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Erotika
La Suocera Repressa, Invidiosa Delle Figlie · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 44 min di lettura

Mia suocera voleva eccitarmi

Giulia paga a caro prezzo una curiosità proibita, mentre Carmela comincia a cercare attenzioni che non dovrebbe desiderare. Un vecchio vestito e una porta lasciata aperta mettono Franci davanti a una tentazione sempre più difficile da ignorare.

Alessia
12 ore fa · 64 letture · 3

Apro la porta lentamente. La stanza è in penombra. Giulia è seduta a gambe incrociate sul letto, rannicchiata su se stessa,le mani che torturano l'orlo della felpa. Ha gli occhi rossi e gonfi, il trucco sbavato della sera prima che le segna le guance.Tenta di mantenere il broncio quando mi avvicino, ma le trema il labbro inferiore. «Che vuoi?» mi aggredisce debolmente. «Vedere come stai.» «Benissimo. Mi mandano in esilio. Sto una favola.» Mi siedo sul bordo del materasso, a debita distanza per non invadere il suo spazio, e non dico nulla. Non cerco di convincerla che andrà tutto bene. La lascio semplicemente fare.

E lei crolla. Inizia a sfogarsi, le parole che le escono a fiumi. Mi racconta di come abbia litigato con Carmela per buona parte della notte, di come ogni sua spiegazione venisse respinta al mittente. «Non è normale, Franci,» mi dice, tirando su col naso. «Sembra che non mi voglia più vedere. Mi ha cacciato di casa. Come se farmi sparire fosse l'unica soluzione per non avermi tra i piedi.» Ascolto la sua angoscia, prendendola terribilmente sul serio, ma cerco di rimettere le cose nella giusta prospettiva. «Giulia, tua madre ha esagerato, non ci piove. Ha reagito malissimo. Ma questo non significa che non ti voglia bene o che non ti voglia più vedere.» «Se mi volesse bene non mi manderebbe da zia Teresa a farmi trattare come una criminale!» ribatte, cocciuta.

A quel punto, la rigidità del suo corpo cede. Si sporge in avanti, abbandonando le difese, e si appoggia contro il mio petto.È un movimento spontaneo, dettato dal puro bisogno di conforto. La avvolgo in un abbraccio, stringendola forte, e inizio ad accarezzarle lentamente i capelli. La vicinanza tra me e Giulia, in quell'istante, si nutre di piccoli gesti: una mano stretta, una carezza, dimostrando come a volte la spontaneità emotiva vinca sulla complessità delle tensioni che ci circondano. Non c'è nessuna provocazione, nessuna malizia nascosta. Anche se l'intimità non è di natura sessuale, ogni movimento è misurato per farle sentire la mia presenza, seguendo quel crescendo di fiducia e tenerezza che non ha sempre bisogno di parole.

Rimaniamo in silenzio per qualche minuto, cullati solo dal ritmo del suo respiro che piano piano si regolarizza. Cerco di strapparle un sorriso per allentare la morsa della tristezza. «Comunque pensa al lato positivo. Lì in esilio almeno mangerai meglio.» Giulia tira su col naso contro la mia maglietta. «Mia zia cucina malissimo. Brucia anche l'acqua.» «Allora ritiro tutto. Condoglianze.» Lei accenna un sorriso flebile, ma torna subito seria, sollevando il viso per guardarmi negli occhi.«Io non voglio andarci, Franci.» Le stringo delicatamente la mano, accarezzandole le nocche con il pollice. «Lo so.» Lei mi guarda con un'intensità disperata. «Tu mi aiuti?» Annuisco senza la minima esitazione. «Certo.» «Davvero,però.» «Davvero.» La guardo dritto negli occhi e formulo la promessa che finirà per incastrarmi. «Ti prometto che farò il possibile per farti tornare il prima possibile. Parlerò io con tua madre.»

Giulia si avvicina ancora, sprofondando nel mio abbraccio. Mi chino in avanti e le lascio un piccolo bacio sulla fronte. «E adesso basta piangere,» le dico, scompigliandole i capelli, «che altrimenti tua zia pensa che ti abbiamo rapita e torturata.» Lei mi dà una spinta leggera sul petto, sbuffando una mezza risata, e si asciuga gli occhi con il dorso della mano.

Mantengo subito la parola data. Lascio Giulia in camera e scendo in cucina alla ricerca di Carmela. Sta caricando la lavastoviglie con movimenti metodici. Mi appoggio al bancone, incrociando le braccia. «Carmela, scusami se mi intrometto, ma... Giulia ci è rimasta davvero male. Secondo me la punizione è troppo severa.» Lei si ferma, con un piatto a mezz'aria, e sospira profondamente. «Lo so, Francesco.» «Allora perché non riduci almeno i giorni? Quindici giorni sono tanti, sembrano un'eternità per una ragazzina.» Carmela inserisce il piatto nella griglia e si asciuga le mani. «Deve imparare a rispettare i limiti degli altri. Non può pensare di fare sempre quello che le pare senza conseguenze.» «Ma mandarla via di casa...» insisto, cercando di usare tutto il tatto di cui sono capace. Carmela si gira e mi guarda dritto negli occhi. Il suo sguardo è imperscrutabile. «Francesco, tu sei sempre molto comprensivo con lei.» «Qualcuno dovrà pur esserlo, no?» Il suo viso non accenna il minimo sorriso. «A volte esserle troppo vicino non le fa bene.» Rimango sorpreso da quella frase. «Che intendi dire?» «Intendo che finisce per pensare che ci sarà sempre qualcuno pronto a risolverle i problemi o a pararle i colpi.»

È una spiegazione logica, inattaccabile, ma mi suona incredibilmente vuota. Ho l'impressione che non sia del tutto sincera, anche se non riesco ancora a leggere tra le righe per capire quale altro motivo possa spingerla a voler allontanare sua figlia in quel modo.

Erika scende le scale qualche ora più tardi, quando il clima in casa si è apparentemente cristallizzato. Intercetta sua madre in salotto e prova a fare il mio stesso tentativo, forte del suo ruolo di figlia maggiore. «Mamma, ascoltami,» le dice,sedendosi sul bracciolo del divano. «Giulia ha sbagliato e ha fatto una cazzata tremenda, siamo d'accordo. Ma mandarla via non risolve il problema.» «Erika, si tratta soltanto di due settimane,» replica Carmela, senza distogliere lo sguardo dalla televisione spenta. «Ma lei la sta vivendo come un rifiuto! Pensa che non la vuoi più a casa.»

Per un momento, e solo per un momento, ho l'impressione di vedere l'armatura di Carmela incrinarsi. Le sue spalle cedono impercettibilmente,la mascella si rilassa e il suo sguardo si abbassa, quasi fosse attraversata da un improvviso senso di colpa materno. Mi sembra combattuta, esitante, come se le parole della figlia avessero toccato un nervo scoperto.Sembra quasi sul punto di cedere, di dire "Va bene, avete ragione". Poi, serra di nuovo la mascella. La corazza si richiude.«La decisione è presa,» ribadisce, con una freddezza che non le appartiene. «Domani mattina l'accompagno da Teresa.»

Il pranzo della domenica ha il sapore inconfondibile di una recita malriuscita. Siamo seduti a tavola, circondati dall'odore di arrosto e patate, in un'atmosfera così densa che si potrebbe tagliare col coltello. Giulia mastica a fatica, limitandosi a rispondere a monosillabi, gli occhi fissi sul piatto. Erika, ignara del terremoto che ha scosso le fondamenta di quella casa nella notte, cerca in tutti i modi di alleggerire l'aria raccontando aneddoti ospedalieri.

Carmela, dal canto suo, indossa la sua migliore maschera di normalità. Serve le porzioni, sorride nei momenti giusti e mi chiede se voglio ancora dell'acqua. Io intervengo con qualche battuta per dare manforte a Erika, ma senza spingere troppo.È una situazione surreale: la vita domestica va avanti, implacabile, mentre un conflitto gigantesco e taciuto ci respira sul collo. Appena finito il dolce, Giulia si alza. Annuncia freddamente che andrà da un'amica a recuperare alcune sue cose in vista dell'imminente "esilio" del lunedì. Carmela annuisce, lasciandola uscire senza aggiungere una parola.Quando la porta si chiude, Erika batte le mani sul tavolo. «Mamma, visto che abbiamo il pomeriggio libero, che ne dici se andiamo di sopra a fare il cambio armadi? Hai un sacco di roba vecchia che non metti più.»

Poco dopo, il soggiorno si trasforma in un campo di battaglia di grucce e scatoloni. Sto scorrendo il feed del telefono sul divano quando sento un grido trionfante di Erika. «Mamma, ma questo è quello della foto!» Alzo lo sguardo. Erika tiene tra le mani l'abito blu notte, lo stesso che avevamo visto nella famosa fotografia saltata fuori dal cassetto. Carmela si porta una mano alla bocca, scoppiando a ridere. «Oddio, non ci credo. Pensavo di averlo buttato via anni fa.» «Devi provarlo.Assolutamente,» insiste la figlia, sventolandoglielo davanti. Carmela scuote la testa, arrossendo. «Ma figurati.Non mi entrerà mai, Erika. Sono passati vent'anni e due gravidanze.» «Male che vada,» intervengo io dal divano, con un sorrisetto cinico, «lo possiamo sempre usare per pulire i vetri del salotto. Mi sembra un ottimo tessuto.» Carmela mi fulmina con uno sguardo che a stento maschera un sorriso. «Francesco!» Erika ride di gusto. «Dai, mamma, vai a metterlo. Ti sfido.» Alla fine, messa alle strette, Carmela alza gli occhi al cielo, afferra la gruccia e sparisce lungo il corridoio.

Quando rientra in soggiorno, il clima goliardico si dissolve. Il vestito non l'ha trasformata magicamente in una modella da copertina patinata, ma le sta d'incanto, valorizzandola in un modo completamente diverso rispetto alla ragazza della foto.La stoffa blu notte si tende sui suoi fianchi generosi e arrotondati, accarezzando la curva della vita e contenendo a fatica il volume morbido e maturo del suo seno. C'è una femminilità carnale e consapevole in lei che l'abito non fa che esaltare.Erika batte le mani, entusiasta. «Mamma! Ma stai benissimo!» Mi alzo dal divano, sincero. «Ha ragione. Ti sta da dio,Carmela.» Lei abbassa lo sguardo, improvvisamente impacciata, lisciandosi la gonna con le mani affusolate. «Voi due siete proprio scemi. Mi tira da tutte le parti.» «Macché tira, sei uno schianto. Franci, falle una foto, muoviti!» ordina Erika, passandomi il telefono. Carmela protesta, agitando le mani, ma si lascia trascinare al centro della stanza.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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