Il lunedì mattina inizia con il cielo grigio e l'umore ancora peggiore. Alle dieci e mezza in punto mi ritrovo davanti al portone di casa della mia fidanzata. Giulia è già partita all'alba, scortata dalla madre verso il suo personalissimo esilio a casa di zia Teresa. Erika, ignara del disastro imminente, sta affrontando il suo turno in ospedale.
Premo il campanello, con lo stomaco chiuso in una morsa. Non so esattamente cosa mi aspetti, ma i tre messaggi di ieri sera non lasciano presagire nulla di buono. La porta si apre. Carmela mi accoglie con un aspetto che distrugge all'istante ogni fantasticheria erotica o tensione sospesa. Niente vestiti aderenti, niente camicette di seta, niente trucco. Indossa dei semplici pantaloni da casa grigi e una maglia larga e sformata. I capelli sono raccolti in un mollettone sulla nuca, senza alcuna cura. Ha il viso tirato e le occhiaie profonde di chi ha passato la notte a fissare il soffitto.
«Ciao, Francesco,» dice, con una voce monocorde. «Ciao. Come va?» provo a chiederle, varcando la soglia. Lei chiude la porta e si gira verso di me, l'espressione piatta. «Preferirei non rispondere.» Accenno un mezzo sorriso amaro,seguendola. L'atmosfera è radicalmente opposta a quella della domenica precedente. In cucina, Carmela non mi lancia sguardi provocanti attraverso lo specchio e non sfiora il mio bacino in cerca di contatto. Si muove con la rigidità di un automa. Mi offre un caffè in modo meccanico e si siede al tavolo, di fronte a me, con l'evidente intenzione di risolvere la questione nel minor tempo possibile.
Non mi dà nemmeno il tempo di prendere il primo sorso. «Francesco, ti ho chiesto di venire perché quello che ho fatto ieri sera è stato profondamente sbagliato,» esordisce, guardandomi dritto negli occhi con una serietà spietata. Appoggio la tazza, incrociando le mani sul tavolo. La ascolto, preparandomi alle solite bugie pietose, ai giri di parole per salvare la faccia.
E invece no. Carmela sorprende ancora una volta, abbattendo le sue stesse difese. «La porta della mia camera non era aperta per distrazione,» ammette, scandendo bene le parole, anche se le costano una fatica immensa. «Sapevo perfettamente che saresti passato lì davanti. E ho scelto di non chiuderla. Ho scelto io di farti vedere.» La guardo,incassando il colpo della sua onestà. Non cerca scuse. Non dà la colpa al vino rosso, né al momento di debolezza. «Mi sono comportata da stupida,» aggiunge, abbassando lo sguardo sulle proprie mani. «E da incosciente.» Prendo fiato.«Carmela, io non voglio umiliarti. E apprezzo che tu sia onesta. Ma non posso fingere di non aver compreso cosa stesse succedendo. O di non aver visto.» Lei annuisce lentamente. L'aria in cucina è pesante, priva di qualsiasi sfumatura romantica o passionale. Non c'è intimità, in questo momento. È un chiarimento crudo, spiacevole. Entrambi riconosciamo,senza bisogno di disegnarlo, che ieri sera è stata superata una linea rossa importantissima. Una linea che avrebbe potuto distruggere Erika e la famiglia che Carmela ha faticosamente tenuto insieme. «Non deve accadere di nuovo,» stabilisco io,con fermezza. «Non accadrà,» promette lei.
Bevo un sorso del caffè ormai tiepido. Il silenzio si allunga, ma c'è un tarlo che continua a rodermi. «Tutto questo...» inizio, pesando le parole, «è cominciato dopo l'appuntamento con Lorenzo, vero? È stata quella la scintilla?» Carmela esita. Si passa una mano sulla fronte, sfregandosi gli occhi stanchi. Poi, per la prima volta da quando la conosco, lascia cadere la maschera della madre perfetta e mi parla a cuore aperto, rivelando il vero motore delle sue azioni sconsiderate.
«Non è tanto il fatto che Lorenzo sia stato un uomo sgradevole,» inizia a raccontare. «È stato gentile, educato. Ma io... io mi ero convinta che ricominciare a frequentare qualcuno mi avrebbe fatta sentire diversa. Pensavo che uscire con un uomo, prepararmi per lui, mi avrebbe fatta sentire più giovane. Più interessante. Più libera dalle pareti di questa casa.» Sospira, scuotendo la testa. «Invece, quando la serata è finita... mi sono sentita più sola di prima.» La guardo,comprendendo finalmente il vuoto che sta cercando di riempire. «Mi ero preparata per quell'appuntamento come una ragazzina, Francesco.» «E allora?» le chiedo dolcemente. «E allora mi sono accorta che non sapevo nemmeno più cosa volessi. Pensavo bastasse piacere a qualcuno per ritrovare me stessa, e invece ho scoperto di essere completamente svuotata.» «Carmela, è normale essere spaventati o confusi dopo tanto tempo...» provo a rassicurarla. Ma lei alza una mano e mi interrompe bruscamente. «Non voglio essere sempre quella da consolare, Francesco.» Quella frase mi colpisce in pieno petto, come uno schiaffo freddo. La fisso. Non è semplicemente una donna sessualmente frustrata in cerca di un'avventura per evadere dalla noia. Cerca disperatamente di recuperare un pezzo della propria identità, una parte di sé che sente di aver smarrito tra i doveri familiari e le rinunce.
Dopo aver vomitato fuori quel peso, le spalle di Carmela sembrano abbassarsi di qualche millimetro. «So benissimo di non poter cercare quella sensazione di libertà attraverso di te, Francesco,» ammette, tornando padrona di sé. «Sarebbe un disastro per tutti. Soprattutto per Erika.» Annuisco. Il buon senso vince su qualsiasi altra tentazione, seguendo la logica del rispetto per le persone coinvolte che non devono essere ferite. «Sono d'accordo,» le dico. «Credo sia meglio non restare più soli in casa, io e te. Almeno per un bel po'. Evitiamo le tentazioni e gli imbarazzi.» «Sì, Francesco. È meglio.» Ci guardiamo. Sembra che abbiamo finalmente trovato un punto di equilibrio, una soluzione matura e definitiva per rimettere in carreggiata una situazione che stava deragliando. Ma c'è un'altra questione, enorme e ingombrante, che non posso ignorare.
Mi raddrizzo sulla sedia. «Bene. Ora però devo dirti un'altra cosa.» Carmela aggrotta la fronte. «Che cosa?» «Riguarda Giulia.» Il suo viso si chiude a scatto. L'espressione comprensiva svanisce, sostituita dalla maschera di ferro. «Francesco,ne abbiamo già parlato ieri. La questione è chiusa.» «No, non è chiusa,» insisto, alzando un po' la voce. «Le ho promesso che l'avrei aiutata a tornare a casa prima dei quindici giorni. E continuo a pensare, fermamente, che tu abbia esagerato con quella punizione.»
Carmela scatta in piedi, appoggiando le mani sul tavolo. «Giulia deve imparare a rispettare la privacy degli altri! Non può pensare di poter frugare nella vita delle persone senza pagarne le conseguenze!» «Non nego che abbia sbagliato,» ribatto,alzandomi a mia volta. «Ha fatto una cazzata tremenda. Ma ricordati che io ero lì con lei. Ho fatto esattamente la stessa cosa. Eppure io sono qui, tranquillo, a bermi un caffè con te. Lei invece è stata mandata via come una reietta.» Carmela si blocca. È palesemente in difficoltà. Sa di avere torto marcio sulla disparità di trattamento, ma è intrappolata. Non può giustificare razionalmente il suo accanimento contro la figlia senza rivelare il segreto del garage, senza ammettere di averla vista sbattermi contro la macchina mentre facevamo sesso. E questo è un vaso di Pandora che si rifiuta categoricamente di aprire.
La sua incapacità di spiegarsi la manda su tutte le furie. «Francesco, tu non puoi insegnarmi a fare la madre!» mi urla in faccia, il viso paonazzo. «E tu non puoi continuare a trattare Giulia come se fosse l'unica colpevole di tutti i casini di questa casa!» le urlo di rimando. «Te la prendi con lei perché è il bersaglio più facile!» «Basta!» esplode Carmela,sbattendo una mano sul tavolo. «Non intendo ascoltare un'altra parola!» Capisco di aver toccato il nervo più scoperto che ha. Ma sono troppo incazzato per arretrare di un solo millimetro.
Ci fissiamo, ansimando, divisi dal tavolo della cucina. L'aria è satura di rancore. «Rifletterò sulla punizione,» sbotta lei alla fine, con i denti stretti. «Ora sei contento?» «No, non sono soddisfatto per niente,» le rispondo freddamente. «Ti ricordo che Giulia sta soffrendo. Sta malissimo.» «E io ti ho detto che non voglio più parlarne!»
La guardo per un lungo secondo. L'empatia del chiarimento iniziale è stata incenerita da questo scontro. Prendo la giacca dallo schienale della sedia. «Me ne vado.» Carmela non fa il minimo gesto per trattenermi. Le sue braccia restano incrociate sul petto. «Forse è meglio che per qualche giorno non ci vediamo,» sentenzia, glaciale. «Su questo, Carmela,siamo perfettamente d'accordo.»
Giro i tacchi ed esco dalla cucina. Sbatto la porta d'ingresso dietro di me senza voltarmi. Il lunedì mattina si conclude così: non con un riavvicinamento mascherato da buone intenzioni, ma con una frattura vera, ruvida e profonda. E per i successivi tre giorni, manteniamo entrambi la promessa. Il silenzio tra noi diventa assoluto. Non un messaggio, non una chiamata. Nessuno dei due ha intenzione di cedere per primo.
Il giovedì sera porta con sé quell'illusione di pace che si assapora solo quando ignori beatamente i disastri imminenti.Sono passati tre giorni da quando ho sbattuto la porta di casa di Erika, tre giorni in cui ho fatto del mio meglio per compartimentare la mia vita e fare la figura del fidanzato modello. Siamo sprofondati nel divano del mio appartamento,circondati dai cartoni vuoti della pizza e da due birre mezza scolate. Sullo schermo della televisione scorrono le immagini dell'ennesima serie thriller spagnola in cui tutti sembrano prendere le decisioni più stupide possibili.
