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Erotika
La Suocera Repressa, Invidiosa Delle Figlie · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 44 min di lettura

Mia suocera voleva eccitarmi

Giulia paga a caro prezzo una curiosità proibita, mentre Carmela comincia a cercare attenzioni che non dovrebbe desiderare. Un vecchio vestito e una porta lasciata aperta mettono Franci davanti a una tentazione sempre più difficile da ignorare.

Alessia
10 ore fa · 42 letture · 2

Il silenzio nella cucina è così denso che mi sembra di sentirlo fischiare nelle orecchie. Carmela è immobile a un metro da me, lo sguardo incollato alla tenda improvvisata e spudorata che la mia eccitazione sta sollevando sotto il tessuto grigio della tuta. È un attimo sospeso, carico di una tensione palpabile, di quelle che precedono un punto di rottura irreversibile.

Mi aspetto che urli, che mi tiri uno schiaffo, che chiami Erika. Invece, Carmela sbatte le palpebre, deglutisce a fatica e distoglie bruscamente lo sguardo. Le sue guance si accendono di un rossore violento, ma sceglie la via della negazione assoluta, fingendo che quel dettaglio grottesco non esista.

«Francesco, ma che fai ancora sveglio?» mi chiede, con una voce che trema solo per una frazione di secondo prima di ritrovare il suo asse. Faccio un mezzo passo indietro, piegandomi leggermente in avanti per nascondere il disastro e incrociando le braccia. «Io... niente, avevo sete. Sono sceso a bere un bicchiere d'acqua prima di dormire.»

Lei annuisce, tenendo gli occhi ostinatamente fissi sul mio viso. Sembra quasi disposta a credermi, a lasciar scivolare via tutto, ma poi il suo sguardo cade sul bancone di marmo. Si acciglia. Il suo cellulare è proprio lì, al centro dell'isola,lontanissimo dalla presa di corrente dove lo aveva lasciato in carica.

«Aspetta...» mormora, avvicinandosi al bancone. «Ma quello è il mio telefono?» Mi si gela il sangue nelle vene. Mi irrigidisco, incapace di inventare una scusa credibile in così pochi secondi. Lei allunga una mano, prende l'apparecchio e sblocca rapidamente lo schermo. Le basta un istante per accorgersi che l'app di messaggistica è rimasta aperta proprio sulla conversazione con Lorenzo.

Alza lentamente la testa. I suoi occhi scuri, solitamente calmi e materni, ora sono due fessure lucide. «Francesco... hai guardato il mio telefono?» Il mio cervello calcola rapidamente le opzioni. Negare di fronte all'evidenza mi renderebbe solo più patetico. Scelgo di evitare una bugia completa, piazzandomi in una posizione moralmente scomoda ma,quantomeno, onesta. «Sì,» ammetto, abbassando lo sguardo. «Ho visto dei messaggi.»

Mi preparo all'esplosione, alla cacciata da casa in piena notte. Ma non succede. Carmela fissa lo schermo del telefono,ancora aperto su quella chat, e inevitabilmente capisce che ho visto anche la fotografia personale che gli aveva inviato.Non si arrabbia. Al contrario, sembra quasi sgretolarsi. Ho l'impressione che una vergogna immensa, quasi infantile, le stia divorando i lineamenti del viso.

«Hai visto anche la fotografia?» sussurra, con un filo di voce che mi stringe lo stomaco. Annuisco, sentendomi il peggiore degli stronzi. «Mi dispiace, Carmela.» Lei si copre il viso con entrambe le mani. Le sue spalle, fasciate dalla vestaglia scura, si incurvano in avanti. «Dio mio, che vergogna.» «Carmela, no, ascoltami,» provo a dirle, facendo un passo verso di lei, dimenticandomi perfino della mia condizione fisica imbarazzante. «Non hai assolutamente nulla di cui vergognarti,te lo giuro.»

Lei scuote la testa, tenendosi ancora le mani sul viso, i capelli che le ricadono in avanti. «Non è per la fotografia,Francesco,» mormora, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. I suoi occhi sono lucidi. «O meglio, anche. È per tutto il resto.» La guardo, sinceramente spiazzato. «Ti ha fatto qualcosa? Lorenzo ha fatto qualcosa che ti ha ferita?» Carmela scuote di nuovo la testa, un movimento lento e rassegnato. «No. È stato gentile.» Si appoggia al bancone, fissando un punto indefinito nel buio della cucina. Passano secondi pesantissimi. La spontaneità lascia il posto a una confessione intima, un crescendo emotivo che parte dal basso per colpire dritto al petto. «Forse è proprio quello il problema,» riprende, con un sorriso amaro. «Non posso neppure dire che sia stato cattivo con me.»

Esita. Mi dà l'impressione di essere una donna che fa fatica a dare voce ai propri bisogni, come se il peso di quella serata fosse diventato troppo grande per portarlo da sola. Senza scendere in alcun dettaglio fisico, mi racconta la sua delusione.Mi racconta di come abbia provato a sentirsi di nuovo desiderabile, viva, e di come, alla fine, quella fretta, quella parentesi tiepida e accomodante, l'abbia lasciata svuotata.

«Mi ero preparata per quella serata come una ragazzina, Francesco.» «E che c'è di male?» le rispondo, con dolcezza sincera. «Niente. Solo che alla fine mi sono sentita più sola di prima.» La guardo negli occhi. «Mi dispiace, Carmela.» «Ho passato tutto il tempo a chiedermi se fossi io a pretendere troppo. Se alla mia età dovrei solo farmi bastare quello che arriva.» «Non credo che voler stare bene con qualcuno sia pretendere troppo,» affermo, con convinzione assoluta. «Non dovresti mai pensarlo.»

Carmela mi guarda. Un sorriso piccolissimo, fragile, le increspa le labbra, mentre nei suoi occhi passa un'emozione che fatico a decifrare. «Tu riesci sempre a far sembrare tutto più semplice.» Non è una dichiarazione, né una provocazione. È una constatazione sussurrata nella notte, e io la registro come tale, un piccolo gancio emotivo che la lega alla mia inaspettata comprensione.

Ma l'intimità di quel momento dura un istante. Carmela sgrana gli occhi, come risvegliandosi improvvisamente da una trance. Si allontana dal bancone, stringendosi la vestaglia sul petto con un gesto difensivo. «Oddio, scusami,» dice bruscamente, la voce che torna formale e distante. «Sono cose che non dovrei assolutamente raccontarti.» «Tranquilla,davvero. Con me puoi parlare,» provo a rassicurarla, cercando il suo sguardo. Ma lei appare mortificata. Ho l'impressione che non sia solo per il fatto che io, il fidanzato di sua figlia, abbia violato la sua privacy spiando i suoi messaggi, ma per essersi messa a nudo, condividendo la sua insoddisfazione più privata con un ragazzo che si sta dimostrando fin troppo comprensivo e rispettoso. Mi viene il dubbio che il mio atteggiamento non faccia che acuire il suo disagio, facendola sentire fuori luogo, esposta.

La cucina piomba di nuovo nel silenzio. Ma questa volta, l'immobilità viene spezzata da un rumore secco.Tonf. Un tonfo sordo, seguito dal rumore metallico del tubo dell'aspirapolvere che urta contro l'anta di legno. Proviene dal piccolo ripostiglio alle mie spalle. Carmela si congela. «Che cos'è stato?» Sudo freddo. «Niente, credo di aver urtato la scopa prima, mentre cercavo il bicchiere...» tento di improvvisare, balbettando. Ma Carmela non mi ascolta. Mi supera con un passo deciso e si avvicina alla porta a soffietto del ripostiglio. Afferra la maniglia e la tira con forza. La porta si spalanca.

Dentro, accovacciata tra i detersivi e il mocio, c'è Giulia. Il silenzio che segue è uno di quelli che ti tolgono l'ossigeno.Giulia si alza in piedi lentamente, con gli occhi sgranati e il viso pallido come un lenzuolo. Carmela la osserva.Non vedo sorpresa sul suo viso, piuttosto l'espressione di chi sta rapidamente incastrando i pezzi del puzzle. «Giulia?» «Mamma...» balbetta la ragazza, uscendo dal nascondiglio a testa bassa. «Da quanto sei lì dentro?»

Giulia apre la bocca per inventare una scusa, ma Carmela è già arrivata alla soluzione. Guarda me, poi guarda la figlia, e infine sposta gli occhi verso il suo telefono sul bancone. La mortificazione e la vergogna sul suo viso si induriscono,cristallizzandosi in una rabbia fredda, tagliente. Non urla. Non perde il controllo. Quando parla, la sua voce è bassa,controllata, e per questo cento volte più spaventosa. «Hai letto le mie conversazioni private?» Giulia fa un passo indietro,cercando di minimizzare. «Mamma, stavo solo cercando una cosa...» Carmela fa un passo avanti, incalzandola.«Ti ho fatto una domanda, Giulia.»

La ragazza si morde il labbro, messa con le spalle al muro. «Sì,» ammette infine, con un filo di voce. «Ho preso io il telefono.» Faccio un passo avanti, sentendo il dovere di intervenire per evitare il disastro completo. In fondo, l'ho lasciata fare io. «Carmela, guarda che non è stata solo lei. Ero qui anche io, l'ho lasciata...» Giulia si gira immediatamente verso di me, sgranando gli occhi, quasi sorpresa dal fatto che non l'abbia gettata sotto un treno. Ma Carmela mi zittisce sollevando una mano. Non mi guarda nemmeno in faccia. «Francesco, torna di sopra.» Rimango interdetto. «Però...» Lei si volta verso di me, e i suoi occhi non ammettono repliche. «Per favore.»

Giulia spalanca la bocca, incredula di fronte a quell'incredibile disparità di trattamento. «Ma come? Lui se ne va?» sbotta la ragazza, indicandomi. «Con te devo parlare, Giulia,» risponde Carmela, glaciale. «Anche lui era qui! Ha letto anche lui!» «Ho capito. Ora basta.» Faccio un ultimo tentativo. «Carmela, davvero, la colpa è anche...» «Francesco. Ho detto di salire da Erika. Subito.»

Non posso fare altro. La mia punizione è letteralmente inesistente. Assolta la mia cosenza con un debole tentativo di difesa, mi ritiro tatticamente. Mi volto verso il corridoio, lasciando Giulia da sola ad affrontare il plotone di esecuzione,sotto lo sguardo furibondo di sua madre. Salgo le scale nel buio, il cuore che batte ancora forte, sentendomi sollevato ma anche profondamente, irrimediabilmente confuso dall'indulgenza quasi inspiegabile che Carmela mi ha appena riservato.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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