Raggiungo il piano superiore mentre dal basso cominciano ad arrivare le voci, ora più alte. Non riesco a distinguere le parole, ma il tono di Carmela è duro, definitivo, mentre Giulia cerca di difendersi con la sua solita arroganza che va sgretolandosi. Apro la porta della camera di Erika in punta di piedi. Lei è esattamente dove l'ho lasciata, avvolta nelle coperte, che respira profondamente, ignara del terremoto che sta scuotendo le fondamenta di casa sua.
Mi sfilo i pantaloni della tuta, torno in boxer e mi infilo sotto il piumone, scivolando accanto al corpo caldo della mia fidanzata. Fisso il soffitto immerso nell'ombra. Ripenso alla fotografia, al pizzo nero che stringeva il seno di Carmela.Ripenso alla sua voce rotta mentre ammetteva di essersi sentita sola, e a quel suo "Tu riesci sempre a far sembrare tutto più semplice". E poi cerco un motivo, una qualsiasi logica dietro al fatto che mi abbia protetto, che non mi abbia rivolto un solo rimprovero per aver ficcato il naso nei suoi segreti più intimi. Non trovo risposte. Chiudo gli occhi, cercando disperatamente di prendere sonno, mentre al piano di sotto, nel cuore della notte, la discussione continua a infuriare,lasciando nell'aria quel piccolo mistero irrisolto che promette di complicare ogni cosa.
La luce della domenica mattina filtra invadente dalle fessure delle tapparelle, colpendo dritto il cuscino. Erika è già sveglia accanto a me, rannicchiata su un fianco con un sorriso radioso stampato in faccia. «Buongiorno, dormiglione,» mi prende in giro, passandomi una mano tra i capelli scompigliati. «Cominciavo a pensare che fossi entrato in letargo.» «È il riposo del guerriero,» borbotto, stropicciandomi gli occhi e tirandola a me per un bacio impastato di sonno. «O del manutentore, fai tu. Riparare mobili stanca.» Lei ride, dandomi una leggera spinta per farmi alzare. L'atmosfera è così leggera e perfetta che per un attimo, solo per un attimo, mi dimentico del disastro nucleare che ho lasciato in cucina nel cuore della notte.
Quando scendiamo al piano terra, il profumo del caffè riempie il corridoio. Carmela è già in piedi. È perfettamente vestita,con un paio di pantaloni comodi e una maglia chiara, i capelli raccolti con cura. Si muove tra i fornelli con la consueta grazia domestica. Mi preparo mentalmente al gelo, a sguardi taglienti o a battute passive-aggressive. Invece, si gira verso di noi e sorride. Un sorriso normale. Saluta Erika con un bacio affettuoso sulla guancia, poi i suoi occhi scivolano su di me. «Francesco, vuoi il caffè?» mi chiede, con una naturalezza che mi fa accapponare la pelle. «Volentieri,grazie,» rispondo, cauto come chi cammina su un campo minato. Me lo versa nella tazzina senza che la sua mano tremi,senza mostrare la minima traccia di risentimento per il fatto che poche ore prima il mio pene in piena erezione fosse a pochi centimetri dal suo viso, mentre spiavo i suoi segreti. Questa normalità di facciata è quasi più inquietante di una scenata.
Il teatro crolla pochi minuti dopo. Si sentono dei passi pesanti sulle scale, poi Giulia fa il suo ingresso in cucina. Ha le spalle curve, indossa una felpa troppo grande e ha gli occhi palesemente arrossati, gonfi di chi ha pianto per ore. Non guarda in faccia nessuno. Va dritta verso il frigorifero, ignorando completamente sua madre. Erika se ne accorge all'istante, posando la tazza sul tavolo. «Ma che faccia hai? Che avete fatto voi due?» Carmela sospira, appoggiandosi al bancone con le braccia incrociate. Il suo tono si fa improvvisamente di ghiaccio. «Giulia ha frugato nel mio cellulare stanotte.» Giulia sbatte lo sportello del frigo e scatta come una molla, fulminandola. «Ah, certo. Raccontiamo soltanto la parte che conviene a te.» Mi irrigidisco sulla sedia, fissando il fondo del mio caffè. Ci siamo.
«Non c'è nient'altro da raccontare,» taglia corto Carmela, con un'autorità inflessibile. Poi sgancia la bomba, guardando dritta la figlia minore. «Ho preso una decisione. Passerai i prossimi quindici giorni da zia Teresa. Partirai domani mattina,lunedì. L'ho già chiamata e ha detto che ti aspetta.» Il silenzio che segue è assordante. Giulia spalanca gli occhi,letteralmente trafitta da quella frase. Il fatto che Carmela abbia già organizzato tutto alle sue spalle, coinvolgendo la zia, è un colpo basso devastante. «Mi stai mandando via di casa?» balbetta la ragazza, la voce rotta. «Ti sto dando la possibilità di trascorrere qualche giorno lontana da tutte queste discussioni,» replica la madre, senza scomporsi. «Quindici giorni non sono qualche giorno!» urla Giulia, le lacrime che ricominciano a pizzicarle gli occhi. Erika interviene,visibilmente spiazzata. «Mamma, ma non è esagerato? Mandarla via di casa...» «Non è esagerato, Erika,» la interrompe Carmela. «Tua sorella ha oltrepassato un limite importante. Ho il diritto di avere una vita privata in casa mia, senza che qualcuno mi spii o mi giudichi.»
Su questo, tecnicamente, ha tutte le ragioni del mondo. Ma la ghigliottina che ha calato è sproporzionata, e tutti in questa stanza lo sanno. «Le condizioni sono queste,» continua Carmela, inesorabile. «Trascorrerai quindici giorni da Teresa. Se rifiuti, scordati il weekend con le tue amiche, l'uso della macchina e il contributo economico che ti avevo promesso per il campo estivo degli scout. E in ogni caso, da oggi in poi, non potrai invitare nessuno a casa quando io ed Erika siamo assenti, almeno finché non avremo ricostruito un minimo di fiducia.» Giulia è maggiorenne, non può essere presa di peso e caricata in macchina. Ma il ricatto economico e familiare e la pressione psicologica la incastrano senza via di scampo.Accetta la sconfitta abbassando la testa, i pugni stretti lungo i fianchi.
Ma c'è una crudeltà più sottile in tutto questo, ed è quella che fa più male. Giulia alza il viso, le guance bagnate. «E che cosa le hai raccontato? A zia Teresa, intendo.» «Le ho spiegato che abbiamo avuto una discussione seria,» risponde Carmela, mantenendo il contatto visivo. «Le hai detto del telefono?» insiste Giulia, con una disperazione che mi stringe lo stomaco. Carmela esita per una frazione di secondo. «Le ho detto che hai mancato di rispetto alla mia privacy.» Giulia si irrigidisce come se avesse preso una scossa. L'umiliazione è totale. Ora un'altra persona la sta già giudicando, ancor prima che lei abbia potuto aprire bocca per dare la sua versione dei fatti. «Teresa non è arrabbiata con te,» prova ad ammorbidire il colpo Carmela, ma è un gesto inutile. «È disponibile ad aiutarti a schiarirti le idee.» «Non voglio essere aiutata!» sbotta Giulia, la voce che trema di rabbia e dolore. «Voglio restare a casa mia!»
L'aria è tesa come una corda di violino. Giulia, messa con le spalle al muro, si guarda intorno alla ricerca di un appiglio e,inevitabilmente, i suoi occhi cadono su di me. «E Franci?» chiede, puntando il dito verso il tavolo. Carmela sbatte le palpebre. «Francesco cosa?» «Era con me stanotte!» urla Giulia, indicandomi. Apro la bocca per intervenire, pronto a prendermi la mia dose di merda per cercare di alleggerire il suo carico, ma Carmela mi precede con una rapidità impressionante. «Sei stata tu a prendere il telefono, Giulia.» «Lo stavamo guardando insieme!» «Non cercare di spostare il discorso sulle spalle degli altri.» Erika si gira verso di me, gli occhi sgranati dalla sorpresa. «Amore, anche tu hai letto?» Mi passo una mano sul viso, sentendomi un vigliacco. «Sì. Ho sbagliato, Erika. Avrei dovuto fermarla e non l'ho fatto.»
Mi aspetto l'ira funesta di Carmela, mi aspetto che mi butti fuori di casa. Invece, interviene per coprirmi di nuovo.«Francesco si è trovato in mezzo a una situazione che hai creato tu, Giulia. Non cambiare argomento.» Nessuna punizione. Nessun divieto di venire qui. Nessuna vera conseguenza. Carmela non dice una bugia plateale, ma sceglie deliberatamente di concentrare tutto il fuoco su sua figlia, lasciandomi intoccato nella mia bolla di immunità. Giulia mi guarda, poi guarda sua madre, e perde definitivamente la pazienza. «Con lui sei sempre buona!» urla, la voce che si spezza in un singhiozzo rabbioso. «A lui perdoni tutto!» «Adesso basta,» la gela Carmela, indicando la porta. «Sali in camera tua.» Giulia non se lo fa ripetere due volte. Gira i tacchi e scappa via, i suoi passi pesanti sulle scale seguiti dal boato della porta della camera sbattuta con violenza.
Rimango seduto in silenzio per un buon quarto d'ora, finché l'atmosfera non torna a essere quantomeno respirabile. Bevo il mio caffè ormai freddo, poi mi alzo. Mi dirigo verso le scale. Busso alla porta di Giulia. Nessuna risposta. Mi appoggio allo stipite, infilando le mani in tasca. «Giuly, guarda che se non apri vengo lì a raccontarti che tua zia ha già preparato una lista di faccende domestiche lunga due metri.» Dall'altra parte del legno arriva una voce impastata e stizzita.«Vaffanculo, Franci.» Sorrido appena. «Quindi sei viva.»
