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Erotika
La Suocera Repressa, Invidiosa Delle Figlie · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 40 min di lettura

La suocera fatta mi ha fatto perdere il controllo

Decisa a sentirsi giovane e disinibita, Carmela combina un guaio e chiama Franci in piena notte. Tra confessioni proibite, una passione fuori controllo e un video compromettente, il segreto diventa sempre più pericoloso.

Alessia
11 ore fa · 32 letture · 1

«Ma io dico,» sbuffo, indicando lo schermo con il collo della bottiglia, «hai un serial killer alle calcagna, sei chiusa in una villa buia, e cosa fai? Scendi in cantina con la torcia del telefono scarico. È selezione naturale, Erika. Questa se la merita tutta.» Erika scoppia a ridere e mi tira un cuscino in faccia. «Sei insopportabile! Non riesci a guardare una puntata senza fare il cinico commentatore fuori campo. Lasciala in pace, è terrorizzata!» «È un'idiota, che è diverso,» ribatto, afferrando il cuscino e tirandola verso di me.

Lei strilla e mi finisce addosso, a cavalcioni sulle mie gambe. Mi blocca i polsi contro lo schienale del divano, piegandosi in avanti fino a sfiorarmi il naso con il suo. Ha i capelli legati alla rinfusa, una mia vecchia maglietta che le cade morbida su una spalla e un sorriso spontaneo che mi fa respirare davvero per la prima volta da lunedì. «Se non stai zitto,» mi minaccia, con finta aria truce, «ti chiudo in cantina insieme a lei.» «Prometti?» le rispondo, con un sorrisetto obliquo,prima di sollevarle il mento e baciarla. È un bacio che sa di birra e di normalità. Le mie mani scivolano sotto l'orlo della maglietta, accarezzandole la pelle calda della schiena, risalendo con naturalezza lungo la colonna vertebrale. Lei si accoccola contro il mio petto, sospirando di puro relax. È una serata tranquilla, affettuosa. Eppure, in sottofondo, il rumore del mondo reale non si è mai del tutto spento. Nei giorni scorsi ho sentito Giulia un paio di volte al telefono; ho provato a mediare, a cercare un compromesso per farla tornare a casa in anticipo, ma ho trovato un muro di gomma. Con Carmela, invece, c'è stato il silenzio assoluto. Nessun contatto. Nessun messaggio. La frattura di lunedì mattina sembrava aver cristallizzato tutto.

Fino alle 22:46. Il mio telefono, appoggiato sul tavolino di vetro, emette una vibrazione breve e sorda. Poi un'altra. E un'altra ancora. Erika è mezza addormentata sulla mia spalla. Allungo un braccio, cercando di non muovermi troppo, e sblocco lo schermo. Tre notifiche di WhatsApp. Il nome in alto mi fa mancare un battito. È Carmela.

«Francesco, scusami. Lo so che non dovevo scriverti.»«Ho combinato un guaio. Non me la sento di guidare.»«Ti prego, puoi venire a prendermi? E non dire niente a Erika.»

Fisso le parole luminose nel buio del salotto. Rimango completamente spiazzato. Rileggo i messaggi due volte per assicurarmi di non avere le allucinazioni. La donna che tre giorni fa mi aveva praticamente ordinato di sparire dalla sua vita ora mi sta chiedendo aiuto nel cuore della notte. Senza pensarci, mi sfilo delicatamente da sotto Erika, mi alzo e vado verso il corridoio, portandomi il telefono all'orecchio. Faccio partire la chiamata.

Squilla due volte. Poi Carmela risponde. «F-Francesco?» Il suo tono è stranissimo. La voce è impastata, ma allo stesso tempo suona inutilmente concitata. È agitata, il respiro è corto, ma mentre cerca di formularmi una frase di senso compiuto, le scappa una risata. Una risata vera, incontrollabile, che soffoca subito con un colpo di tosse. «Carmela, che succede? Dove diavolo sei?» le chiedo, abbassando la voce. «Sono... sono in macchina. Nel parcheggio.» Ride di nuovo,una risata acuta che non le somiglia per niente. «Quello grande, vicino al lungomare. Davanti al circolo velico.»

Chiudo la chiamata prima che Erika possa sentire la sua voce. Torno in salotto, infilandomi le scarpe in fretta e furia.«Amore? Chi rompe a quest'ora?» mi domanda Erika, stropicciandosi gli occhi dal divano. Il mio cervello fabbrica la bugia con una velocità di cui quasi mi vergogno. «Era Marco,» mento, nominando un mio compagno di università. «È rimasto in panne con la macchina dall'altra parte della città, la batteria è morta. Devo andare ad aiutarlo a farla ripartire con i cavi.» Erika sbuffa, lasciandosi ricadere sui cuscini. «Amore, ma proprio adesso? Non può chiamare il carro attrezzi?» «Lo so, hai ragione, ma è un amico. Cerco di fare presto, te lo giuro.» «Va bene,» sospira lei, rassegnata. «Però fammi sapere quando torni.» Mi chino su di lei e la bacio con forza. «Non mi muovo con la mia macchina, non ho i cavi dietro. Chiamo un taxi e mi faccio lasciare lì.» È la copertura perfetta. La mia auto resterà parcheggiata sotto casa, ed Erika non sospetterà nulla. Esco di casa con il cuore che mi batte a un ritmo innaturale, il cervello che cerca disperatamente di elaborare quale assurdo guaio possa aver combinato la paladina dell'ordine e della disciplina.

Il taxi mi scarica all'ingresso del parcheggio vicino al lungomare. È giovedì notte, la zona è deserta, illuminata solo da una fila di lampioni giallognoli che proiettano ombre lunghe sull'asfalto. Il rumore del mare, a pochi metri di distanza, copre i miei passi mentre mi aggiro tra le poche auto in sosta. Vedo la macchina di Carmela quasi subito. È parcheggiata male,mezza fuori dalle strisce bianche, con i fari spenti e i finestrini chiusi.

Mi avvicino a passi svelti, aspettandomi di trovarla in preda a un attacco di panico, o magari ferita. Apro la portiera del lato passeggero. Carmela è seduta lì, sprofondata nel sedile, avvolta in un cappotto scuro lasciato sbottonato. Appena la luce dell'abitacolo si accende, alza la testa verso di me. Ha gli occhi rossi come due fanali, gonfi e lucidi. I capelli, di solito impeccabili, sono leggermente spettinati, con una ciocca che le cade disordinatamente sul viso. E, cosa più assurda di tutte, ha un'espressione stampata in faccia che definirei candidamente divertita. Quando mi vede, le sue labbra si aprono in un sorriso enorme, di puro e incondizionato sollievo.

«Francesco!» esclama, allargando le braccia come se volesse abbracciarmi. Mi blocco, interdetto. «Carmela... che cavolo hai combinato?» Lei si ricompone. Abbassa le braccia, si raddrizza sul sedile e mi guarda con un'intensità talmente seria da risultare parodistica. «Prima...» dice, puntandomi un dito contro, con la coordinazione di un bradipo, «prima prometti di non arrabbiarti.» «Carmela,» sbuffo, passandomi una mano sul viso. Lei si sporge in avanti. L'odore acre e inconfondibile che impregna l'abitacolo mi arriva dritto alle narici, togliendomi ogni dubbio prima ancora che lei apra bocca. «Ho fumato una canna.»

Cade un silenzio di tomba. Sento solo lo sciabordio delle onde in lontananza. Fisso la donna di quarantotto anni che, fino a pochi giorni prima, sbraitava contro sua figlia per un orario non rispettato e imponeva punizioni marziali. «Tu?!» sbotto,letteralmente incapace di processare l'informazione. Lei mi guarda, le labbra che tremano nello sforzo di rimanere seria, e poi crolla. Scoppia a ridere. Una risata genuina, liberatoria, che le riempie gli occhi di lacrime. Si copre la faccia con le mani per non farsi vedere, ma le spalle le tremano. È un momento così grottesco e genuinamente comico che non riesco a mantenere il mio contegno cinico. Mi ritrovo a scuotere la testa e ad abbozzare una mezza risata a mia volta, incredulo.

Mi siedo al posto di guida e chiudo lo sportello, isolandoci dal freddo della notte. «Okay,» le dico, cercando di mettere a fuoco la situazione. «A parte essere completamente in botta, come ti senti? Nausea? Tachicardia? Capogiri? Se stai male giuro che ti porto dritta al pronto soccorso, e a quel punto ad Erika ci pensi tu.» Carmela smette di ridere. Fa un bel respiro profondo e scuote la testa, con una lentezza esasperante. «No, no... sto bene. È che... mi gira un po' la testa, e mi viene da ridere per qualsiasi cosa. Ma sto bene.» La scruto con attenzione. È orientata, non ha sudorazione fredda, le pupille reagiscono. È solo vistosamente, pesantemente alterata, vittima di un calo di zuccheri e di un principio di ansia da inesperienza.

«Si può sapere cosa ti è passato per la testa?» le chiedo, accendendo il motore per far partire il riscaldamento. Carmela si lascia scivolare giù nel sedile, girando il viso verso di me. Sotto le luci dei lampioni, il suo volto disinibito appare improvvisamente più morbido, quasi vulnerabile. «Una mia vecchia amica mi ha invitata a uscire,» inizia a raccontare,con la voce che le scivola via lenta e musicale. «Non volevo starci, Francesco. Non volevo trascorrere un'altra maledetta serata da sola in quella casa, a pensare ai disastri che ho combinato.» Sospira, giocando distrattamente con la cintura di sicurezza. «Così ci sono andata. Abbiamo incontrato delle persone che non vedevo da anni. Mi sono divertita. Abbiamo bevuto qualcosa... E poi qualcuno l'ha tirata fuori.» «E tu hai detto: "perché no?", giusto?» «Esatto!» esclama lei, quasi stupita che io l'abbia capito così in fretta. «Non l'ho fatto per abitudine, non lo facevo da una vita. L'ho fatto perché...perché per una volta volevo sentirmi spontanea. Volevo essere imprevedibile. Disinibita. Volevo smettere di essere la madre pesante e severa che tutti odiano.»

Le sue parole, impastate dall'effetto della cannabis, mi colpiscono. Sotto la patina comica della situazione, c'è una verità nuda e dolorosa. «Solo che,» continua lei, aggrottando la fronte, «l'effetto è stato molto più intenso di quanto mi aspettassi. Quando sono salita in macchina, la strada ha iniziato a sembrare lunghissima. Mi sono spaventata. Ho parcheggiato qui e... ho chiamato te.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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