All'inizio posa in maniera rigidissima. Ha le braccia incollate ai fianchi, il respiro trattenuto e l'espressione di chi sta per finire davanti a un plotone di esecuzione. «Carmela,» sbuffo, abbassando il telefono, «guarda che non ti stiamo facendo la foto per la carta d'identità.» «Mamma, rilassati!» le fa eco Erika. «Facciamo così,» le dico, inquadrandola di nuovo.«Pensa a quella volta che hai montato la libreria al contrario e hai rischiato di ammazzare tua figlia.» L'immagine assurda fa crollare le sue difese. Carmela scoppia a ridere, una risata aperta, genuina, che le fa gettare la testa all'indietro e illuminare il viso. Scatto esattamente in quel momento.
Quando le mostro lo schermo, il suo sorriso si spegne in un'espressione di pura sorpresa. Si fissa. Fissa la donna rilassata e luminosa intrappolata nel display. «Questa...» sussurra. «Questa è venuta bene.» «Perché finalmente hai smesso di fare la seria,» le sorride Erika, abbracciandola da dietro. «Dovresti conservarla,» le consiglio, porgendole il telefono. Carmela annuisce lentamente. Per la prima volta da quando la conosco, ho l'impressione che non si stia guardando solo come una madre che deve gestire i casini delle figlie, ma come una donna che, forse contro ogni sua stessa aspettativa, si piace.
Poco dopo, il telefono di Erika squilla. È un collega dell'ospedale: c'è un problema coi turni e lei deve correre a recuperare dei documenti in segreteria. Si infila la giacca in fretta e furia, mi dà un bacio volante e scappa via, promettendo di tornare il prima possibile. La casa piomba nel silenzio. Giulia è ancora fuori. Io rimango sprofondato sul divano, mentre Carmela si dirige verso la sua camera per togliersi finalmente il vestito.
Passano un paio di minuti. Poi, dal corridoio, arriva la sua voce. «Francesco?» «Dimmi,» rispondo, alzando la testa.«Mi...mi daresti una mano?»
Mi alzo e mi affaccio nel corridoio. Carmela è in piedi davanti al grande specchio della sua camera, con le braccia piegate all'indietro in una posizione contorta. La cerniera lampo del vestito si è incastrata malamente in una piega della stoffa,proprio a metà della schiena, bloccandola dentro l'abito. «Vediamo che hai combinato,» le dico, avvicinandomi. «Io niente,» si giustifica lei, con un po' di fiatone. «È questo coso che non funziona, ha i dentini arrugginiti.»
Mi fermo dietro di lei. Il profumo della sua pelle, caldo e pulito, mi investe immediatamente. Inizio ad armeggiare con il piccolo cursore di metallo. È davvero incastrato di brutto. Carmela, nel tentativo di facilitarmi il compito, fa un piccolo passo indietro. Misura male le distanze e mi urta in pieno. «Oddio, scusami,» sussurra, ritraendosi appena.«Tranquilla.Aspetta un secondo che cerco di sbloccarla,» le dico, spostandomi di un millimetro, ma lo spazio tra noi rimane comunque ridottissimo.
Il primo contatto è stato puramente accidentale, ma il mio corpo ha già reagito. Indosso i pantaloni della tuta grigia che mi ha prestato Erika stanotte e, al tocco improvviso dei glutei morbidi e pieni di Carmela contro il mio bacino, il mio cazzo ha un guizzo involontario, iniziando a indurirsi quasi istantaneamente. Continuo a tirare la cerniera, cercando di ignorare il calore che emana dalla sua schiena nuda. Poi, alzo gli occhi. I nostri sguardi si incrociano nello specchio di fronte a noi.Carmela si è accorta della vicinanza. Mi sta guardando attraverso il riflesso. I suoi occhi scuri sono dilatati. Sento il suo respiro farsi leggermente più pesante. E, soprattutto, invece di scattare in avanti per allontanarsi da quel contatto compromettente, fa l'esatto contrario.
Seguendo quell'istinto primordiale in cui la spontaneità vince su qualsiasi complessità razionale, Carmela sposta impercettibilmente il peso sui talloni. Il suo culone, fasciato dalla seta tesa del vestito, si appoggia contro il mio bacino.Trattengo il fiato. Sento la consistenza morbida e pesante delle sue natiche premere esattamente contro la sporgenza che si sta gonfiando sotto la mia tuta. È un movimento così minuscolo, così velato, che potrebbe essere scambiato per una perdita di equilibrio, ma la pressione è costante. Lenta. Inequivocabile. Inizio a sudare freddo. Il mio cazzo, eccitato da quella frizione proibita e dal tessuto leggero che non nasconde nulla, diventa duro come la pietra. Lei muove il bacino di un millimetro di lato, sfregando la fessura dei suoi glutei direttamente contro la mia erezione. Sento il cuore martellarmi nel petto. Il dubbio mi divora: lo sta facendo apposta? Sa cosa sta toccando? Cerco la risposta nel suo sguardo nello specchio. Non distoglie gli occhi dai miei, le labbra socchiuse, mentre il mio inguine pulsa contro di lei, costruendo un crescendo di tensione fisica che satura l'aria della stanza.
Con uno strattone disperato, riesco finalmente a liberare la stoffa dalla cerniera. L'abito si apre, lasciando scoperta la schiena fino alla curva dei lombi. «Ecco. Fatto,» mormoro con la voce roca, rompendo l'incantesimo. Faccio un passo indietro per allontanarmi dalla tentazione di afferrarla per i fianchi. Sto per girarmi verso la porta, quando la sua voce mi blocca. «Aspetta, Francesco.» Mi volto leggermente, sentendo ancora il sangue pulsare furiosamente dove lei si era appoggiata. «Che c'è?» Lei esita. Si stringe il vestito sul petto per non farlo cadere. Mi guarda, con il petto che si alza e si abbassa a scatti. «Niente. Scusami.» Eppure rimane ferma. Non si volta per finire di spogliarsi. Non mi dice di uscire. La vicinanza non ha più alcuna giustificazione pratica, e io inizio a percepirlo in tutta la sua devastante chiarezza. Quella che è appena finita è solo la preparazione per una promessa inespressa, un segreto che ci terrà legati.
Carmela distoglie lo sguardo verso il pavimento, stringendo i denti. «Ti ho messo a disagio?» mi domanda, con un filo di voce. Vengo colto di sorpresa. «Un po'.» Lei avvampa, un rossore furioso che le sale dal collo alle guance.«Oddio,scusami. Non volevo...» «Ehi, tranquilla,» la rassicuro, cercando di suonare il più normale possibile nonostante l'erezione che ancora mi tira nei pantaloni. «Non è successo niente.» Carmela rialza lentamente lo sguardo verso lo specchio,fissando i nostri riflessi lontani. «Quando mi dici che sto bene...» sussurra, senza girarsi, «lo pensi davvero,Francesco?» «Certo che lo penso.» «Non è che lo fai solo per gentilezza? Per consolarmi?» Faccio un passo avanti, la voce ferma.«Carmela, non ti direi mai una cosa del genere se non la pensassi. Sei bellissima, e lo sai anche tu.»
Lei sorride appena, un'ombra di malinconia che le piega le labbra. Poi, come se stesse pensando ad alta voce, torna sull'argomento della sera precedente. «Ieri sera, con Lorenzo... mi sono sentita così poco a mio agio. Ero rigida, finta.» Sospira, guardandomi di nuovo attraverso lo specchio. «Oggi invece mi sono divertita.» Non riesco a trattenere un mezzo sorriso. «Si vedeva.» Lei sostiene il mio sguardo nel riflesso, gli occhi scuri che bruciano di un'intensità silenziosa. «Sì. Si vedeva.» La frase rimane sospesa, carica di un'ambiguità che mi fa girare la testa. Non aggiunge altro. Si riscuote, mi ringrazia a mezza voce e mi fa un cenno. Esco dalla stanza per lasciarla cambiare, chiudendomi la porta alle spalle.
Torno in soggiorno e mi lascio cadere pesantemente sul divano. Mi passo le mani sul viso. Il contatto davanti allo specchio non riesco più ad archiviarlo come una goffaggine da casalinga. Il modo in cui si è strusciata contro di me, la pressione contro la mia tuta... mi viene il forte dubbio che ne fosse perfettamente consapevole. Ma la cosa che mi spaventa davvero non è lei. Sono io.Mi rendo conto, con una lucidità spietata, di essere rimasto volontariamente immobile. Di aver goduto di quel calore, di quell'attrito. Non c'è amore da parte mia, non sto progettando fughe romantiche, ma l'attrazione fisica è innegabile, brutale e inaspettata. E non cerco giustificazioni. So perfettamente che la donna contro cui ho appena spinto il mio cazzo mezzo duro è la madre della ragazza che amo, e questa consapevolezza rende il tutto infinitamente più sporco, scomodo e,inevitabilmente, eccitante.
Dopo un quarto d'ora, Carmela riappare in salotto. Ha tolto il vestito e indossa i suoi soliti, rassicuranti abiti da casa:pantaloni di tuta scuri e una maglia morbida. Io sto ancora fissando la galleria del telefono, guardando le foto che le ho scattato prima. «Me le fai vedere?» mi chiede, con voce calma. Annuisco e le porgo il telefono. Carmela si siede sul divano, proprio accanto a me. C'è una distanza di sicurezza tra i nostri corpi. Non si appiccica, non cerca il contatto fisico.È come se il picco di tensione dello specchio avesse bisogno di decantare.
All'inizio sfoglia le foto commentandole con ironia, prendendosi in giro per le posture rigide e i sorrisi tirati dei primi scatti. Poi arriva a quella buona. Si ferma. «Questa mi piace davvero,» mormora. Sorrido, incrociando le braccia dietro la nuca. «Lo vedi che avevo ragione? Basta smetterla di pensare troppo.» Carmela gira la testa e mi guarda, il telefono appoggiato in grembo. «Sì. Per una volta avevi ragione.»
