Qualche minuto dopo, esco dalla sua camera per andarmene. Nel corridoio, noto che la porta di Giulia è spalancata. Sul pavimento c'è una grossa valigia rigida, aperta. Giulia è seduta sul bordo del letto, circondata da magliette buttate a caso,con un'espressione talmente cupa da far male. Mi affaccio allo stipite. «Ma che fai, parti per l'Australia?» Giulia non alza nemmeno lo sguardo. Non ha la forza di fare ironia. «Mi manda via quindici giorni. Che devo mettere dentro, due calzini?» Entro e mi siedo accanto a lei sul letto, tra una felpa e un paio di jeans. «Hai parlato ancora con tua madre?» Scuote la testa, fissando la valigia vuota. «Non mi vuole nemmeno sentire.» Le racconto del mio tentativo in cucina,spiegandole che ho provato a convincere Carmela a ridurre la punizione. Ovviamente ometto tutto il resto, tutto lo schifo che ha avvelenato la seconda parte della mia serata. «E allora?» mi chiede, con un barlume di speranza. «Non ha ancora cambiato idea, Giuly.» Abbassa lo sguardo. Le sue spalle tremano appena.
«Stamattina mi hai detto che mi avresti aiutata,» mi ricorda, con la voce che si incrina. «E lo farò.» «Ma non sta funzionando, Franci.» «Giuly, non posso risolvere tutto in un giorno. Dalle tempo di sbollire.» Alza gli occhi lucidi verso di me. «Io non voglio stare quindici giorni da Teresa. Divento pazza.» Senza dire niente, le passo un braccio attorno alle spalle. Giulia si lascia cadere contro di me, appoggiando la testa sulla mia spalla. Non c'è un briciolo di tensione sessuale in questo momento. È pura disperazione, una ragazzina ferita che cerca conforto nel posto più sbagliato possibile,rendendo la mia posizione ancora più ripugnante.
«Domani parli ancora con mamma?» mi chiede, a mezza voce. «Sì.» «E se non ti ascolta?» «Ci riproverò.» Si stringe a me. «Promesso?» «Promesso.»
Ma la conversazione scivola subito verso un terreno pericoloso. La frustrazione di Giulia inizia a trasformarsi in rabbia,puntando dritta contro di me. Si raddrizza, asciugandosi malamente gli occhi. «Però non capisco. Lei ti ascolta sempre.Con te non si arrabbia mai, ti difende pure quando sbagli! E allora perché non riesci a convincerla?» «Giulia, non sopravvalutare il mio potere. Le decisioni di una madre non dipendono da me.» Lei tira su col naso. Una lacrima solitaria le riga la guancia. Poi, mi pianta gli occhi scuri in faccia, e la sua voce si fa dura, fredda come il ghiaccio. «Se domani mi manda davvero via, io racconto tutto a Erika.»
Mi si congela il sangue nelle vene. Mi irrigidisco, sentendo il respiro bloccarsi in gola. «Giulia, non dire sciocchezze.» «Perché?» mi sfida, sollevando il mento. «Perché sei arrabbiata, e stai dicendo cose di cui potresti pentirti amaramente tra cinque minuti.» Lei abbassa lo sguardo, torturandosi le dita. «Sono stanca di dover stare sempre zitta mentre lei decide della mia vita.» La afferro per le spalle, costringendola a guardarmi, senza minacciarla ma parlandole con la massima serietà. «Giulia, ascoltami. Se tu riveli un segreto del genere solo per rabbia, o per vendetta, rischi di distruggere persone che non c'entrano niente con questa punizione. Erika non si merita una cosa del genere.» Alle mie parole, la sua spavalderia crolla. Inizia a piangere di nuovo, nascondendo il viso tra le mani. La tiro a me, stringendola in un abbraccio disperato, consapevole che la bomba che abbiamo innescato è ormai pronta a esplodere al minimo passo falso. Il piccolo mistero che chiude la scena la spinge verso una suspense insostenibile.
Mentre Giulia singhiozza silenziosamente contro la mia spalla, il mio telefono, che tenevo in tasca, vibra. Lo sfilo con cautela per non farmi notare. È un messaggio su WhatsApp. Il nome di Carmela brilla sullo schermo.«Francesco, scusami se ti disturbo ancora. Mi dispiace davvero per prima.»
Fisso la scritta. Penso sia solo l'ennesimo attacco di panico misto ai fumi del vino. Non rispondo. Giulia, con il viso nascosto contro il mio petto, non si accorge di nulla. Ma dopo trenta secondi, il telefono vibra di nuovo.«Domani, dopo che Giulia sarà partita, potresti passare un momento? Vorrei parlarti di quello che è successo. Da sobria, stavolta.»
Il cuore perde un battito. Rileggo il messaggio due volte. Non mi è sfuggito il tempismo. Mi sta chiedendo di venire a casa dopo che Giulia sarà partita. Quando la casa sarà completamente vuota. Non significa per forza che abbia pianificato l'esilio della figlia per restare sola con me, ma la coincidenza mi fa sudare a freddo. È un invito a varcare un confine da cui non si può tornare indietro.
Giulia sente la rigidità del mio corpo. Solleva la testa, notando la luce dello schermo. «Chi è?» mi chiede, strofinandosi gli occhi. Abbasso immediatamente il telefono contro la gamba. «Niente di importante.» Lei mi osserva per un secondo,diffidente, poi torna al suo dolore. «Franci...» «Dimmi.» «Mi prometti che domani fai qualcosa?» Annuisco.Apro la bocca per rispondere, ma il telefono vibra per la terza e ultima volta.
«E per favore, non dirlo a Erika. Non saprei nemmeno come guardarla negli occhi.»
«Franci?» Giulia mi stringe forte la mano. «Me lo prometti?» La guardo. Ha ancora gli occhi arrossati e la valigia tristemente aperta accanto al letto, in attesa di essere riempita per un esilio ingiusto. «Sì, Giuly,» le dico con voce ferma.«Te lo prometto.» Lei sospira, rassicurata, e appoggia di nuovo la testa pesante sulla mia spalla. Il telefono vibra appena nella mia mano per lo spegnimento dello schermo, rituffando il corridoio nella penombra. Sono appena riuscito a promettere a Giulia che farò di tutto per salvarla e riportarla a casa. Il problema è che sua madre mi ha appena chiesto di tornare quando lei non ci sarà più. E non riesco, nemmeno per un istante, a smettere di pensare alla porta della sua camera. Quella che avrebbe potuto chiudere. E che mi viene il terribile dubbio abbia scelto di lasciare aperta, gettando un amo nel buio a cui non so se avrò la forza di resistere.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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