Durante il tragitto in macchina, Erika parla tranquillamente dei suoi colleghi e dei turni massacranti del fine settimana. Io annuisco e rispondo a monosillabi, con gli occhi fissi sulla strada, irrimediabilmente distratto. Tra pochi minuti rivedrò Carmela. Il mio cervello continua a riavvolgere il nastro della nostra chat. Mi domando se abbia davvero dimenticato tutto ciò che è successo o se quel "Non ricordo praticamente nulla" sia stato solo un meccanismo di difesa per non morire di vergogna.
Arriviamo a casa sua. Parcheggio e la seguo all'interno. Carmela è in cucina. Sta sciacquando delle tazze nel lavandino.Indossa una semplice tuta da casa, i capelli raccolti alla meno peggio. Le occhiaie sono pesanti e la postura è curva,tradendo la stanchezza post-sbornia. Erika le va incontro e le lascia un bacio sulla guancia. «Mamma, tutto bene? Hai una faccia...» Carmela chiude l'acqua. «Sì, tesoro. Ho solo dormito male. Troppi pensieri.» Mi fermo sulla soglia della cucina,le mani in tasca. «Buongiorno.» Carmela si gira lentamente verso di me. Il suo sguardo incrocia il mio. «Buongiorno,Francesco.»
Per un secondo esatto, rimaniamo a guardarci in silenzio. C'è un'esitazione nel suo respiro, un tremolio impercettibile nelle sue pupille. Poi, Carmela abbassa bruscamente gli occhi sul lavello. Il suo disagio è palese, tangibile, ma Erika è troppo di corsa per accorgersi di qualsiasi sfumatura psicologica. «Vado su a cambiarmi al volo e prendo la borsa!» annuncia la mia ragazza, sparendo su per le scale.
Rimango da solo in soggiorno, vicino all'arco della cucina. Carmela si asciuga le mani. «Vuoi un caffè, Francesco? Ne ho appena fatto un po'.» «Sì, grazie. Lo accetto volentieri.» Si avvicina ai fornelli e mi versa il caffè. I suoi movimenti sono rigidi. «Ancora grazie per ieri notte,» mormora, porgendomi la tazzina. «Sei stato il mio salvatore.» «Non esagerare,» sdrammatizzo, soffiando sul liquido caldo. «Un po' d'acqua e una dormita risolvono sempre tutto.» Carmela appoggia la sua tazza sul bancone, fissando il vuoto per un momento. Poi, quasi distrattamente, si stringe nelle spalle. «Comunque, ti devo chiedere scusa anche per tutte le stupidaggini che ho raccontato nel garage.»
Mi immobilizzo. La tazzina si ferma a due millimetri dalle mie labbra. Il sangue mi si gela di colpo. «Quali stupidaggini?» le chiedo, la voce che scende di un'ottava. Carmela abbassa immediatamente lo sguardo, come se si fosse appena morsa la lingua. «Quelle... quelle del liceo.»
Silenzio. Un silenzio assoluto, assordante, in cui sento solo il fischio del mio respiro. Questo è il primo segnale inequivocabile. La prova regina. Due ore fa mi aveva scritto di non ricordare praticamente niente del garage o del rientro.E io, stamattina, non le avevo raccontato quelle confidenze. Le avevo detto che aveva solo parlato tanto e che poi era crollata. Eppure lei se ne ricorda. Ricorda esattamente cosa mi ha detto in quel garage. Lei sembra rendersi conto, in una frazione di secondo, di aver parlato troppo. E di essersi smascherata da sola. Si corregge in fretta, agitando una mano per minimizzare. «Cioè... qualcosa mi torna in mente ogni tanto. Frammenti, sai.» Annuisco lentamente. «Certo. Frammenti.» Ma non sono convinto per niente. Anzi, so per certo che sta mentendo.
«Vado a prendere lo zucchero, l'ho finito qui,» dice lei in fretta, sfuggendo al mio sguardo e infilandosi nella dispensa.Rimango da solo nel soggiorno. Mi appoggio al mobiletto vicino alla televisione. Il telefono di Carmela è appoggiato lì sopra. Lo schermo è acceso, illuminato, probabilmente risvegliato dall'arrivo di una notifica di qualche operatore telefonico. Abbasso casualmente lo sguardo sul display. E il respiro mi si mozza.
L'applicazione in primo piano non è WhatsApp, né il calendario. È l'app della galleria video. Sullo schermo, fissa in pausa, c'è l'anteprima di una registrazione. Riconosco lo sfondo: è l'ingresso di questa stessa casa. Il mobiletto,l'attaccapanni. E poi ci siamo noi. Riconosco la mia giacca. Riconosco le sue braccia attorno al mio collo. Nell'anteprima del filmato, siamo intrecciati, vicinissimi, schiacciati contro la parete. Il video è stato registrato durante la notte precedente dalla piccola telecamera di sicurezza domestica. Ed è inequivocabilmente la sequenza compromettente del nostro rientro: non una normale scena di assistenza a una donna ubriaca, ma un assalto fisico in cui stiamo chiaramente per strapparci i vestiti di dosso.
Sento lo stomaco chiudersi in una morsa di panico e nausea. Ma la sorpresa peggiore non è che la telecamera abbia registrato la scena; so che ha il sensore di movimento. La cosa terrificante è che la registrazione risulta scaricata, esportata e conservata separatamente nel rullino del telefono. Qualcuno ha aperto l'app di sorveglianza stamattina, ha cercato il momento esatto tra l'una e le due di notte, e lo ha salvato in memoria. E Carmela aveva il telefono in mano quella mattina.Comprendo con lucidità fulminea che lei potrebbe aver rivisto ciò che è successo per colmare i vuoti di memoria. Ma una copia del filmato che mostra l'ingresso non basta ancora a dimostrare che ricordi tutto quello che è accaduto prima, nel garage o nella macchina, e il perché mi abbia provocato. Per questo mi serve l'ultimo dettaglio. L'ultimo tassello per capire quanto sia sprofondata nella menzogna.
Sento i passi di Carmela tornare dalla dispensa. Distolgo immediatamente lo sguardo dallo schermo, fingendo di osservare il quadro appeso alla parete. Lei entra, nota il telefono acceso, lo afferra con un gesto quasi fulmineo e preme il tasto laterale, bloccandolo. Se lo infila nella tasca della tuta con un nervosismo che cerca di mascherare. Si avvicina con la zuccheriera, cercando di normalizzare il momento a tutti i costi. «Comunque, non ti preoccupare per ieri, Francesco,» mi dice, usando un tono troppo accondiscendente, troppo materno. La guardo dritto negli occhi, implacabile. «Per cosa?» Carmela esita. Si tormenta il bordo della manica. «Per quello che ti ho detto quando eravamo ancora in macchina. Sul fatto di sentirmi sola, sul fatto di voler tornare giovane... So che ti ho messo in difficoltà con i miei discorsi da depressa.»
Non le rispondo. Rimango muto, fissandola come se fosse diventata trasparente. La telecamera ha ripreso soltanto l'ingresso di casa. Non può aver registrato, né ascoltato, la nostra conversazione in macchina. E io non gliel'ho mai raccontata nei messaggi. Dunque Carmela ricorda. Ricorda almeno una parte sostanziale e lucidissima della notte. Non è stato un semplice filmato trovato per caso ad aiutarla a ricostruire il rientro. Ricorda cosa provava, ricorda cosa ci siamo detti prima di sfiorarci. La donna di fronte a me ha drammaticamente sottovalutato quanto sarebbe stato difficile mantenere in piedi la sua bugia dell'amnesia selettiva.
Dal piano superiore, la voce squillante di Erika rompe la bolla di tensione che ci avvolge. «Amore, sei pronto?» Mi alzo lentamente dal divano, senza staccare gli occhi da Carmela. «Sì. Arrivo.» Carmela mi passa accanto, diretta verso la cucina, con il telefono stretto convulsamente in mano. «Francesco?» mi chiama a bassa voce, superandomi. «Dimmi.» Si volta per tre quarti, senza guardarmi in faccia. «Grazie ancora per ieri sera.» Annuisco freddamente. «Figurati.» Lei mi sorride appena, un sorriso teso, affaticato. Poi aggiunge: «E scusami per averti messo in difficoltà.» Non aspetta una risposta. Sparisce oltre l'arco della cucina.
Rimango da solo per qualche secondo, in piedi al centro del soggiorno. Ora so che esiste un filmato compromettente della scorsa notte. So che Carmela ha ricordi lucidissimi che mi ha nascosto con una bugia orchestrata. Ma non so ancora perché abbia deciso di salvare volontariamente quella registrazione sul suo telefono, invece di cancellarla all'istante per distruggere le prove.
Erika mi chiama di nuovo dal corridoio. «Franci, andiamo?» «Sì, amore. Arrivo.» Raccolgo la giacca dal divano. Carmela è sparita in cucina, portandosi dietro il telefono. Ripenso ai messaggi di stamattina. Non ricordo praticamente nulla. Poi ripenso alla sua voce, pochi secondi fa, mentre mi parlava delle stupidaggini raccontate nel garage. Nessuno gliele aveva ricordate. E quella telecamera non poteva averle sentite. Mi fermo davanti alla porta, lasciando che un sospetto si insinui come un veleno e crei quel piccolo mistero che mi terrà agganciato a lei. Fino a pochi minuti fa ero convinto che il problema fosse ciò che Carmela aveva dimenticato. Adesso so che esiste un video. E comincio a sospettare che il vero problema sia tutto quello che si ricorda.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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