Non me lo faccio ripetere.
Le afferro il polso, la tiro giù dallo sgabello con uno strattone deciso e la trascino verso la porta del bagno di servizio al piano di sotto. È a tre metri di distanza. La vedo sorridere, eccitata dalla mia irruenza.
Entriamo. Chiudo la porta a chiave alle nostre spalle con uno scatto secco, metallico, che rimbomba nel corridoio. Un messaggio chiarissimo per chiunque sia là fuori ad ascoltare.
Il bagno è piccolo, illuminato a malapena dalla luce che filtra dalla finestrella opaca. Senza dire una parola, afferro Miriam per i fianchi. La sollevo di peso e la piazzo a sedere sul marmo freddo del lavandino. Lei capisce al volo: allarga le ginocchia, coprendo i miei fianchi con le sue cosce morbide, in tuta, incastrandomi perfettamente contro la sua intimità.
Le mie mani vanno dritte al sodo. Scivolano sotto l'orlo della sua canottiera bianca. La sua pelle è bollente sotto i miei palmi. Le afferro i seni nudi a mani piene, riempiendomi le dita di quella carne morbida, pesante e perfetta, stuzzicando i capezzoli già duri come la pietra.
Miriam ansima, gettando la testa all'indietro e inarcando la schiena contro lo specchio freddo.
Mi fiondo sulla sua bocca. Il bacio è un assalto totale: bagnato, profondo, famelico. Le nostre lingue si scontrano con violenza mentre lei mi aggrappa i capelli con entrambe le mani, tirandomeli in un moto di passione animale. Sento il suo bacino muoversi contro di me, strusciandosi contro la mia erezione pulsante attraverso le stoffe dei nostri vestiti. È un attrito continuo, bollente, che mi manda il sangue al cervello.
La bacio, le mordo il labbro inferiore, le stringo il seno facendola gemere a voce più alta, senza preoccuparmi minimamente di fare silenzio. È bellissima, è erotica, è tutto quello che un ragazzo sano di mente potrebbe desiderare per iniziare la giornata.
Ma la verità... la fottutissima, malata verità... è che mentre assecondo i gemiti di Miriam nel buio di questo bagno, il mio cervello è rimasto fuori da quella porta a chiave.
Sto pensando ad Anna.
Sto immaginando i suoi occhi sgranati, le sue unghie conficcate nel palmo della mano per la rabbia, il suo respiro corto sulle scale. Sto assaporando l'odio viscerale che le sta avvelenando il sangue in questo esatto secondo, sapendo che sto facendo impazzire un'altra ragazza a pochi metri da lei, nello stesso identico modo in cui l'ho fatta impazzire io poche ore fa.
Ed è questa consapevolezza tossica, questo senso di potere assoluto su mia sorella, a rendere l'eccitazione che provo con Miriam cento volte più sporca e devastante.
“Gio mi stai allargando la canotta…alzala dai” la prendo alla lettera, le alzo quella maledetta canottiera, liberando quelle due tette pallide e sode.La stringo con forza, impastandole le curve mentre le mordo la pelle sensibile del collo, succhiandola fino a lasciarle un segno rosso che tutti, tra poco, potranno vedere chiaramente.
"Ah... Gio... cazzo, sì..." geme Miriam.
Non sussurra. Non cerca di nascondersi. È teatrale, calorosa, esibizionista fino al midollo. Getta la testa all'indietro contro lo specchio, inarcando la schiena per spingermi i seni nudi contro il viso, e lascia che i suoi gemiti riempiano ogni singolo centimetro cubo di questo minuscolo bagno. Soffoca a malapena le parole contro i miei capelli.
Ogni volta che apre bocca e lascia uscire uno di quei sospiri umidi e vibranti, la mia eccitazione fa un salto mortale.
Inizio a strusciarmi contro di lei. Schiaccio il mio bacino contro il suo, incastrandomi in mezzo alle sue cosce divaricate. Anche attraverso lo strato spesso della sua tuta grigia e dei miei bermuda, l'attrito è devastante. Sento il calore della sua intimità contro la mia erezione pulsante, e comincio a spingere con un ritmo pesante, sordo, inesorabile. Il rumore dei nostri corpi che sbattono contro il mobiletto del lavandino è ritmico, osceno, impossibile da non sentire nel corridoio.
"Dai," le ringhio all'orecchio, la voce impastata da una lussuria che mi sta accecando. Le mie mani scivolano dai suoi seni ai fianchi, afferrando l'elastico dei suoi pantaloncini. "Togli sti cazzo di pantaloni, Miri."
Ma lei si blocca. Con una lucidità che mi spiazza, mi afferra i polsi, fermando le mie mani. Il suo petto nudo si alza e si abbassa freneticamente mentre mi guarda con quegli occhi neri da gatta, le labbra gonfie per i miei baci.
"Fermo, tigre," ansima, sfoggiando quel suo solito sorriso malizioso, passando un dito sul mio labbro inferiore. "Non abbiamo il preservativo. E io non faccio cazzate."
Il sangue mi pulsa nelle tempie per la frustrazione, ma non faccio in tempo a ribattere.
Miriam scivola giù dal marmo del lavandino con un movimento fluido. Atterra sui piedi nudi e, senza staccare gli occhi dai miei, si inginocchia lentamente sul pavimento di piastrelle.
L'aria mi si blocca in gola.
"Però..." sussurra dal basso, le mani che si appoggiano con sicurezza sui miei fianchi. "...posso fare altro."
Senza esitare, aggancia l'elastico dei miei bermuda e dei boxer in un colpo solo e li tira giù lungo le mie cosce. L'aria fresca del bagno mi colpisce la pelle per una frazione di secondo, ma viene immediatamente sostituita da un calore umido, bollente e avvolgente.
Chiudo gli occhi di scatto. La testa mi cade all'indietro, sbattendo con un tonfo sordo contro la porta di legno chiusa a chiave.
Miriam non è solo teatrale, sa esattamente come usare la bocca per farti perdere la testa. Il suono bagnato, ritmico e osceno di quello che mi sta facendo rimbomba tra le pareti strette del bagno. È intenso, sfacciato, perfetto. E lei accompagna ogni movimento con piccoli mugolii di approvazione che mi fanno contrarre ogni muscolo del corpo.
Affondo le mani nei suoi capelli scuri, stringendoli, lasciandomi sfuggire un gemito roco e gutturale che non cerco minimamente di trattenere.
La sto godendo. Sto godendo di lei, del suo calore, della sua bocca esperta. Ma il mio vizio è molto più tossico. Mentre i miei fianchi iniziano a muoversi da soli assecondando il ritmo di Miriam
Il mondo fuori da questo buco di bagno smette di esistere.
Miriam ha un controllo assoluto. Non c'è fretta nei suoi movimenti, c'è solo una fottuta, calcolata precisione. La sua bocca è una morsa calda, un contrasto umido e bollente contro la pelle sensibile che mi fa mancare il respiro. Sento la morbidezza delle sue labbra, la pressione decisa delle pareti interne e il guizzo continuo della sua lingua che traccia traiettorie che mi mandano il cervello in tilt. Il suono bagnato e ritmico riempie l'aria stretta del bagno, mescolandosi al suo respiro affannato e ai miei gemiti trattenuti a stento.
Getto la testa all'indietro contro la porta di legno. Affondo le dita nei suoi capelli scuri, non per allontanarla, ma per tenerla esattamente lì. Le nocche mi diventano bianche.
"Cazzo, Miri..." sbotto, la voce roca, quasi irriconoscibile.
Il ritmo aumenta. Si fa più serrato, più profondo. Ogni muscolo del mio corpo si tende come la corda di un arco pronto a spezzarsi. L'adrenalina mi pulsa nelle orecchie con la forza di un martello pneumatico. Il calore della sua bocca e la saliva che mi scivola sulla pelle sono una fottuta droga. Sento l'onda del climax che sale dalla base della spina dorsale, densa, prepotente, inarrestabile. Mi sto avvicinando al punto di non ritorno e non ho nessuna intenzione di fermarmi.
E poi, il disastro. O forse, l'apoteosi perfetta del mio piano malato.
Il vecchio gancio arrugginito della serratura, quello che pensavo di aver chiuso con uno scatto, cede. Non era scattato del tutto.
La maniglia si abbassa con un colpo secco.
"Gio, hai finito in questo cazzo di specchio che devo prendere il tr—"
La porta si spalanca verso l'interno, spingendomi in avanti di un passo. Anna entra come una furia, la voce acida e impaziente, lo sguardo puntato sul lavandino.
Ma la scena che le si para davanti la paralizza all'istante.
Le parole le muoiono in gola, strozzate in un respiro che non uscirà mai.
Il tempo si congela. Miriam, in ginocchio sul pavimento, i pantaloncini grigi arrotolati sulle cosce e la canottiera spalancata sui seni nudi, si blocca e gira lentamente la testa verso la porta. Si passa la lingua sulle labbra lucide, per niente scomposta, quasi divertita dall'interruzione.
E io... io sono in piedi, i bermuda calati, completamente esposto, con il respiro spezzato a un millimetro dal limite.
