Nota: Questo racconto è una diramazione alternativa di Sorella sbagliata. La storia riparte direttamente dagli eventi del capitolo 11, immaginando che quella sera, nel garage, sia accaduto qualcosa di diverso. Da questo momento gli avvenimenti seguono una linea narrativa indipendente, senza modificare la storia originale.
Essere il fidanzato perfetto richiede una certa dose di cinismo, o forse solo un'ottima capacità di compartimentazione. Me ne sto appoggiato al bancone della cucina, con un calice di vino in mano, a guardare Erika che spadella con la dedizione di chi sta partecipando a Masterchef. Accanto a lei, sua madre Carmela affetta le verdure con precisione chirurgica. Sul divano, completamente inutile alla causa, Giulia scorre il feed di TikTok sbuffando ogni tre per due.
È la nostra normalità. Battute, piccoli battibecchi familiari, l'odore del soffritto che riempie l'aria. Nessuno in questa stanza ha la minima idea di cosa succeda quando io e la figlia minore rimaniamo soli.
«Non trovo le forbici da cucina,» annuncia Giulia, sollevandosi a fatica dal divano per frugare in un cassetto della credenza. «Cerca bene, scansafatiche,» la rimbrotta Erika, senza distogliere lo sguardo dai fornelli.
Sento un fruscio di scartoffie, poi Giulia si blocca. Un sorriso infame le si dipinge sulle labbra. Estrae un pezzo di carta lucida. «Mamma, ma questa eri tu?» Carmela si volta, pulendosi le mani nel grembiule. Sbircia la foto e si blocca per un istante. «Giulia, rimetti subito quella fotografia a posto,» le dice, cercando di mantenere un tono normale mentre si sistema nervosamente il bordo del grembiule. «Franci, guarda,» ridacchia Giulia, ignorandola e sventolandomi la foto sotto il naso. «Mia madre prima di diventare una vecchietta.» «A quarantotto anni sarei una vecchietta?» sbotta Carmela,visibilmente in imbarazzo.
Prendo la foto tra le dita. L'immagine ritrae Carmela durante una serata fuori, anni fa. È diversa. Rilassata, elegante, con un paio di occhiali scuri e un sorriso aperto e caloroso che le illumina il viso allungato, mettendo in risalto gli zigomi evidenti e la mandibola delicata.
Alzo lo sguardo dalla foto alla vera Carmela, che ora sta fissando il tagliere con le guance in fiamme. Non è affatto una donna trasandata, anzi. Indossa una camicia bianca di raso, sbottonata quel tanto che basta per lasciare intravedere l'attaccatura di un seno che è impossibile ignorare. Formoso, pieno e arrotondato, valorizzato dalla morbidezza del tessuto. La sua è una figura a clessidra: la vita è segnata, stretta rispetto all'ampiezza del petto e dei fianchi generosi e pronunciati. Non ha un fisico scolpito da palestra, ma forme naturali, morbide, di una femminilità carnale e matura. Le cosce, sotto i pantaloni scuri, si intuiscono tornite e proporzionate. I capelli, castano scuro, le ricadono sulle spalle un po' disordinati, incorniciando quel viso dalla pelle dal colorito caldo, reso ancora più vero da qualche piccola irregolarità naturale. C'è un contrasto pazzesco tra la donna disinvolta e provocante della foto e quella che ora, con le spalle strette e i polsi sottili, si passa una mano affusolata sul mento, quasi impacciata per la mia attenzione.
«Però, Carmela,» le dico, con il tono di chi fa una cortesia del tutto innocente. «Stavi proprio bene.» Lei arrossisce ancora di più. Le sue labbra carnose si stringono in un sorriso timido, vulnerabile. «Grazie, Francesco. Adesso però rimettetela a posto.» Giulia sbuffa, buttando la foto nel cassetto. «Sì, vabbè. Mamma, piuttosto, hai preso l'acqua?» «Sì, l'ho lasciata in garage, vicino alla macchina», sospira Carmela. «Anzi, Franci, quando vai via potresti dare un'occhiata al bagagliaio? Da qualche giorno non si chiude bene.» «Certo, te lo controllo io dopo,» la rassicuro, finendo il mio vino.
Mezz'ora dopo, il sugo bolle e la tensione culinaria è alle stelle. Erika si asciuga la fronte col dorso della mano.«Franci,amore, mi faresti un favore? Vai giù in garage a prendere l'acqua e le birre per stasera?» «Agli ordini,» rispondo,staccandomi dal bancone. Erika si gira verso la sorella. «E tu alza il culo e vai ad aiutarlo, che pesano.» Giulia alza gli occhi al cielo con la sua solita teatralità. «Schiavismo puro.»
Mentre ci avviamo verso la porta che dà sulle scale, Carmela si batte una mano sulla fronte. «Accidenti, mi sono dimenticata di tirare fuori il pane. L'ho lasciato nel congelatore a pozzetto, quello giù nel locale di servizio.» «Vado io dopo, mamma,» dice Erika, mescolando vigorosamente la pasta. «No, tranquilla. Finisco di tagliare queste melanzane e scendo io dal retro della cantina, faccio in un attimo. Voi andate,» dice, facendoci un cenno con la mano.
Il percorso è semplice: le scale interne portano al piano interrato. C'è una porta che dà sul locale di servizio — dove tengono il congelatore e gli attrezzi — che a sua volta è collegato direttamente, tramite un arco aperto, al garage vero e proprio, accessibile anche dalla cantina. Un piccolo labirinto di cemento e penombra, dove gli scaffali più alti separano visivamente il locale di servizio dalla zona in cui è parcheggiata l'automobile.
Appena mettiamo piede nel garage, il sensore di movimento fa scattare la plafoniera al neon. La luce fredda illumina l'auto di Carmela, posteggiata a ridosso dei vecchi scaffali di metallo carichi di scatoloni. La cassa d'acqua blu è proprio dietro il bagagliaio. «Guarda te se devo fare la facchino,» si lamenta Giulia, avvicinandosi alla macchina. «Puoi sempre guardare me che lavoro,» replico, abbassandomi per afferrare le bottiglie.
Non faccio in tempo a raddrizzarmi. Il sensore, tarato malissimo, decide che non ci stiamo muovendo abbastanza. Click.Il garage piomba nel buio. L'istante dopo, sento le mani di Giulia afferrarmi per i passanti dei jeans. Mi spinge all'indietro.La mia schiena urta contro lo spigolo di uno scaffale. «Sei insopportabile quando fai il fidanzatino perfetto,» mi sussurra all'orecchio. La sua voce ha perso ogni traccia di noia adolescenziale. Ora è roca, bagnata, urgente. «E tu sei una pessima cognata,» le rispondo, afferrandola per i fianchi.
La spingo contro la fiancata fredda della macchina di Carmela. Giulia ansima quando le mie mani le risalgono sotto il tessuto leggero della maglia, trovando la pelle calda. Non c'è tempo per i preliminari dolci, non qui. Le abbasso i pantaloni della tuta e le mutandine in un colpo solo, fino alle ginocchia. Lei non aspetta altro: si piega in avanti,appoggiando le mani sul cofano posteriore, inarcando la schiena e offrendosi a me. Mi sbottono i jeans con foga.Sono già duro come la pietra. Mi avvicino e le scosto i glutei. È già bagnata, fradicia, pronta. «Fallo,» implora con un gemito strozzato.
Entro in lei con una spinta secca, decisa. Giulia soffoca un grido, mordendosi il polso. La sua figa è strettissima, bollente,e mi stringe come una morsa a ogni affondo. Inizio a muovermi dentro di lei, prima con colpi lunghi e profondi, poi sempre più veloci. Il rumore della mia carne che sbatte contro i suoi glutei rimbomba nel silenzio del garage,mescolandosi al suo respiro affannoso. Alzo una mano e la faccio calare con forza sulla sua natica. Paff. Lei geme,inarcandosi ancora di più,tremando di piacere. La sculaccio di nuovo, tenendola ferma per un fianco, ancorandola a me mentre spingo senza pietà.
In quel momento, in lontananza, sento un rumore. Un fruscio metallico e un lieve tonfo proveniente dal locale di servizio,la stanza appena dietro l'arco. Mi fermo per mezza frazione di secondo. Il cuore mi batte in gola.Sarà l'impianto della caldaia, penso. O qualche cianfrusaglia che si è mossa nel locale del congelatore. «Non ti fermare... ti prego,» ansima Giulia, spingendo il culo contro il mio bacino per cercare l'attrito.
Il pensiero razionale svanisce, inghiottito dall'eccitazione. Riprendo a scoparla con una foga quasi rabbiosa. I suoi gemiti diventano piccoli guaiti disperati. Affondo dentro di lei fino in fondo, massaggiandole il clitoride con le dita della mano libera. Il suo corpo si tende come una corda di violino. Le sue pareti si contraggono furiosamente attorno a me. «Sto venendo... Franci, vengo!» sibila, tremando contro la lamiera dell'auto. La sua stretta mi fa perdere ogni controllo. Do tre spinte violente, veloci, profonde, e vengo dentro di lei con un grugnito roco, svuotandomi completamente, con il respiro che mi brucia nei polmoni.
Rimaniamo accasciati contro l'auto, ansimanti nel buio, la pelle madida di sudore. Nessuno dei due nota il silenzio innaturale che, ora, proviene dal locale di servizio adiacente.
