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Erotika
La Suocera Repressa, Invidiosa Delle Figlie · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 44 min di lettura

Mia suocera voleva eccitarmi

Giulia paga a caro prezzo una curiosità proibita, mentre Carmela comincia a cercare attenzioni che non dovrebbe desiderare. Un vecchio vestito e una porta lasciata aperta mettono Franci davanti a una tentazione sempre più difficile da ignorare.

Alessia
17 ore fa · 86 letture · 0

È una richiesta normalissima, plausibile. Annuisco. Carmela mi sorride e sale le scale. Io rimango in cucina qualche istante, il tempo di bere un sorso d'acqua. Poi, mi avvio verso il piano di sopra. Solo a metà rampa mi rendo conto di un dettaglio fondamentale: la cassettiera del corridoio è posizionata esattamente oltre la porta della camera di Carmela. Per prenderle, devo passarle davanti.

Arrivo sul pianerottolo. È silenzioso. La porta della stanza di Erika è socchiusa, sento il ticchettio della tastiera del computer. Quella di Giulia è sbarrata. E poi c'è la porta di Carmela. È aperta. Non spalancata, ma scostata abbastanza da far filtrare un rettangolo di luce calda sul parquet del corridoio.

Mi avvicino con passi leggeri per non fare rumore, puntando dritto alla cassettiera. Ma arrivato all'altezza della fessura, il mio sguardo cade inevitabilmente all'interno, attirato dal movimento. Mi blocco sul posto. L'aria mi si incastra nei polmoni. Carmela è in piedi, di profilo, davanti al grande specchio della camera. La luce soffusa dell'abat-jour le accarezza la pelle nuda. Ha appena lasciato scivolare via la maglietta e i pantaloni. Indossa soltanto un completo intimo di pizzo scuro che contrasta in modo brutale e magnifico con il candore della sua pelle matura. Ma non si sta semplicemente cambiando. Si sta muovendo con una lentezza esasperante, quasi ipnotica. Ha lo sguardo fisso sul proprio riflesso, mentre le sue mani salgono lungo i fianchi, accarezzando la curva piena del bacino, sfiorando l'elastico degli slip.

Resto paralizzato, il cuore che comincia a martellarmi contro le costole. So che dovrei distogliere lo sguardo, ma non ci riesco. È uno spettacolo intimo, proibito, quasi una performance privata che sembra far leva sui desideri più inconfessabili. Carmela fa scivolare le dita verso l'alto, accarezzandosi il ventre non più piatto ma incredibilmente sensuale, fino a raggiungere il bordo del reggiseno. I suoi pollici sfiorano la parte superiore delle coppe, premendo leggermente contro la rotondità pesante dei suoi seni, sollevandoli appena, quasi a volerne saggiare il peso e la consistenza, come in un muto invito per chiunque la stia guardando a fare lo stesso.

Poi, nel riflesso dello specchio, i suoi occhi si alzano. E mi vedono. Mi vede fermo nel corridoio, a spiarla, con un'erezione che è già dolorosamente dura contro la cerniera dei jeans.

Il tempo si congela. Per due, lunghissimi secondi, nessuno di noi due respira. I suoi occhi scuri mi fissano attraverso il vetro. Non grida. Non si copre. Le sue mani restano languidamente posate sul proprio seno, il respiro che le fa alzare e abbassare il petto in modo affannoso, mentre un rossore profondo le invade il collo. Mi sembra di leggere una fame repressa nel suo sguardo, una tensione erotica così densa che mi fa girare la testa. «Francesco...» sussurra, con una voce che è puro velluto.L'istinto di autoconservazione entra in funzione con una violenza inaudita. Mi volto di scatto verso il corridoio,strappandomi da quella visione prima di perdere del tutto il controllo. «Scusami,» le dico, con la voce rauca.«Non volevo disturbarti.» Non arriva nessuna risposta. Il silenzio rimbomba. Afferro disperatamente una giustificazione logica per salvarla dalla vergogna. «La porta era aperta.» Passa un altro secondo, infinito. Poi, dalla stanza, la sua voce arriva limpida, calma, devastante. «Lo so.»

Queste due sillabe mi colpiscono come una mazzata. Non chiariscono tutto, ma squarciano il velo degli incidenti. Non sembra affatto una svista. Senza dire un'altra parola, faccio due passi avanti, recupero la busta delle fotografie dalla cassettiera e mi precipito giù per le scale. Non approfitto dell'invito. Non entro in quella stanza, anche se ogni terminazione nervosa del mio corpo urla di farlo.

Scendendo i gradini, il cervello mi va a mille. Stringo il cartone della busta fino a piegarlo. Perché mi ha fatto salire adesso? Sapeva che sarei passato lì davanti? Sapeva che non aveva chiuso? Quel maledetto "Lo so" non mi lascia scampo.Non posso più raccontarmi la favola della semplice coincidenza. Il dubbio è ormai concreto, tagliente, reso ancora più scomodo dal fatto che il mio corpo è ancora eccitato da morire per quello che ha appena visto.

Torno in cucina e mi siedo al tavolo, gettando la busta sul legno. Mi passo le mani sul viso sudato, cercando di far scendere l'adrenalina. Qualche minuto dopo, sento i suoi passi sulle scale. Carmela entra in cucina. Si è infilata una felpa comoda e dei pantaloni lunghi, coprendosi completamente. Ha il viso in fiamme, gli occhi bassi. Mi concentro sulla busta,deciso a non infierire, a non metterla ulteriormente all'angolo. Ma lei si ferma davanti a me, le mani infilate nelle tasche della felpa. «Francesco, scusami per prima.» Scuoto la testa, fingendo una calma che non ho. «Tranquilla. Non è successo niente di grave, mi sono allontanato subito.»

Carmela scuote la testa a sua volta, con forza. «Non è questo.» Alzo lo sguardo su di lei. «E allora cosa?» Rimane in silenzio. Il respiro le trema nel petto, come se stesse lottando contro se stessa e contro decenni di compostezza. Poi, fissa i suoi occhi nei miei. «Avrei potuto chiudere quella porta.»

È un'ammissione di colpa che mi lascia senza parole. Riconosce di aver lasciato aperto il varco a quell'esposizione, a quell'intimità. Per una volta, non faccio il ragazzo comprensivo che cerca di salvare la situazione.Appoggio i gomiti sul tavolo e le faccio la domanda che mi brucia in gola. «Carmela... mi hai fatto salire apposta?» La domanda la scuote fisicamente. Fa un piccolo passo indietro. Non finge sdegno, non nega in modo teatrale. Il suo viso si contorce in un'espressione di puro smarrimento. «Non lo so nemmeno io cosa mi sia passato per la testa,» mormora,disarmata.Rimango in silenzio, lasciando che le sue parole galleggino nell'aria. «È da stamattina che mi comporto in modo assurdo,» aggiunge, passandosi le mani sui capelli. «Hai bevuto del vino a cena,» le faccio notare, cercando una via d'uscita per entrambi. «Forse è meglio interrompere questa conversazione. Non sei in te.»

Carmela annuisce, ma poi pianta i suoi occhi nei miei con una lucidità feroce. «Lo so che ho bevuto, Francesco. Ma non voglio usarlo come scusa.» Mi zittisce. Non sta cercando alibi; ho l'impressione che la donna davanti a me stia finalmente iniziando ad assumersi la responsabilità dei propri gesti. Si copre il viso con le mani, le spalle che si curvano.«Oddio,come faccio domani a guardarti in faccia?» Mi alzo in piedi, mantenendo la distanza. «Carmela, guardami. Non voglio umiliarti e non ho nessuna intenzione di discuterne ora, mentre sei ancora alterata e vulnerabile.» Lei abbassa le mani.Annuisce, gli occhi lucidi. «Hai ragione.» Poi, la sua voce si spezza in un sussurro che mi sembra carico di rimorso autentico. «Non avrei dovuto metterti in quella situazione. Senza darti scelta.»

È la prima scusa vera. Ho l'impressione che non si stia scusando per il suo corpo o per essersi mostrata, ma per avermi coinvolto in una situazione simile senza darmi modo di scegliere, tradendo la fiducia di sua figlia che è al piano di sopra,ancora sveglia davanti al computer. «Possiamo...» balbetta lei, asciugandosi una lacrima sfuggita al controllo, «possiamo fare finta che non sia successo niente?» Esito.Potrei dirle di sì, potrei mentire. Ma non ci riesco. «Adesso è meglio che tu vada a riposare,» mi limito a risponderle. Lei incassa. Non insiste, non cerca assoluzioni a buon mercato, non si avvicina per un contatto. Si gira e si avvia verso le scale con passi lenti. Prima di uscire dalla cucina, però, si ferma. Guarda nel vuoto per un secondo. «Francesco?» «Sì?» «Non volevo farti sentire a disagio.» La guardo da dietro, osservando la linea delle sue spalle. «Lo so.» Carmela rimane immobile ancora per un battito di ciglia. Poi va via, scomparendo nella penombra, lasciandomi con la certezza assoluta che nulla, in questa casa, tornerà mai più come prima.

Rimango da solo in cucina, il silenzio rotto solo dal ronzio del frigorifero. Guardo la busta delle fotografie sul tavolo.Ripenso alla schizofrenia di questa domenica: la madre tiranna del mattino, la donna in cerca di conferme del pomeriggio,e la sirena consapevole e disperata di questa sera. Non possono essere tutti incidenti scollegati. È una caduta libera in cui mi sto lasciando trascinare.

Non mi racconto cazzate: non sono innamorato di Carmela. Ma l'attrazione fisica è una bestia feroce, e la confusione che mi porto addosso è tossica. Mi passo le mani tra i capelli, consapevole che tutto questo potrebbe distruggere Erika. Salgo le scale. Entro nella sua camera. Erika è seduta alla scrivania, illuminata dalla luce blu dello schermo, ancora in divisa.Appena mi vede, si gira e le si apre un sorriso bellissimo. «Amore, finalmente. Pensavo fossi scappato a casa.» Mi sforzo di sorridere, chiudendomi la porta alle spalle. «Tua madre mi ha assunto come archivista stasera.» Lei ride, si alza e mi abbraccia forte. Affondo il viso nel suo collo. Sento l'affetto profondo, viscerale che ci unisce, e il senso di colpa mi colpisce come un pugno allo stomaco. La tensione erotica del piano di sotto non cancella minimamente l'amore che provo per lei, rendendo il mio ruolo ancora più vigliacco. Erika si scosta un po', scrutandomi il viso. «Tutto bene? Sei silenzioso.» «Sì, amore, sono solo stanco morto. Tra poco vado a casa.» Lei mi accarezza la guancia, fidandosi ciecamente, senza insistere.

Prima di andare avanti…

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