Ingrano la retromarcia. «Hai fatto bene a chiamarmi e a non guidare,» le dico, girando il volante per uscire dal parcheggio. Il viaggio di ritorno si svolge in una dimensione parallela. L'abitacolo della sua auto diventa un piccolo confessionale intimo e ovattato. Mentre guido nel traffico notturno, Carmela non sta zitta un secondo. Racconta aneddoti del passato, di quando lei e il suo gruppo facevano le vacanze in Grecia dormendo in tenda. Ride per cose oggettivamente stupide, come il ritmo sincopato della freccia del semaforo o una battuta sarcastica che faccio su un pedone ubriaco. C'è una sensualità fluida nei suoi movimenti, nel modo in cui abbandona la testa contro il finestrino, nel modo in cui la sua voce si arrochisce, priva dei filtri della sua solita rigida moralità.
Ma poi, mentre imbocchiamo il viale che porta verso casa sua, il pendolo della sua euforia chimica si sposta, tornando indietro con una violenza inaspettata. Fissa le luci arancioni della strada che scorrono sul vetro. Il sorriso le muore sulle labbra. «Sai, Francesco...» sussurra, rompendo il silenzio. «Io non ero così quando avevo vent'anni.» La guardo con la coda dell'occhio. «Lo immaginavo.» «Ero molto peggio.» Gira la testa verso di me e mi regala un sorriso storto,consapevole. Rido, sorpreso da quella botta di orgoglio giovanile. Sembra quasi felice di riuscire, ancora una volta, a spiazzarmi, dimostrandomi che c'è tutto un lato di lei che io non conosco. Ma la scintilla di sfida si spegne quasi subito,inghiottita da quella malinconia radicata che la segue come un'ombra dall'inizio di questa storia.
Si stringe nel cappotto, incrociando le braccia sul ventre. «Volevo soltanto tornare quella di una volta, per una sera,» mormora, e la disperazione nella sua voce non ha nulla a che fare con l'effetto della canna. È il bilancio di una vita intera,la constatazione di essersi smarrita da qualche parte tra le responsabilità e le rinunce, tentando di forzare un ritorno al passato con un trucco da adolescenti che non ha funzionato.
Fermo l'auto al semaforo rosso. Mi giro a guardarla. È bellissima, vulnerabile e persa. «Carmela,» le dico, con un tono basso e definitivo che riempie l'abitacolo. «Non devi tornare quella di una volta per divertirti, o per essere desiderabile.Quella che sei adesso va già benissimo.»
Il semaforo scatta sul verde. Carmela non risponde. Rimane in un silenzio di piombo, gli occhi lucidi fissi sui miei per una frazione di secondo prima di guardare di nuovo fuori dal finestrino. La sua disinibizione è ancora lì, evidente in ogni suo respiro, ma la malinconia non se n'è andata. E in quel silenzio, carico di promesse non dette, so perfettamente che entrambi stiamo contando i minuti che ci separano dal momento in cui ci fermeremo davanti a casa sua, e la notte dovrà prendere una direzione definitiva.
Svolto nella rampa dei box e premo il tasto sul telecomando. La basculante metallica si solleva cigolando nel silenzio di mezzanotte, e subito dopo la solita plafoniera al neon scatta, inondando il garage di quella luce fredda e spietata che ormai conosco a memoria. Parcheggio l'auto al suo posto, proprio a ridosso dei vecchi scaffali di metallo carichi di scatoloni, a pochi centimetri dal punto esatto in cui, meno di una settimana fa, avevo sbattuto Giulia contro la lamiera.
Spengo il motore. L'improvviso silenzio che cala nell'abitacolo sembra amplificare il rumore dei nostri respiri. Sblocco la mia cintura di sicurezza e tiro la maniglia per scendere, convinto che la mia missione di salvataggio notturno sia ufficialmente conclusa.
«Francesco, aspetta.» La mano di Carmela si posa sul mio avambraccio, fermandomi. Mi giro a guardarla. «Che c'è?» «Possiamo restare un momento qui?» La scruto sotto il chiarore biancastro del neon. «Ti senti male? Vuoi che ti prenda un bicchiere d'acqua?» «No. Voglio solo parlare.»
Lascio andare la maniglia e mi riappoggio allo schienale. Carmela si sistema meglio sul sedile del passeggero, togliendosi la cintura e girandosi leggermente verso di me. La fase di agitazione paranoica del lungomare sembra ormai passata, ma le è rimasta addosso quella morbida disinibizione che le scioglie la postura e le rende gli occhi lucidi e brillanti. Intorno a noi, il garage è immerso in una quiete irreale.
«Allora,» le dico, incrociando le braccia. «Di cosa vuoi parlare a mezzanotte passata in un garage?» Carmela sorride,appoggiando la nuca al poggiatesta. «Prima, al semaforo, mi guardavi come se fossi un'aliena. Ma lo sai che alle superiori ero il terrore di mia madre?» Alzo un sopracciglio. «Tu? La donna che fa i turni di pulizia per i ripiani del frigo?» Lei scoppia a ridere. «Non ci credi, vero? Invece facevo disperare tutti. Uscivo con un gruppo di amiche scatenate, ci intrufolavamo alle feste dei ragazzi dell'ultimo anno e facevamo a gara a chi ne faceva impazzire di più in una sola sera.»
Il tono è talmente leggero e comico che mi ritrovo a sorridere. «Carmela, non ti facevo proprio una del genere.» «Perché tu mi conosci soltanto adesso!» ribatte lei, animandosi, quasi punta nell'orgoglio. «Adesso vedi la mamma responsabile che stira e prepara la cena. Ma a diciotto anni sapevo esattamente come far girare la testa a un ragazzo. Ero molto più sfacciata di Erika, sai?» La guardo, sinceramente incredulo. «Più di Erika? Impossibile.» «Molto peggio,» insiste lei,ridendo di gusto. «Erika è dolce, è diplomatica. Io invece quando volevo qualcuno andavo dritta al punto. Non avevo paura di niente.»
Si passa una mano tra i capelli spettinati, e il suo sorriso si fa improvvisamente più lento, quasi malizioso. Per la prima volta da quando la conosco, inizia ad accennare alle sue vecchie esperienze intime senza quella patina di pudore e vergogna che di solito la blocca. Mi racconta di quanto fosse sicura del proprio corpo, di come si divertisse a stuzzicare i ragazzi nelle macchine parcheggiate fuori dalle discoteche. «Diciamo che non si è mai lamentato nessuno,» aggiunge,abbassando la voce con una punta di vanità tutta femminile. «Soprattutto perché ero particolarmente brava con le mani.Avevo una certa... tecnica.»
Sento il calore salirmi alle guance, preso completamente in contropiede da quella confidenza spudorata. «Carmela!» Lei ride ancora più forte, divertita dal mio evidente imbarazzo. «Che ho detto?» «Non credo di dover conoscere queste cose sulla madre della mia ragazza.» «Oh, andiamo! Sei tu che mi hai chiesto com'ero da giovane!»
Scuoto la testa, ma non riesco a togliermi di dosso lo stupore. Sentirla parlare della propria sessualità con quella naturalezza, senza abbassare gli occhi e senza chiedere scusa per il fatto stesso di respirare, la rende improvvisamente un'altra persona. Carmela mi osserva in silenzio per qualche secondo, studiando la mia reazione. «Pensi che io sia una donna noiosa, Francesco?» «No, affatto.» Lei inclina la testa. «Però non mi immaginavi così.» «Decisamente no,» ammetto.
Sembra divertirsi un mondo a tenermi sulle spine. Poi, però, il sorriso le sfuma lentamente dalle labbra. Lo sguardo le si fa più denso, scivolando lungo il mio viso fino a fermarsi sulla mia bocca, prima di risalire ai miei occhi. «E a quello che è successo domenica... ci hai più pensato?» La domanda fa evaporare di colpo tutta la leggerezza dell'abitacolo. Mi irrigidisco sul sedile, tornando immediatamente serio. «Carmela, lunedì mattina avevamo deciso di non parlarne più.» «Lo so,» mormora lei, senza distogliere lo sguardo. Passa un istante lunghissimo. «Però tu mi hai guardata. Ti sei fermato nel corridoio e mi hai guardata.»
Deglutisco a fatica, sentendo l'aria farsi improvvisamente scarsa. «E tu sapevi che sarei passato davanti alla camera.» Carmela abbassa gli occhi sulle proprie mani. «Hai ragione.» Il clima dentro la macchina è cambiato radicalmente. Non siamo più due complici che ridono di aneddoti del liceo. Tutta la tensione accumulata negli ultimi giorni è tornata a galla,più pesante e soffocante di prima.
Carmela si sporge verso di me. Il cappotto sbottonato si apre, lasciando intravedere la maglia leggera che fascia il suo seno abbondante e la gonna scura che le sale appena sopra le ginocchia. Allunga una mano, posandola prima sulla mia coscia e poi facendola scivolare lentamente verso l'interno, puntando dritta alla patta dei miei jeans. Il mio corpo ha un sussulto istintivo, ma le afferro subito il polso, fermandola a metà strada. «Carmela, no,» le dico con voce tesa. «Fermati.Lunedì ci siamo detti delle cose precise. Siamo nella tua macchina, sotto casa di Erika.» «Lo so dove siamo, Francesco,» sussurra lei, cercando di liberare piano la mano. «Non stiamo facendo niente di male...» «Fermati, per favore.»
Appena pronuncio quelle parole con tono fermo, Carmela si blocca. Ritrae la mano come se si fosse scottata e si rimette dritta sul suo sedile, stringendosi le braccia al petto. Sul suo viso passa un'ombra di profonda contrarietà, mista alla ferita di chi si è esposto ed è stato respinto. Faccio un respiro profondo, passandomi una mano tra i capelli. «Ascoltami. Non ti sto respingendo per umiliarti. Ma hai fumato, hai bevuto qualcosa con le tue amiche, e io non ho nessuna intenzione di approfittarmi della situazione o di farti fare qualcosa di cui domani mattina ti pentiresti dando la colpa a stasera.»
