazza diventa acuta e petulante. «Non vedi: devi ritrovarmi le foto, o quando lo scopre Michele mi ammazza!»

Le faccio cenno di precedermi in casa. Lei si volta e mi fa strada.

Piego la testa da una parte, come se potessi vedere le chiappe di Federica sotto la minigonna striminzita. Le cosce sono senza un grammo di grasso, toniche. Mi prudono le mani al pensiero di accarezzarle… Scivolare con le dita fino ad un paio di centimetri dall’inguine, sfiorare la pelle quanto basta per far venire i brividi a quella troia e farla implorarmi di soddisfare il suo bisogno di godere.

Il cazzo sembra un pezzo di metallo nei pantaloni che si muove di qua e di là a ogni passo, stritolato dal tessuto delle mutande.

La ragazza mi fa percorrere il corridoio dell’appartamento e mi conduce in salotto. Un portatile è sul tavolo, il coperchio sollevato. Non ha la tastiera numerica e mancano un paio di tasti funzione. Più che un Lenovo sembra un Levetusto.

Federica si posiziona davanti al computer e lo accende con il tasto dello spazio, quindi inserisce una password: qualche lettera e dei numeri.

Mi fermo dall’altra parte del tavolo. «Avevi parlato di foto scomparse…» E spero non intendessi polaroid.

Lei alza lo sguardo dal monitor e mi guarda. Si morde un labbro. Fa una smorfia. «Ho cancellato le foto che ha fatto Michele ieri, alla festa degli Alpini su a Col Boaria…»

«Vabbè, sai che perdita…» Oh, forse non dovrei dirlo, se vuole ripagarmi con una pompa…

Federica ha una dote naturale nel rendere insopportabile la sua voce. «Ma lui lo fa di lavoro, e l’hanno pagato per fare foto alla festa per mandarle ad un giornale degli Alpini. Con quei soldi si è comprato uno di quei cosi che si montano davanti alla macchina fotografica.»

E tu gliele hai cancellate. Bel lavoro. Mi guardo attorno: il computer è un modello troppo economico per un lettore di schede SD e non ci sono fotocamere in giro. «E dov’erano queste foto?»

La testa di Federica si infila tra le sue spalle. «Nel cloud di Michele.»

«Aspetta: tu metti le mani nei documenti di lavoro del tuo ragazzo? Lui lo sa?»

Lei abbassa gli occhi. «No… gli ho rubato la password un giorno e la uso per controllare se fa foto a qualche ragazza.»

«Immagino che alle feste degli Alpini sia pieno di figa che vuole farsi fotografare dal tuo fidanzato.» O magari è così. Non frequento molto gli Alpini e lo loro feste, e potrei perdermi delle ottime occasioni…

Lei fa una smorfia con la bocca a culo di gallina. Ha un modo ridicolo di mettere il broncio. «No, mi ha fatto un paio di foto nude e non volevo che le mandasse per errore al giornale, così le ho cancellate.» Abbassa la voce e lo sguardo si posa sulle mie scarpe. «Ma ho fatto un casino e ho cancellato tutte le foto.»

Certo, perché secondo te le mandava in blocco. «E io devo salvarti…» Mi fermo dal dire “il culo”. «…la faccia.» Giro attorno al tavolo: sullo schermo compare la versione a pagamento di Dropbox. Se non ha fatto qualche cazzata, le foto sono al sicuro nel cestino del servizio.

Lei si volta verso di me. «Si riesce a fare qualcosa?»

Sollevo un angolo delle labbra. «Sarà un casino… Dovrò tentare diverse cose, per riuscire a recuperare le foto.» Non chiedermi quali, però, che non ho voglia di inventarmi termini astrusi.

Federica si prende una mano nell’altra. «Se ci riesci, ti faccio davvero il pompino.»

Come, “davvero”? Scuoto la testa. «Ah, no, gioia. Con voi ragazze non si accettano pagamenti in natura dopo il servizio. L’esperienza insegna, e su certe cose sono un ottimo studente.»

I suoi occhi si sgranano, lei si irrigidisce. «Cosa vuoi dire? Non sono scema, che ti faccio un pompino prima e poi non mi aiuti!»

Alzo una mano davanti a lei. «Oh, oh, oh… Primo, non permetterti di mettere in dubbio la mia integrità: se prometto una cosa, la faccio.» Anche perché non voglio che spargi la voce che non rispetto i patti, soprattutto se poi rischio di scopare di meno. «Secondo, non me lo fai prima, il pompino, ma io mi siedo davanti al computer, tu ti infili sotto il tavolo e…» Il pensiero di lei che mi succhia il cazzo mi allarga a tal punto il sorriso che non riesco a continuare a parlare.

Lei spalanca gli occhi alla mia proposta. Pensava di fregarmi? Beh, Fede, puoi ritenerti furba finché vuoi, ma non lo batti uno bastardo come me.

Sollevo le spalle. «Oppure io me lo tengo nelle mutande, e il tuo ragazzo si ritrova senza le foto, e la cosa non farà piacere a lui e nemmeno a chi l’ha pagato. Non penso accetterà un obiettivo come rimborso.»

Il labbro superiore di Federica si solleva. «Sei uno stronzo!»

Annuisco. «Uno stronzo che non fruga e fa casini nel cloud degli altri.»

La ragazza fa una smorfia, il suo sguardo rimbalza un paio di volte tra lo schermo del computer con la cartella delle foto vuota e la mia faccia.

Porto le mani al bottone dei jeans. «Allora?»

Federica stringe la bocca e sospira. Le spalle le si abbassano. «Va bene.» Mi punta un dito contro. «Ma che non si sappia in giro!»

Incrocio gli indici sulle labbra. «Da me non saprà niente nessuno.» Ma non posso giurare su Luigi.

Torno al bottone e lo slaccio, abbasso la zip dei pantaloni e li lascio scendere. Federica mi fissa le mutande, che a stento trattengono il mio cazzo in piena erezione. L’odore acido di eccitazione si solleva a ondate che mi arrapano ancora di più. Farà lo stesso effetto anche su di lei?

La sua faccia è schifata. Allunga una mano, la infila sotto l’elastico e mi stringe l’asta. Le sue dita lunghe e sottili sono fredde sul mio uccello bollente. Me lo tira fuori, un tubo di carne dritto e sollevato verso il suo volto; la pelle non copre nemmeno un filo di cappella, rossa e bagnata. Il meato brilla per il precoito che rigurgita da quando ho fatto il bidè dopo la telefonata.

Lei inizia a piegarsi sulle ginocchia.

La blocco mettendole le mani sulle spalle. «No, no: vai sotto il tavolo, così intanto sistemo il tuo casino.»

Fissa il pavimento sotto il piano in legno lucido. Un angolo del labbro superiore si solleva. «Cosa cambia?»

Cambia che, se no, ti accorgi che ti sto ingannando e che le foto sono nel cestino. Spero. «Ho bisogno di trafficare parecchio sul computer e non posso farlo in piedi. E così non scopri come faccio e la prossima volta che ripeti questo casino sei ancora costretta a farmi una pompa.»

Federica sospira e si infila sotto il tavolo gattonando, la minigonna che si solleva abbastanza da far vedere sotto. Peccato indossi un paio di mutande bianche che coprono le chiappe…

Infilo una mano sotto l’elastico delle mie e le faccio scivolare sui jeans all’altezza delle caviglie. Mi accomodo alla sedia e apro le gambe: le palle si appoggiano sul cuscino e il cazzo si allunga verso il viso della ragazza. Le faccio segno di avvicinarsi con una mano.

«Vieni pure qui, Fede.»

Lei è inginocchiata e ha le mani appoggiate al pavimento, ha la testa alzata per vedermi in faccia. «Inizia a lavorare.»

Trattengo un sorriso. «Le mie mani si muovono al ritmo della tua lingua.»

«Stronzo…» sibila. Si avvicina a me e si mette tra le mie gambe. Allunga una mano verso il mio cazzo, lo accerchia con le dita ma si ferma a un paio di centimetri dalla pelle.

Mi spingo contro lo schienale. Lei si sta mordendo le labbra.

«Quando hai detto che torna il tuo ragazzo?»

«Bastardo…» Le dita di Federica sono ancora più fredde di prima. Sollevano il mio cazzo fino ad avere la cappella all’altezza della sua bocca.

«Brava, annusa l’odore virile, così ti ecciti.» Non sarebbe male averla che mi spompina e, intanto, si ditalina…

La ragazza mi scaglia contro uno sguardo di disgusto. Non aggiunge una parola, ma allunga la lingua e la passa sulla cappella. La leggera ruvidezza, resta scivolosa dalla saliva, raschia appena la mucosa del glande.

Stringo il buco del culo e le chiappe si irrigidiscono nella scarica di piacere che saetta lungo l’asta del cazzo. Inspiro a fondo a occhi chiusi: il mio odore di maschio eccitato è pesante fino al soffocamento. Lascio defluire il fiato e riapro le palpebre.

«Brava, Federica…» Mi sa che il culo non la sola cosa buona per desiderarla come amante…

Muovo un dito sul touchpad e il cursore si sposta sullo schermo. Gli faccio raggiungere la dicitura “Deleted files” e clicco. Lo schermo diventa bianco con una clessidra che ruota al centro.

La lingua della ragazza passa sul meato, un brivido mi increspa la pelle dell’uccello. Le braccia mi tremano e sollevo il dito dal pad per non rischiare di fare qualche casino peggiore di quello di Federica. «Cazzo… sei davvero brava…»

Lei ritrae la lingua, il mio pene ancora nella sua mano. «Spero che tu lo sia con il computer.»

«Figa, so distinguere il tasto sinistro da quello destro del mouse!» La schermata si aggiorna: una fila di minuscole icone disposte una sotto l’altra con delle informazioni riempiono il monitor. Sotto l’etichetta “Date” si ripete la scritta “Moved 48 minutes ago...”. Eccole, al primo colpo.

Mi sposto indietro e la fisso in volto. «Eh, hai fatto un bel casino… dovrò sudare le famose sette camicie.» Le faccio cenno verso il mio cazzo. «Ma tu forniscimi supporto morale.»

Fede non pronuncia una parola. L’espressione di rabbia e superbia di prima si è sciolta in una di colpevolezza. Si avvicina di più con le gambe e prende tra le labbra la cappella. Il suo fiato rumoreggia nel naso mentre sospira.

Le accarezzo la nuca un paio di volte. «Non preoccuparti. Sono certo che riuscirò a fare qualcosa.»

Clicco sulla casellina in alto a destra e seleziono tutte le foto. Il pulsante “Recover all…” diventa colorato: si sposto sopra il puntatore e premo. La clessidra ricompare in mezzo allo schermo e riprende a girare. Il contatore di file nel cestino, 382, diminuisce di una decina al secondo.

Ok, ora non mi resta che aspettare.

Abbasso una mano tra le mie gambe e accarezzo la mascella e il collo di Federica. La sua pelle è liscia, non escludo sia anche coperta da uno strato di quella polvere che mettono le donne per apparire più belle.

Ha ancora la cappella tra le labbra, la lingua strappa scariche di piacere ad ogni movimento.

Muovo a vuoto la mano sulla tastiera. «Merda, ma dove sono queste foto? Cazzo…»

Federica si ferma e mi guarda in faccia da sotto il tavolo.

Stringo le labbra e assumo un’espressione corrucciata. Sullo schermo, l’ultimo gruppo di foto scompare. Spero siano tornate nella loro cartella di origine… e ci fossero solo quelle della festa degli Alpini nel cestino, o sai il casino quando Michele si accorgerà che anche altre più vecchie sono risaltate fuori dalla loro tomba digitale…

Torno alla schermata d’insieme delle cartelle e clicco su quella che ha la dicitura Festa Alpini 2012. Una sfilza di piccole foto in cui si distinguono degli anziani e abeti riempie lo schermo.

Federica non ha smesso di fissarmi. «Allora, William?»

«Non distrarmi.» Le metto una mano sulla nuca. «Apri la bocca, piuttosto.»

Le sue labbra si schiudono ma gli angoli si abbassano. Le spingo in avanti la testa e la penetro: la cappella scorre contro il palato e la lingua fino a quando la punta del naso della ragazza è contro il mio inguine. Il cazzo si bagna della sua saliva, le scendo oltre le tonsille.

La lascio andare e si sposta indietro, lasciando uscire una parte dell’asta, grondante saliva, ma arrivata con la cappella tra le sue labbra riprende a ingoiarsi l’uccello.

Accarezzo una sua guancia. «Vedrai che andrà tutto bene… Dammi solo ancora un minuto o due.»

La promessa sottintesa di soluzione al suo pasticcio fa aumentare la velocità della sua pompa.

Una marea di anziani con il naso rosso e con un bicchiere in mano compare in quasi tutte le miniature delle foto. Una gran fantasia e… Perché la scema aveva cancellato le foto? Perché non voleva che una che la ritraeva nuda non venisse spedita ad una rivista?

Blocco un sorriso prima che compaia sulle mie labbra. Trascino la barra di scorrimento verso il basso: una nuova schiera di vecchi con il cappello grigio e la penna nera scivola lungo lo schermo e… un paio di foto verticali catturano la mia attenzione.

Apro la prima. Federica, nuda, appoggiata ad un albero con una spalla, compare davanti a me. Non che ci sia nulla da immaginare rispetto a come si veste, anche quando viene a scuola: il seno è quasi inesistente, ancora minore di quello che lascia intuire, e i due capezzoli sono la cosa più prominente nel suo petto; la figa è depilata, un taglio che non lascia scorgere nulla.

Lancio un’occhiata alla stessa ragazza, vestita poco di più rispetto alla foto e in ginocchio tra le mie cosce, che continua a lavorare di bocca. La sua lingua si muove di punta sul frenulo, strappandomi un gemito e facendomi tremare le gambe.

 «Brava, continua così.» La mia voce tradisce i lampi di piacere.

Lei mi lancia un’occhiata. Le rispondo con un sorriso. «Forse ci sono.»

La sua lingua fa un giro della mia cappella e torna a stuzzicarmi il filetto. Cazzo, ci sa fare con la lingua, la troia…

Ho il fiato corto e il cuore mi batte contro le costole. Le palle iniziano a prudere e un calore si irradia dall’inguine. Ormai ci siamo.

Clicco sulla freccia a destra e la foto cambia. È di nuovo Federica il soggetto, ma adesso è girata di spalle, appoggiata con una mano all’albero, piegata in avanti a novanta gradi. Le splendide chiappe sono aperte, il buco del culo appare come una stella nella notte nello spacco e, sotto, la figa appena dischiusa.

Cazzo, questa è bellissima! L’uretra inizia a bruciare, il bisogno di sborrare si fa intenso, prossimo ad essere intollerabile…

Devo stamparmi in mente questa foto per la prossima volta che mi sparo una sega! Devo ricordare ogni singolo dettaglio e…

Le labbra mi si tendono davvero questa volta: in alto compare l’icona dei tre pallini uniti a triangolo. Clicco sopra e si apre una finestra di dialogo. Ci sono un paio di caselle di testo e, in quella con l’etichetta “e-mail”, scrivo williamkasanova@hotmail.com. Premo “Send”.

La finestra scompare, sostituita da una barra che si colora di azzurro un centimetro alla volta. Prendo con la punta del puntatore la barra del titolo e la sposto: il culo di Federica è di nuovo in piena vista sullo schermo.

Meraviglioso, l’ano è stretto e appena più scuro sulle sue grinze. Mi passo la punta della lingua sulle labbra: quanto vorrei leccarglielo mentre le infilo due dita in figa e la faccio godere, la sua eccitazione liquida che scorre lungo la mia mano e il braccio, i suoi gemiti…

Appoggio una mano sulle chiome dorate di Federica, sono setose. Le accarezzo. «Non fermarti, gioia. Quasi ci siamo.»

Lei si interrompe, si tira indietro dal mio inguine per parlare.

La mia mano fa resistenza sulla sua nuca. «Continua, ho detto.» Tocco un paio di volte i tasti senza che la cosa abbia alcuna conseguenza.

Federica riprende a leccare, ogni movimento della sua lingua è una botta di piacere. Mi appoggio allo schienale, rilassato e soddisfatto. Questo è un gran bel modo di lavorare al computer.

Il colore azzurro riempie la barra, scompare e viene sostituita dalla scritta “Image(s) sent”.

«Ci siamo quasi, Fede…»

Contemplo l’immagine della troia di spalle, a novanta. Il mio cazzo che, invece che nella sua bocca, scivola nel suo retto, il mio inguine che colpisce le sue chiappe sode e muscolose, le mie mani che stringono la sua vita e la tengono ferma…

Le palle mi si stringono, l’uretra sembra percorsa da migliaia di formiche, il piacere scivola fino alla mia mente, la svuota.

Gemo. «Fede!» La mia schiena si arcua.

Blocco la testa della ragazza contro il mio inguine, le sue mani si appoggiano contro le mie cosce per spingersi via. Emette dei versi spaventati.

Le esplodo in gola, il meato vomita schizzi di sborra bollente e densa quanto Vinavil. Boccheggio, tutto diventa buio per un istante, l’universo ridotto all’eiaculazione e al calore della bocca della troia.

Mi accascio sulla sedia, respirando come se avessi appena fatto una ventina di rampe di scale di corsa. Il cuore batte nelle orecchie. Lascio andare la testa di Federica e il cazzo bagnato si ritrova esposto all’aria gelida della stanza.

La ragazza è seduta scomposta sul culo, si passa il dorso di un pugno sulle labbra, il petto scosso dai colpi di tosse. «Stronzo… dovevi proprio venirmi in bocca?»

Che rompicoglioni… Michele deve trovare qualcosa di davvero speciale per voler stare con te. Sospiro, il senso di benessere colma ancora i miei muscoli. «E dove dovevo sborrare? Sui tuoi vestiti?» Un paio di gocce, spero di saliva per i colpi di tosse, scuriscono il top.

Lei non risponde ma nemmeno smette di fulminarmi con lo sguardo. Si mette a carponi ed esce da sotto il tavolo spostando una sedia. Mi si avvicina.

Chiudo la scheda del browser con la sua foto di culo e mi alzo anch’io. Il cazzo mi resta orizzontale, quasi alla sua massima estensione; una goccia si sborra penzola dalla cappella bagnata di saliva.

Indico alla ragazza lo schermo pieno di miniature delle foto della festa a Col Boaria e mi inginocchio. Afferro pantaloni e mutande e alzo tutto in una volta. «A posto. Visto?»

Il viso di Federica perde una parte della sua rabbia. «Non sono certa valesse una deepthroat.»

«La prossima volta chiamane uno che si accontenta di una sega.» Anche perché se mi cerchi di nuovo pretenderò il tuo culo. «Oppure, la prossima volta che ho un problema, mi aiuti e ti ripago con un cunnilingus.» Le sorrido. «Oppure, potrei anche fartene uno subito.»

I suoi occhi si sgranano. «No, no, no! Adesso arriva Michele e non voglio che ti becchi qui!»

Sollevo le spalle. «Quella che ci rimette sei tu.»

Mi spinge, per quanto abbia la metà del mio peso. «Adesso vai. E grazie.»

La precedo verso la porta d’ingresso di casa sua. «Ok. Comunque, se hai ancora problemi, chiamami.»

«O magari evito di cancellare di nuovo qualcosa.»

Mi chiude la porta alle spalle. Che stronza: solo perché le ho sborrato in bocca e l’ho salvata da un problema praticamente inesistente…

Prendo dalla tasca il Lumia e lo sblocco. Nelle notifiche, mi compare una e-mail ricevuta pochi minuti fa da un mittente il cui indirizzo non ho mai visto prima. Sorrido.

Riporto in tasca il telefono, recupero il casco da sotto il sedile e me lo metto in testa. Mi siedo e faccio partire il Typhoon. Mi avvio e mi immetto nella strada.

Una Ka rossa mi passa accanto sull’altra corsia, seguita da una Panda verde vecchio tipo scassata. Sullo specchietto retrovisore, la Panda entra nel piazzale della casa dei Torelli.

Dai, ti è andata bene, Michele. Mai quanto a me, ma almeno ignorerai anche oggi che stronza ficcanaso è la tua ragazza.

 

FINE


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