Rimango immobile in piedi davanti al letto, con le mani ancora sulla cintura dei jeans. L'interruzione è così brusca da sembrare surreale. «Carmela?» la chiamo a bassa voce. Nessuna risposta. Solo un sospiro profondo e continuo.
L'eccitazione mi evapora di dosso all'istante, sostituita da un'improvvisa allerta. Mi chino subito su di lei, poggiandole due dita sul collo e una mano sulla spalla per scuoterla leggermente. «Carmela, mi senti?» Lei emette un mugolio infastidito nel sonno, muovendo piano la testa e girandosi su un fianco, raggomitolandosi sul copriletto. Il battito sotto le mie dita è forte e regolare, il respiro è calmo, profondo, senza il minimo affanno, e la pelle ha un colorito caldo e normale. Non si è sentita male; è semplicemente crollata in un sonno di piombo, sopraffatta dalla stanchezza.
Tiro un lunghissimo sospiro di sollievo, raddrizzandomi. La serata è ufficialmente finita. Resto fermo per qualche secondo nel silenzio della camera, ascoltando il suo respiro lento. Poi mi chino a raccogliere la sua maglia dal pavimento, la piego su una sedia e sollevo un lembo del piumone, coprendola fino alle spalle perché non prenda freddo. Non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di toccarla o di andare oltre.
La osservo ancora per un istante, incredulo. Cerco di mettere insieme i pezzi della donna severa che lunedì mattina mi aveva chiesto di starle lontano con quella che, venti minuti fa, rideva nel garage vantandosi delle sue avventure al liceo prima di prendermi tra le mani. Sono due immagini che non riesco a far combaciare. Esco dalla camera in punta di piedi,recupero i miei vestiti e il suo cappotto dal pavimento del corridoio, appoggiandolo sull'attaccapanni, e mi chiudo la porta di casa alle spalle. Mentre cammino nella notte deserta cercando un taxi che mi riporti da Erika, ho la netta sensazione che, anche se in quella camera da letto non siamo arrivati fino in fondo, il punto di non ritorno lo abbiamo già superato da un pezzo.
Giro la chiave nella toppa cercando di fare meno rumore possibile, ma nel silenzio dell'una e un quarto di notte anche il più piccolo scatto metallico sembra un colpo di pistola. Apro la porta. La televisione è ancora accesa, sintonizzata su un canale via cavo con il volume abbassato. Erika è rannicchiata sul divano, avvolta in una coperta di pile. Sta palesemente lottando contro il sonno. Appena mi vede entrare, si stropiccia gli occhi e il suo viso si distende in un sorriso che mi fa sentire il peggiore dei traditori.
«Amore, finalmente,» mormora, mettendosi a sedere. Lascio le chiavi sul mobiletto dell'ingresso e mi sfilo il giubbotto,sentendo il peso della serata schiacciarmi le spalle. «Scusami per il ritardo, non pensavo ci volesse così tanto.» Erika si alza, avvolgendosi la coperta attorno alle spalle come un mantello. «Hai risolto il problema di Marco con la macchina?» La bugia mi si incastra in gola per un decimo di secondo. Ripenso al garage, al profumo di Carmela, alla sua bocca, al mio cazzo tra le sue mani. E poi guardo gli occhi fiduciosi, puliti, della ragazza che mi sta di fronte. «Sì. Tutto a posto,» mento, sfoderando un sorriso rassicurante. «È ripartita.»
La consapevolezza di quello che ho appena fatto, e soprattutto di quello che stavo per fare, mi pesa addosso come un macigno. Ma Erika si fida ciecamente. Mi si avvicina, mi circonda il collo con le braccia e mi stringe in un abbraccio caldo e assonnato. Affondo il viso nei suoi capelli, ricambiando la stretta. Voglio disperatamente lasciarmi la notte alle spalle. Voglio che la follia di Carmela resti confinata in quel parcheggio e in quella camera da letto.
Ci spostiamo in camera nostra. La stanza è immersa nella penombra. Mentre ci spogliamo per infilarci a letto, cerco un momento di intimità con lei. Ho bisogno di toccarla, di sentirla mia, di scacciare le immagini che mi martellano il cervello con la realtà rassicurante del nostro rapporto, cercando quel crescendo emotivo e fisico che azzeri tutto il resto. Le sfioro il fianco, le bacio il collo, scivolando con una mano verso il suo ventre.
Erika sospira, appoggiando la sua mano sulla mia per fermarmi delicatamente. «Amore, scusami...» sussurra, con una smorfia contrariata. «Mi è appena arrivato il ciclo e mi sento uno straccio. Ho dei crampi tremendi, vorrei soltanto mettermi giù a dormire.» In un'altra situazione forse avrei provato a coccolarla un po' di più, ma stasera la mia mente è un filo teso pronto a spezzarsi. Non insisto. «Va bene, amore,» le dico, ritirando la mano e sistemandole le coperte sulle spalle. Le do un bacio leggero sulla fronte. «Riposati.» Erika mi sorride grata, si rannicchia su un fianco e, nel giro di tre minuti, il suo respiro diventa profondo e regolare. Io, invece, rimango a fissare il soffitto al buio, con gli occhi sbarrati e il cuore che batte troppo forte.
Dopo un quarto d'ora, l'immobilità diventa insopportabile. Mi alzo dal letto in silenzio e mi chiudo in bagno. Accendo la luce dello specchio e mi guardo. Ho gli occhi lucidi e la mascella contratta. Sono agitato, carico di un'adrenalina sporca e di una tensione che mi brucia sotto la pelle. Mi appoggio al lavandino, abbasso i boxer e mi libero di quella frustrazione fisica accumulata e mai sfogata, con movimenti veloci, meccanici, chiudendo gli occhi e stringendo i denti per non fare rumore, fino a svuotarmi con un respiro spezzato.
Ma il sollievo fisico dura un istante, lavato via dall'acqua fredda del rubinetto. Lo stato mentale in cui mi trovo è un groviglio inestricabile. Per la prima volta da quando frequento quella casa, ho dovuto confrontarmi con una Carmela diversa in modo radicale. Non la vedova inconsolabile, non la madre tirannica o l'elegante padrona di casa, ma una donna affamata, spudorata, capace di sputarmi sul cazzo con una disinvoltura che mi fa ancora tremare i polsi. Non mi sento innamorato di lei. Non mi immagino in una relazione clandestina fatta di fughe romantiche. Ma non posso più raccontarmi la bugia rassicurante dell'incidente o dell'equivoco. Quell'attrazione è un fatto. È lì, e non so come cazzo gestirla.
Apro gli occhi che è già mattina inoltrata. La luce del sole filtra dalle fessure delle tapparelle. Accanto a me, Erika dorme ancora, il respiro regolare, un braccio abbandonato sul mio petto. Il mio primo pensiero, istintivo e colpevole, vola a Carmela. Scivolo fuori dal letto, recupero il telefono dal comodino e controllo le notifiche con il cuore in gola.
Niente. Nessun messaggio, nessuna chiamata persa. L'ansia comincia a salirmi. Ieri sera, tra il mix di alcol e cannabis, era palesemente fuori di sé. Sono preoccupato per come possa sentirsi stamattina, e per l'impatto che il ricordo di ieri potrebbe avere sulla sua psiche rigidissima. Apro WhatsApp e digito velocemente.
Franci · 08:34 «Buongiorno, Carmela. Tutto bene? Come stai?»
Fisso lo schermo, aspettando le spunte blu. Passano cinque minuti che sembrano ore. Poi, in alto compare la scritta "sta scrivendo...".
Carmela · 08:39 «Buongiorno Francesco. Sì, sto bene. Solo un po' di mal di testa.»
Carmela · 08:40 «Mi vergogno tantissimo. Non ricordo praticamente nulla di quando siamo tornati a casa.»
Leggo il messaggio due volte. Un'ondata di puro, incondizionato sollievo mi travolge, allentando il nodo che mi stringeva lo stomaco da ore. Rimango sorpreso dalla portata della sua amnesia, ma decido di testare il terreno.
Franci · 08:42 «Cosa ricordi di preciso?»
Carmela · 08:44 «Ho ricordi molto confusi del parcheggio e del viaggio in macchina. Poi un gran buio. Non ricordo quasi niente del garage o di come sono finita a letto in camera mia. Ho fatto qualcosa di particolarmente imbarazzante?»
Mi mordo il labbro. La tentazione di sfruttare questa via d'uscita è troppo forte. Invece di affrontarla o di spiegarle quanto ci siamo spinti oltre, decido di mentire per omissione. Spero vigliaccamente che, se non le do i pezzi mancanti, quel vuoto nella sua memoria rimanga tale.
Franci · 08:46 «Niente di drammatico. Hai parlato parecchio, poi appena sei arrivata in camera ti sei buttata sul letto e ti sei addormentata all'istante. Eri cotta.»
È un errore tattico madornale nascondere la polvere sotto il tappeto, lo so bene, ma l'illusione di uscirne pulito è troppo dolce.
Carmela · 08:48 «Grazie per esserti preso cura di me. Non so cosa avrei fatto senza di te, mi dispiace averti rovinato la serata.»
Sorrido allo schermo. L'emergenza sembra rientrata. Il mostro è tornato nella gabbia. Per alleggerire la tensione, le rispondo con una battuta.
Franci · 08:50 «La prossima volta chiamo direttamente Teresa e ti faccio spedire in esilio con Giulia.»
Carmela · 08:51 «😂»
La conversazione finisce lì. Blocco il telefono e lo butto sul letto. Per me, in quel preciso momento, è possibile archiviare l'intera notte come un errore isolato, una deviazione che la diretta interessata ha rimosso dai propri ricordi.
Alle undici e mezza, Erika è in ritardo sulla sua tabella di marcia. Si trucca al volo davanti allo specchio dell'ingresso mentre si infila il giubbotto. «Devo assolutamente passare da casa a recuperare il camice pulito e un paio di scarpe di ricambio prima del turno in ospedale,» mi dice, affannata. «Mi accompagni?» «Certo. Andiamo.»
