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Erotika
Cronache da Montecalvario · Cap. 7
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Capitolo 7 di 8 26 min di lettura

Ti presento mamma

Laddove si narra di quando Delia presentò Leandro in famiglia, assicurandosene il bon ton con un’intrigante promessa…

Renart
8 mesi fa · 743 letture · 0

Ha cinquantant’anni suonati, Linda, ma un corpo ancora tonico, temprato dallo sport, dallo yoga, dai massaggi ayuverdici e da un’alimentazione messa a punto su misura dal nutrizionista del momento, senza sgarri di alcun tipo, nemmeno a Pasqua e a Natale le si vede masticare qualcosa che le possa far sbalzare un equilibrio proteico che sembra essere tarato per fare della sua silhouette un’arrizzacazzi deambulante. A Leandro ha sempre fatto sangue, Linda, fin dal giorno in cui Delia gliel’ha presentata, un paio di mesi dopo l’inizio della loro storia.

All’epoca Linda era da poco ritornata a nuova vita dopo essere rimasta vedova a 35 anni, a causa di un incidente stradale che le strappò l’amore adolescenziale conservato fino all’altare, cui giunse, gravida di dieci settimane, poco più che ventenne per non subire l’infamia dei paesani, la facile bollatura e i sensi di colpa nei confronti di papà e mamma, che l’avevano allevata secondo i più rigidi dettami dell’ortodossia cattolica. Dopo un lungo periodo di depressione, durante il quale Delia, non ancora quattordicenne, fu affidata temporaneamente ai nonni paterni, Linda convolò in seconde nozze con l’ing. Massimo De Girolamo, titolare di un'azienda specializzata in tubo multistrato che vendeva ai quattro angoli del mondo,  realizzando così le mai sopite ambizioni di scalata sociale – lei che veniva dal mondo contadino della provincia più remota del Sannio – congelate, per così dire, dalla devozione a quel fidanzato, poi marito, che conduceva una vita bohemien, fotografo dall’occhio smaliziato con attitudini artistiche, antesignano e mentore dei futuri videomakers che adesso proliferano un po’ dappertutto in città, tombeur de femmes incallito – come ammetteva la stessa figlia quando si lasciava andare a ricordi di sfuriate tra i suoi genitori a causa delle presunte infedeltà del padre, il che, per questo come per l’aspetto trasandato e la dedizione ad alcol e sostanze psicotrope di varia natura, a suo dire rendeva Leandro molto simile a lui, confermando una personale teoria di Delia, mutuata dagli studi sull’attaccamento di Bowlby e altri, in base alla quale le ragazze tendono a scegliere come partner proiezioni più o meno approssimative delle figure paterne, per poi concludere, nel rilassamento languoroso post-coitale, di essere in dotazione di una massiccia dose di masochismo e autolesionismo, constatate le pene inflitte dalla loro relazione, pene del tutto simili a quelle che affliggevano la madre, scorticata dalla gelosia e dai dubbi sulla fedeltà del suo uomo – ma, allo stesso tempo, padre impeccabile, generoso e affettuosissimo.

Ad ogni modo, durante gli ultimi difficili anni del lutto, prolungati dall’abuso di psicofarmaci che la devastarono nel corpo e nella mente, Linda si legò a Massimo, il quale, a sua volta fresco vedovo, si prese cura di lei come di una bambina malata, accolse la sua fragilità maneggiandola con la delicatezza dovuta a una porcellana di Capodimonte, gradualmente divenne il suo punto di riferimento, il faro illuminante che sferza le acque procellose col suo fascio di luce indicandole la via della salvezza, le mise a disposizione un mondo di benessere e sicurezze, fatto di oggetti di lusso e domestici, beauty farm e palestre di fitness, ma anche di valori condivisi e mutuo soccorso, un mondo insomma confacente in tutto e per tutto al suo arrivismo di ragazza contadina che sognava da signora, alternando gli Harmony ai classici latini e greci nelle lunghe ore chiusa in camera, protetta e coccolata dalle aspirazioni di genitori che davano sangue e sudore ad una terra aspra e ritrosa e si piegavano dalla fatica per garantire a quella loro figlia così promettente un futuro diverso dal loro, e alla fine, resuscitata dal restyling made in De Girolamo, se lo sposò.

Leandro conobbe Linda in qualità di fidanzato ufficiale della figlia in una calda serata di fine maggio, nella location Villa De Girolamo, una sontuosa costruzione stile liberty che troneggiava sul cucuzzolo di una collina a pochi chilometri da Benevento, dove si era trasferita dopo il matrimonio. Alla residenza si accedeva attraverso un enorme cancello di ferro battuto che spezzava la continuità del muro di cinta alto almeno quattro metri e ricoperto di rampicanti. Alla guida della Punto di Delia, decisamente più presentabile della scalcagnata Panda ereditata dal nonno quando le cataratte non gli consentirono più di distinguere i pedoni che gli fuggivano da sotto le ruote, Leandro si inoltrò per il viale di ghiaia che ad un tratto diventava una biscia ritorta tra sentieri di siepi alte come un uomo di buona statura e curatissime - oltre le quali, a destra come a manca, si aprivano squarci di giardini impreziositi da fontane circolari con l’acqua che zampillava da statue in marmo di divinità mitologiche e che facevano sfoggio di una quantità di piante e fiori tali da dover essere minimo un botanico per riconoscerli e classificarli tutti – mentre Delia, in elegante tubino nero di stretch smanicato, con le spalle coperte da un foulard rosso, finiva di ricordargli per l’ennesima volta il galateo da rispettare per la serata e il perimetro della zona rossa dei tabù da non violare nella maniera più categorica.

Annuendo e profferendo sissignora a ogni monito, Leandro parcheggiò accanto all’ultimo modello di Audi nello spiazzo antistante le due scalinate in pietra che, incontrandosi sul patio ampio come un trilocale, conducevano al portone d’ingresso della magione. Ad accoglierli sull’uscio c’era Linda, la cui figura, infilata in una gonna nera a pieghe a mezza coscia e in un’aderentissima canottiera bianca – mise decisamente più consona ad un’adolescente che a una donna nel pieno della maturità, notò sulle prime Leandro, se non fosse che chi gli stava di fronte e gli porgeva la mano, gratificata dalla presenza di un trilogy all’anulare, per le presentazioni di rito, la si sarebbe tranquillamente potuta identificare come la sorella maggiore di Delia - si stagliava nella luce porporina del tramonto che, piovendo morbida da ovest, allungava le ombre dei tre astanti, affusolandole, sulla pavimentazione in Pietra di Rapolano del patio. Leandro represse un moto di nausea per lo sfarzo che lo circondava e per i modi manierati con cui la padrona di casa gli diede il benvenuto, sorrise e accennò anche un mezzo inchino mentre, ingoffito dal suo completo di lino chiaro recuperato in extremis da un amico, stringeva la destra a Linda e declinava le sue generalità dichiarandosi onorato dell’invito a cena, sforzandosi di recitare una parte a se stesso ostile per guadagnarsi l’ambita mercede promessagli da Delia se fosse filato tutto liscio.

Fu, infatti, la promessa di un rapporto anale a rendere sopportabile a Leandro la presenza tracotante di Massimo – che li attendeva nel giardino sul retro della villa, un’enorme area moquettata a prato inglese, nessun filo d’erba fuori posto, protetta ai lati da siepi di eucalipto e sull’estremità, a una cinquantina di passi abbondanti dalla casa, da una corona di cipressi disposti a emiciclo che ombreggiavano la piscina olimpionica con gli angoli arrotondati e attrezzati per l’idromassaggio, sdraio e lettini prendisole sparsi a qualche metro dai bordi, al centro del giardino un gazebo in marmo, con sette colonne intarsiate a reggere la cupola in ferro rivestita di edera, illuminato da faretti disposti in modo tale da presentare nel migliore dei modi l’antipasto di mare che già era in tavola, insieme a due bottiglie di Greco di Tufo che spuntavano ammalianti dai cestelli ghiacciati, mentre il resto della cena attendeva in portavivande d’argento su quattro ruote -, la sua boria, l’arroganza di chi si abroga il diritto di poter dire la propria su ogni argomento in virtù della posizione sociale acquisita e del conto in banca, le movenze affettate tipiche degli arricchiti che tradiscono una ripudiata origine popolare e la cialtroneria con la quale liquidava sul nascere qualsiasi punto di vista che potesse scostarsi dal suo Credo e, soprattutto, fu la possibilità di infilarlo nel buchetto scuro e grinzoso di Delia a inibirlo da qualsiasi evidente reazione alle occhiate viscide che quel Trimalchione 2.0 rivolgeva alla sua e alla mia donna, nonché a quelle di acritica ammirazione che queste gli rimandavano spompinandogli a due mani l’Ego smisurato.

La serata non fu semplice, pertanto, ma comunque passò, complice la disabitudine all’alcol e al gozzovigliare in genere che alla fine stesero il virtuoso anfitrione, scortato prontamente nelle stanze padronali dalla sua chaperon, non prima di avere indicato a Delia il piano e la camera in cui avremmo pernottato. Rimasti soli, leggendolo nel pensiero, Delia fulminò Leandro con occhi grondanti luce e brillantezza, eppure acuminati e penetranti come baionette, al fine di evitare da parte sua qualsiasi commento e, per dare a se stessa la garanzia che nessuna polemica le avrebbe guastato l’umore, comunque ottimo per aver fatto un passo importante e nient’affatto scontato nell’esito, visto i personaggi in gioco, si alzò in piedi, riacquistò dopo un attimo di ebbra incertezza l’equilibrio sui tacchi dei décolleté appuntiti come lapis, incrociò le mani sull’orlo del tubino e, con un movimento leggero e armonico, lo sfilò lentamente dal basso verso l’alto, scoprendo in successione le cosce, il perizoma retato contro cui premeva la macchia scura del pelo, il ventre lievemente arrotondato, i seni nudi, alti, sodi, puntuti, il collo e infine la testa col suo cesto di riccioli dorati.

Prima di andare avanti…

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