Essere puntuali è il mio modo per dimostrare un'affidabilità che, a conti fatti, applico solo quando mi fa comodo. Sono le diciassette e cinquanta in punto quando suono il campanello, armato di una piccola cassetta degli attrezzi recuperata dal bagagliaio. Erika è ancora di turno in ospedale e Giulia dovrebbe essere a svernare chissà dove con un'amica. Il piano è semplice: sistemare il pensile, incassare i ringraziamenti e aspettare la mia fidanzata.
La porta si apre quasi immediatamente, come se chi stava dall'altra parte non stesse aspettando altro.
Mi blocco per un istante sulla soglia. Carmela non è in tenuta da casa. Indossa un paio di pantaloni eleganti, scuri, che le fasciano i fianchi ampi in modo impeccabile, e una camicetta leggera, color crema, che segue la curva generosa del suo seno senza costringerlo. I capelli folti sono stati messi in piega, lucidi e ordinati, e due piccoli orecchini le illuminano il viso. Non è truccata in modo pesante, non c'è nulla di sfacciato o volgare; è semplicemente una donna matura che ha deciso di prendersi cura di sé, offrendo dettagli sufficienti per far viaggiare l'immaginazione di chi la guarda.
«Carmela, ma che succede?» esordisco, appoggiandomi allo stipite con un sorriso divertito. «Ti trovo tutta elegante.» Lei sgrana gli occhi, portandosi una mano al colletto della camicia con un gesto istintivo. «Elegante? Ma quando mai.» «Non è che hai un appuntamento e non ce lo vuoi dire?» la stuzzico, entrando in casa. Il rossore le sale alle guance, ma scuote la testa. «Francesco, per favore.» «Va bene, va bene,» rido, sollevando la cassetta degli attrezzi. «Vado a conoscere il famoso pensile. Strada la so.»
Carmela mi segue in cucina, spiegandomi nuovamente quale anta del pensile le abbia dato problemi. Mi indica il mobile e sposta alcune cose dal bancone per farmi spazio. Per un attimo mi viene da ridere: è così preoccupata di aiutarmi che probabilmente finirà per intralciarmi più del pensile stesso.
Il problema del mobile è una sciocchezza: il fissaggio di una cerniera ha ceduto, allentandosi dal legno. Apro la cassetta sul tavolo e mi metto al lavoro. Carmela si piazza accanto a me. È visibilmente tesa all'idea di recare disturbo, eppure non riesce a stare ferma. Mi passa un cacciavite. Poi una pinza. Poi una brugola che non c'entra assolutamente nulla con quello che sto facendo.
Mi fermo, asciugandomi la fronte con il dorso della mano, e la guardo di sottecchi. «Carmela, se continui a passarmi attrezzi a caso, tra poco mi ritrovo con una chiave inglese in mano per avvitare una vite.» Lei scoppia a ridere, coprendosi la bocca con una mano affusolata. «Scusami, non sono pratica. Volevo solo rendermi utile.» «Non ti preoccupare. Io sono pagato profumatamente per questo.» «Ah sì?» ribatte lei, incrociando le braccia sotto il seno. «E quanto ti dovrei?» «Una fetta di torta e siamo pari.»
Mi aspetto che abbassi lo sguardo imbarazzata, come fa di solito. Invece, i suoi occhi scuri si accendono di una luce spiritosa. «Ci sto rimettendo, mi sa.» È la prima volta che risponde a tono con una battuta spontanea. Mentre stringo la cerniera, inizia a raccontarmi di quando, anni fa, si era messa in testa di montare da sola la scrivania per la cameretta delle figlie. «Ho passato un intero pomeriggio seduta sul pavimento a decifrare istruzioni scritte in svedese,» racconta, ridendo.«Alla fine il mobile stava in piedi, ma mi avanzavano sei viti e due perni. Ho vissuto per anni con il terrore che crollasse tutto addosso a Erika mentre studiava.» Rido di gusto. Scopro una Carmela inedita: non più solo la donna timida e impacciata, ma una persona ironica, capace di prendersi in giro, che sta finalmente abbassando le difese.
«Lavoro finito,» annuncio, chiudendo brutalmente l'anta per testarne la resistenza. Non fa una piega. «E io mantengo le promesse,» dice lei, girandosi verso il bancone. Solleva una campana di vetro, rivelando una torta intera, intonsa. Ne taglia una fetta generosa e me la porge su un piattino, insieme a una forchettina.
Prendo il dolce, ma la fisso con sospetto. «Per me tutta questa torta nasconde qualcosa.» «E che dovrebbe nascondere?» chiede lei, appoggiandosi al marmo. «Un appuntamento, Carmela. Non mi freghi.» Infilzo un pezzo di torta, masticando con finta aria inquisitoria. «I vestiti eleganti, i capelli sistemati, il dolce pronto... C'è un uomo misterioso.» Lei scuote la testa, con un mezzo sorriso. «Tu hai proprio troppa fantasia.» «Dico sul serio,» ribatto, appoggiando il piattino. «Non ci sarebbe mica nulla di strano. Sei una bellissima donna, è normale che qualcuno si faccia avanti.»
Il sorriso di Carmela si spegne dolcemente. Il suo petto si alza in un respiro più profondo, tendendo la seta della camicetta. «Quando si passa tanto tempo da soli, Francesco, ricominciare non è così semplice.» Il mio tono cinico svanisce. La guardo negli occhi. «Però non puoi sapere come andrà se non ci provi.» Carmela annuisce, senza dire una parola. Morde il labbro inferiore, assorbendo le mie parole, bilanciando una paura che fatico a comprendere con un desiderio che è palpabile.
«In realtà...» mormora lei, giocando distrattamente con il bordo del tovagliolo di stoffa, «un contatto c'è stato.» Mi appoggio al bancone, le braccia incrociate. «Sputa il rospo.» «Ti ricordi quella famosa serata sulla spiaggia di cui parlavamo ieri? Ecco, un vecchio conoscente di quel gruppo mi ha ricontattata su Facebook. Si chiama Lorenzo. Ci siamo incrociati per caso qualche giorno fa.» «Quindi questo Lorenzo ti ha chiesto di uscire?» domando, sinceramente incuriosito dalla piega degli eventi. «Mi ha proposto di prendere qualcosa insieme,» precisa lei, quasi sulla difensiva. «E tu?» «Non ho ancora deciso.»
Scuoto la testa, sbuffando una mezza risata. «Carmela, ma ti rendi conto? Sono due giorni che ti dico di uscire un po' e tu hai già un pretendente pronto. Che diavolo aspetti?» Lei ride davvero, ma c'è un'insicurezza profonda nei suoi gesti. Continua a sistemarsi gli orecchini e a lisciarsi i pantaloni, come se non sapesse bene cosa fare delle mani.
«Non è facile,» sussurra. Mi avvicino di un passo. «Guarda che non devi dimostrare niente a nessuno. Esci, ti diverti e vedi come va. Mal che vada, hai bevuto un bicchiere di vino gratis.»
Proprio mentre Carmela sembra sul punto di dire qualcosa di importante, la porta d'ingresso si spalanca con la solita irruenza. È Giulia. I jeans strappati, il top aderente, la borsa a tracolla e un'espressione nera come la pece. Deve aver litigato con l'amica, o forse l'hanno scaricata. Appena mi vede in cucina, appoggiato al bancone a mangiare la torta di sua madre, si blocca. «Ma tu vivi qui ormai?» sbotta, mollando la borsa su una sedia. «Quasi. Sto valutando l'affitto per il mese prossimo.» Giulia sbuffa. «Mamma, almeno fagli pagare le bollette.»
Carmela accenna una risata, ma i muscoli delle sue spalle si tendono immediatamente. La bolla di intimità e confidenze che avevamo creato si è frantumata in un secondo. «Che stavate complottando?» indaga Giulia, avvicinandosi per rubarmi un pezzo di torta dal piatto con le dita. «Niente di che,» rispondo io, del tutto ignaro del campo minato su cui sto camminando. «Stavo solo cercando di convincere tua madre a uscire con un uomo.»
Giulia si blocca con il dolce a mezz'aria. Spalanca gli occhi, fissando Carmela come se le fosse cresciuta una seconda testa. «COSA? Mamma, hai un fidanzato?» «Giulia, non dire sciocchezze,» taglia corto Carmela, il viso improvvisamente pallido. «E chi è? Il lattaio? Il postino? Zio Roberto?» la incalza la figlia, usando quel tono sarcastico che sa essere letale.«Basta così, ho detto,» la ferma Carmela, con una freddezza che stride con il calore di un attimo prima. Osservo la scena divertito, scambiando l'insofferenza di Carmela per semplice imbarazzo materno.
La tregua armata dura poco. Giulia apre il frigorifero, si versa un bicchiere di succo e annuncia: «Comunque io stasera esco. Vado in centro con Sara e le altre.» Carmela si gira di scatto, gli occhi che si restringono. «Non se ne parla. Avevi promesso che mi avresti aiutata a sistemare gli scatoloni del ripostiglio, visto che oggi pomeriggio non ci sei mai stata.» «Mamma, ma ci metto dieci minuti a fare quegli scatoloni! Li faccio domani.» «Avevi detto che lo facevi oggi pomeriggio.» «E non ci sono riuscita. È saltato tutto, ho litigato con Martina, succede!» sbotta Giulia, alzando la voce.
«Non urlare,» intima Carmela, facendo un passo verso di lei, la voce che sale di un'ottava. Giulia sbatte il bicchiere sul tavolo. La pazienza è evaporata. «Ma si può sapere da ieri che hai? Ti dà fastidio pure se respiro!» La frase colpisce con la forza di uno schiaffo. Giulia ha perfettamente ragione: c'è un cambiamento drastico in sua madre, un nervosismo tossico e sotterraneo. Carmela deglutisce, incassando il colpo ma mascherandolo con la disciplina. «Non mi piace quando non mantieni le promesse.» «Ah, quindi è questo? Sei stronza da due giorni per una faccenda da dieci minuti?» «Ehi,abbassiamo i toni,» intervengo, mettendomi fisicamente in mezzo. «Giuly, dai. Carmela, su, domani le do una mano io con il ripostiglio.»
Carmela si passa una mano tremante tra i capelli perfetti. Si rende conto di aver perso il controllo per un motivo che non può confessare. Prende un respiro profondo. «Va bene. Esci,» cede, ma il suo tono è di ghiaccio. «Ma torni entro le ventitré e trenta in punto. E se cambi programma, mi avvisi. Altrimenti scordati di uscire per il resto del mese.» Giulia alza gli occhi al cielo, ma incassa. Sa di aver tirato la corda al limite.
