Il rossore le inonda il collo e il viso, colpita e affondata dal ricordo crudo di quello che ha fatto. Ma l'orgoglio la tiene in piedi.
"L'ho fatto per farti stare zitto!" strilla, spingendomi per le spalle. "Perché non sopportavo di sentirti blaterare! E ora mi metto quello che cazzo mi pare! Il corpo è mio!"
"Il tuo corpo?" sibilo, afferrandola per i polsi prima che possa spingermi di nuovo. La tiro verso di me, ignorando i suoi calci, fino a far scontrare i nostri petti. L'odore del suo trucco e della sua pelle mi riempie i polmoni. "Ti vesti da troia per farti lasciare un altro fottuto livido da quel pezzo di merda? È questo che vuoi, Anna? Vuoi farti spaccare su un sedile da un bastardo che non sa nemmeno come ti chiami, solo per farmi un dispetto?!"
Anna sgrana gli occhi, la menzione del livido la colpisce come una frustata. Cerca di liberare i polsi, dimenandosi come una furia, i seni spinti verso l'alto dal corsetto che si strusciano contro la mia camicia sbottonata in un attrito che ci sta facendo impazzire entrambi.
"A te non deve fregare un cazzo del mio livido!" urla, la voce incrinata da una disperazione rabbiosa, le lacrime di frustrazione che le pungono gli occhi. "Se voglio farmi scopare da Gigi, se voglio farmi lasciare i segni addosso da lui, sono solo affari miei! Tu hai la tua cara Miriam da farti, no? E allora vai da lei e lasciami in pace, invece di fare il fratello geloso e finto-protettivo quando mi guardi come se volessi divorarmi!"
Restiamo lì, piantati al centro della stanza. I nostri visi sono a tre centimetri di distanza, i respiri pesanti che si mescolano. L'odio, la gelosia e una fottuta, insopprimibile attrazione carnale ci legano come una corda stretta al collo. Ha tirato in ballo Miriam per ferirmi, ma io ho tirato in ballo il livido, e so benissimo di averle fatto più male io.
Lascio andare i suoi polsi con uno strattone, ma non faccio un passo indietro. Anzi.
Prima che lei possa anche solo pensare di allontanarsi, la mia mano destra scatta verso l'alto. Le afferro il viso con decisione, le dita che le stringono la mascella e il pollice che preme vicino alle sue labbra dipinte di rosso. La tengo ferma, bloccandole il muso in una morsa che non fa male, ma che è fottutamente autoritaria e possessiva.
Anna sgrana gli occhi neri. Il respiro le si incastra in gola, le labbra dischiuse.
Mi chino in avanti, piegando la testa fino a nascondere il viso nell'incavo del suo collo. Sento il suo battito impazzito martellarmi contro il petto. Le sfioro la pelle calda dell'orecchio con le labbra.
"Io non rovinerei mai quel tuo bel corpo... credimi," le sussurro, la voce ridotta a un graffio basso, letale, carico di un'oscura promessa. Poi mi scosto di un millimetro, guardandola dritta negli occhi per assicurarmi che il colpo vada a segno. "Ma goditi il tuo bastardo, stasera."
Lascio la presa di scatto, come se la sua pelle mi bruciasse.
Mi volto, afferro le chiavi e apro la porta della stanza, scendendo le scale senza voltarmi indietro a guardare la sua reazione. La guerra fredda è ufficialmente finita. Stasera scorrerà il sangue.
Il tragitto fino a casa di Miriam dura due fottuti minuti, ma a me sembra un'eternità. Ho la mascella così serrata che mi fanno male i denti.
Entro dal cancello aperto senza bussare. La musica a palla rimbomba già dal salotto, mescolandosi all'odore di soffritto e di alcol a buon mercato.
Vado dritto in cucina. Giusy è al tavolo, intenta a tagliare dei pomodorini, mentre Miriam è ai fornelli, girata di schiena. Indossa un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati e un top allacciato dietro il collo che le lascia mezza schiena nuda. Di Gigi non c'è traccia. Sento l'acqua scorrere nelle tubature del piano di sopra: lo spaccone si sta facendo bello nel bagno degli ospiti.
Il mio sguardo cade immediatamente sulla bottiglia di vodka mezza vuota appoggiata sul marmo della penisola.
Non dico "ciao". Non saluto. Afferro un bicchierino da cicchetto, lo riempio fino all'orlo e lo butto giù in un sorso. Il liquido ghiacciato mi brucia la gola, ma non basta a spegnere l'incendio che ho dentro. Ne verso un altro. Lo butto giù.
Poi, guidato da un istinto puramente animale e dalla rabbia cieca che Anna mi ha pompato nelle vene, vado dritto verso Miriam.
Azzero lo spazio alle sue spalle. Senza dire una parola, le passo le braccia attorno alla vita e la tiro violentemente contro di me. Il mio bacino si incastra contro il suo sedere, facendole sentire esattamente quanto sono duro e su di giri. Le mie mani non cercano dolcezza: scivolano verso l'alto, afferrandole i seni nudi sotto la stoffa leggera del top. Li stringo, impastandoli con una foga ruvida, possessiva, mentre abbasso il viso nell'incavo del suo collo.
"Gio... cazzo fai?" squittisce Miriam, colta di sorpresa, il cucchiaio di legno che le resta a mezz'aria.
"Ho bisogno di scoparti," le ringhio all'orecchio, la voce impastata di alcol e lussuria rabbiosa. "Ora. Su questo fottuto tavolo."
Sposto una mano dai suoi seni e scendo giù, affondando le dita nella carne morbida del suo sedere, strizzandola e tirandola ancora più contro la mia erezione. Inizio a strusciarmi contro di lei con un ritmo pesante, sfacciato, ignorando completamente il mondo intorno a me. Sto usando il suo corpo per sfogare la frustrazione di non poter distruggere quello di mia sorella.
Giusy, seduta a due metri da noi, fa cadere il coltello sul tagliere.
"Ehm... ragazzi," balbetta, il viso paonazzo, fissando il tavolo per non guardare le mie mani che palpano Miriam senza il minimo pudore. "Io... io sono ancora qui, eh. E stiamo cucinando."
Miriam si lascia sfuggire una risatina bassa, vibrante. Invece di respingermi, inarca la schiena contro di me, assecondando la mia spinta. Gira la testa di lato, sfiorandomi la guancia con le labbra lucide.
"Pazienza, tigre," ridacchia, la voce maliziosa. Mi accarezza il braccio che le stringe il petto. "Hai già avuto il tuo round pomeridiano. Fammi finire di scolare la pasta, poi ti prometto che andiamo di là e ti faccio passare i bollenti spiriti."
"Non credo che ci riuscirai," sibilo, mordendole la spalla, incapace di staccarmi da lei perché è l'unico fottuto appiglio che mi impedisce di spaccare tutto.
Proprio in quel momento, la porta d'ingresso si apre.
E, come in un film dell'orrore perfettamente sincronizzato, sento i passi pesanti di Gigi scendere le scale di legno dal piano di sopra.
Mi fermo, le mani ancora incollate al corpo di Miriam, e giro lentamente la testa verso l'ingresso.
Anna è lì. Il corsetto di pizzo nero le spinge i seni verso l'alto in modo osceno, e la gonna di pelle è un invito allo stupro visivo. È uno schianto, ed è letale.
Gigi finisce di scendere le scale, sistemandosi il colletto di una camicia di lino bianca sbottonata sul petto. Appena la vede, si blocca. Il suo sorriso da ebete spaccone si spegne, sostituito da un'espressione infastidita, scura. È il classico maschio alfa insicuro: adora avere la ragazza più bella del locale, ma impazzisce di gelosia se gli altri possono vedere troppa carne.
"Che cazzo ti sei messa?" sbotta Gigi, andandole incontro con passi decisi. La voce è aggressiva, priva di qualsiasi complimento. "Non avevi niente di più corto? Ti si vede letteralmente tutto."
Anna si irrigidisce per una frazione di secondo. Sento la sua insicurezza vibrare nell'aria, ma il suo sguardo scatta immediatamente verso di me e Miriam. Vede le mie mani sui seni della mia amica. Vede la mia presa possessiva.
L'orgoglio di Anna prende il sopravvento. Decide di usare Gigi per colpire me.
"Ti dà fastidio, amore?" amoreggia Anna, sfoderando un sorriso finto, zuccheroso e disgustoso, avvicinandosi a lui.
Gigi non si fa pregare. Con un gesto rude, per marcare il suo fottuto territorio davanti a me, le butta un braccio attorno alla vita e la tira a sé. E la sua mano destra grande e volgare va a posarsi esattamente lì.
Sul fianco destro. Sull'osso del bacino. Esattamente sopra il livido che le ha lasciato stanotte.
Vedo Anna sussultare. Le scappa un microscopico gemito di dolore soffocato, un battito di ciglia fuori posto, e la sua mano scatta d'istinto per coprire quella di Gigi, come per allentare la pressione.
Ma lui non se ne accorge nemmeno. Anzi, la stringe più forte. Abbassa la testa e la bacia con prepotenza, infilandole la lingua in gola davanti a tutti noi, la mano libera che scivola spudoratamente sul sedere appena coperto dalla pelle nera.
È una scena squallida, volgare. Ma soprattutto, è fottutamente dolorosa da guardare.
Il bicchierino da cicchetto che ho ancora nella mano sinistra scricchiola sotto la pressione delle mie dita. Il sangue mi ribolle nelle tempie. Anna sta letteralmente sopportando il dolore fisico pur di farsi baciare da quel maiale e sbattermelo in faccia.
"Beh, direi che la cena può iniziare," annuncia Miriam, rompendo la tensione con un battito di mani e un sorriso radioso, totalmente ignara della bomba innescata che ha appena apparecchiato nel suo salotto. "Sedetevi, piccioncini. L'alcol lo verso io."
