Cronache da Montecalvario
Capitolo 7 - Ti presento mamma
Ha cinquantant’anni suonati, Linda, ma un corpo ancora tonico, temprato dallo sport, dallo yoga, dai massaggi ayuverdici e da un’alimentazione messa a punto su misura dal nutrizionista del momento, senza sgarri di alcun tipo, nemmeno a Pasqua e a Natale le si vede masticare qualcosa che le possa far sbalzare un equilibrio proteico che sembra essere tarato per fare della sua silhouette un’arrizzacazzi deambulante. A Leandro ha sempre fatto sangue, Linda, fin dal giorno in cui Delia gliel’ha presentata, un paio di mesi dopo l’inizio della loro storia.
All’epoca Linda era da poco ritornata a nuova vita dopo essere rimasta vedova a 35 anni, a causa di un incidente stradale che le strappò l’amore adolescenziale conservato fino all’altare, cui giunse, gravida di dieci settimane, poco più che ventenne per non subire l’infamia dei paesani, la facile bollatura e i sensi di colpa nei confronti di papà e mamma, che l’avevano allevata secondo i più rigidi dettami dell’ortodossia cattolica. Dopo un lungo periodo di depressione, durante il quale Delia, non ancora quattordicenne, fu affidata temporaneamente ai nonni paterni, Linda convolò in seconde nozze con l’ing. Massimo De Girolamo, titolare di un'azienda specializzata in tubo multistrato che vendeva ai quattro angoli del mondo, realizzando così le mai sopite ambizioni di scalata sociale – lei che veniva dal mondo contadino della provincia più remota del Sannio – congelate, per così dire, dalla devozione a quel fidanzato, poi marito, che conduceva una vita bohemien, fotografo dall’occhio smaliziato con attitudini artistiche, antesignano e mentore dei futuri videomakers che adesso proliferano un po’ dappertutto in città, tombeur de femmes incallito – come ammetteva la stessa figlia quando si lasciava andare a ricordi di sfuriate tra i suoi genitori a causa delle presunte infedeltà del padre, il che, per questo come per l’aspetto trasandato e la dedizione ad alcol e sostanze psicotrope di varia natura, a suo dire rendeva Leandro molto simile a lui, confermando una personale teoria di Delia, mutuata dagli studi sull’attaccamento di Bowlby e altri, in base alla quale le ragazze tendono a scegliere come partner proiezioni più o meno approssimative delle figure paterne, per poi concludere, nel rilassamento languoroso post-coitale, di essere in dotazione di una massiccia dose di masochismo e autolesionismo, constatate le pene inflitte dalla loro relazione, pene del tutto simili a quelle che affliggevano la madre, scorticata dalla gelosia e dai dubbi sulla fedeltà del suo uomo – ma, allo stesso tempo, padre impeccabile, generoso e affettuosissimo.
Ad ogni modo, durante gli ultimi difficili anni del lutto, prolungati dall’abuso di psicofarmaci che la devastarono nel corpo e nella mente, Linda si legò a Massimo, il quale, a sua volta fresco vedovo, si prese cura di lei come di una bambina malata, accolse la sua fragilità maneggiandola con la delicatezza dovuta a una porcellana di Capodimonte, gradualmente divenne il suo punto di riferimento, il faro illuminante che sferza le acque procellose col suo fascio di luce indicandole la via della salvezza, le mise a disposizione un mondo di benessere e sicurezze, fatto di oggetti di lusso e domestici, beauty farm e palestre di fitness, ma anche di valori condivisi e mutuo soccorso, un mondo insomma confacente in tutto e per tutto al suo arrivismo di ragazza contadina che sognava da signora, alternando gli Harmony ai classici latini e greci nelle lunghe ore chiusa in camera, protetta e coccolata dalle aspirazioni di genitori che davano sangue e sudore ad una terra aspra e ritrosa e si piegavano dalla fatica per garantire a quella loro figlia così promettente un futuro diverso dal loro, e alla fine, resuscitata dal restyling made in De Girolamo, se lo sposò.
Leandro conobbe Linda in qualità di fidanzato ufficiale della figlia in una calda serata di fine maggio, nella location Villa De Girolamo, una sontuosa costruzione stile liberty che troneggiava sul cucuzzolo di una collina a pochi chilometri da Benevento, dove si era trasferita dopo il matrimonio. Alla residenza si accedeva attraverso un enorme cancello di ferro battuto che spezzava la continuità del muro di cinta alto almeno quattro metri e ricoperto di rampicanti. Alla guida della Punto di Delia, decisamente più presentabile della scalcagnata Panda ereditata dal nonno quando le cataratte non gli consentirono più di distinguere i pedoni che gli fuggivano da sotto le ruote, Leandro si inoltrò per il viale di ghiaia che ad un tratto diventava una biscia ritorta tra sentieri di siepi alte come un uomo di buona statura e curatissime - oltre le quali, a destra come a manca, si aprivano squarci di giardini impreziositi da fontane circolari con l’acqua che zampillava da statue in marmo di divinità mitologiche e che facevano sfoggio di una quantità di piante e fiori tali da dover essere minimo un botanico per riconoscerli e classificarli tutti – mentre Delia, in elegante tubino nero di stretch smanicato, con le spalle coperte da un foulard rosso, finiva di ricordargli per l’ennesima volta il galateo da rispettare per la serata e il perimetro della zona rossa dei tabù da non violare nella maniera più categorica.
Annuendo e profferendo sissignora a ogni monito, Leandro parcheggiò accanto all’ultimo modello di Audi nello spiazzo antistante le due scalinate in pietra che, incontrandosi sul patio ampio come un trilocale, conducevano al portone d’ingresso della magione. Ad accoglierli sull’uscio c’era Linda, la cui figura, infilata in una gonna nera a pieghe a mezza coscia e in un’aderentissima canottiera bianca – mise decisamente più consona ad un’adolescente che a una donna nel pieno della maturità, notò sulle prime Leandro, se non fosse che chi gli stava di fronte e gli porgeva la mano, gratificata dalla presenza di un trilogy all’anulare, per le presentazioni di rito, la si sarebbe tranquillamente potuta identificare come la sorella maggiore di Delia - si stagliava nella luce porporina del tramonto che, piovendo morbida da ovest, allungava le ombre dei tre astanti, affusolandole, sulla pavimentazione in Pietra di Rapolano del patio. Leandro represse un moto di nausea per lo sfarzo che lo circondava e per i modi manierati con cui la padrona di casa gli diede il benvenuto, sorrise e accennò anche un mezzo inchino mentre, ingoffito dal suo completo di lino chiaro recuperato in extremis da un amico, stringeva la destra a Linda e declinava le sue generalità dichiarandosi onorato dell’invito a cena, sforzandosi di recitare una parte a se stesso ostile per guadagnarsi l’ambita mercede promessagli da Delia se fosse filato tutto liscio.
Fu, infatti, la promessa di un rapporto anale a rendere sopportabile a Leandro la presenza tracotante di Massimo – che li attendeva nel giardino sul retro della villa, un’enorme area moquettata a prato inglese, nessun filo d’erba fuori posto, protetta ai lati da siepi di eucalipto e sull’estremità, a una cinquantina di passi abbondanti dalla casa, da una corona di cipressi disposti a emiciclo che ombreggiavano la piscina olimpionica con gli angoli arrotondati e attrezzati per l’idromassaggio, sdraio e lettini prendisole sparsi a qualche metro dai bordi, al centro del giardino un gazebo in marmo, con sette colonne intarsiate a reggere la cupola in ferro rivestita di edera, illuminato da faretti disposti in modo tale da presentare nel migliore dei modi l’antipasto di mare che già era in tavola, insieme a due bottiglie di Greco di Tufo che spuntavano ammalianti dai cestelli ghiacciati, mentre il resto della cena attendeva in portavivande d’argento su quattro ruote -, la sua boria, l’arroganza di chi si abroga il diritto di poter dire la propria su ogni argomento in virtù della posizione sociale acquisita e del conto in banca, le movenze affettate tipiche degli arricchiti che tradiscono una ripudiata origine popolare e la cialtroneria con la quale liquidava sul nascere qualsiasi punto di vista che potesse scostarsi dal suo Credo e, soprattutto, fu la possibilità di infilarlo nel buchetto scuro e grinzoso di Delia a inibirlo da qualsiasi evidente reazione alle occhiate viscide che quel Trimalchione 2.0 rivolgeva alla sua e alla mia donna, nonché a quelle di acritica ammirazione che queste gli rimandavano spompinandogli a due mani l’Ego smisurato.
La serata non fu semplice, pertanto, ma comunque passò, complice la disabitudine all’alcol e al gozzovigliare in genere che alla fine stesero il virtuoso anfitrione, scortato prontamente nelle stanze padronali dalla sua chaperon, non prima di avere indicato a Delia il piano e la camera in cui avremmo pernottato. Rimasti soli, leggendolo nel pensiero, Delia fulminò Leandro con occhi grondanti luce e brillantezza, eppure acuminati e penetranti come baionette, al fine di evitare da parte sua qualsiasi commento e, per dare a se stessa la garanzia che nessuna polemica le avrebbe guastato l’umore, comunque ottimo per aver fatto un passo importante e nient’affatto scontato nell’esito, visto i personaggi in gioco, si alzò in piedi, riacquistò dopo un attimo di ebbra incertezza l’equilibrio sui tacchi dei décolleté appuntiti come lapis, incrociò le mani sull’orlo del tubino e, con un movimento leggero e armonico, lo sfilò lentamente dal basso verso l’alto, scoprendo in successione le cosce, il perizoma retato contro cui premeva la macchia scura del pelo, il ventre lievemente arrotondato, i seni nudi, alti, sodi, puntuti, il collo e infine la testa col suo cesto di riccioli dorati.
A bocca aperta come un demente, sigaretta in una mano, bicchiere di Or de Jean Martell nell’altra, Leandro la vide genuflettersi fra le sue cosce, tirare giù la lampo e stringere tra le lunghe dita il cazzo già inteccherito, massaggiarne per un po’ l’estremità col pollice, titillarne la cappella con la sola punta della lingua, usandola a mo’ di miretta per ridefinirne i contorni gonfi, avvertì il tremore della carne e netta la sensazione dell’orgasmo incipiente, immediatamente percepito da Delia stessa che si affrettò a ingoiare e succhiare, dettando il ritmo della fellazio con decise strizzate ai coglioni, pesantemente accoccolati nel palmo dell’altra mano, fin quando, ruggendo, il maschio non eiacula l’eiaculabile nell’antro profondo della sua bocca, le cui labbra rimangono serrate ermeticamente al membro palpitante vuotandolo fino all’ultima goccia. Poi si tirò su, prese la mano del suo ragazzo finalmente ufficiale e lo esortò ad alzarsi – operazione che lui eseguì con qualche difficoltà, stordito com’era da quel pompino d’alta accademia. Leandro seguì come un automa il culo spettacolare di Delia, magnificamente ondeggiante sulle gambe tornite accarezzate dalla luna argentata, rotondità di carne senza cedimento alcuno ma sode come succosi frutti maturi. Si baciarono avidamente sul bordo della piscina, baci violenti, fragorosi come scrosci di pioggia, lingue morse, succhiate, ferite, mentre Leandro si liberava dei vestiti e Delia del perizoma e delle scarpe, e entravano nell’acqua riscaldata, sedendosi sui gradini nell’angolo idromassaggio, le bolle calde che pungolavano i loro corpi tesi. La donna si accoccolò sulle gambe stese dell'uomo, il membro di nuovo duro che raspava fra il suo pelo folto, il collo di lui stretto fra le braccia di lei, la bocca che smise di baciarlo e gli sussurrò all’orecchio Sei stato bravo, stasera. Eccoti la ricompensa, e subito dopo si voltò, infilò una mano fra le cosce e afferrò il cazzo appuntandolo contro l’ano, poi si calò lentamente manovrandolo come una cloche, trovò l’angolazione buona e forzò l’elastico inglobando il glande. Nei secondi di immobilismo che seguirono Leandro assaporò tutta l’intensità di una scarica elettrica che dalla punta del cazzo arrivava a sferzargli la radice dei capelli. Trattenne il respiro, contrasse l’addome per ricacciare nei visceri l’impulso a esplodere di nuovo, e si concentrò su un piccolo neo della schiena di Delia, poggiato sulla seconda vertebra come una mosca assassina. Dopo fu la volta della cappella intera, quindi tre dita di carne furono dentro. A Leandro parve di sentire l’elastico cedere, microlesionarsi, mentre, mugolando roca, Delia continuava a calare il culo sul palo fino ad incollare le chiappe al ventre del maschio. Si morderono entrambi le labbra per non urlare. Scoparono così, immobili, il cazzo piantato nell'intestino, le mani di Delia che frenetiche sgrillettavano il clitoride, i respiri sempre più affannosi, fin quando gli spasmi del suo orgasmo impetuoso non contrassero gli sfinteri che presero a succhiare letteralmente l’uccello di Leandro, facendolo esplodere.
Al di là del dopocena, che rese quella serata dai coniugi De Girolamo memorabile, comunque non si può dire che Leandro fece grande impressione. L’antipatia e l’inconciliabile diversità ideologica tra lui e Massimo furono chiare ed evidenti fin dalle prime battute, gravarono sulla tavola minacciose come nuvole grigiotopo che promettevano tempesta da un momento all’altro, e che non vennero a galla solo grazie ad una escatologica visione a luci rosse con la quale Leandro si obbligò a guardare al suo destino prossimo futuro e in virtù della quale tenne la bocca chiusa per quasi tutto il tempo, dandosi licenza di intervenire soltanto su futilità o per rispondere a domande dirette, ma sempre se esse rimanevano fuori dalla zona rossa perimetrata da Delia.
Tuttavia, tra Leandro e Linda corse subito una strana energia, fin dalla stretta di mano sul patio, e non solo a causa del giovane, che registrò immediatamente i punti di forza di quel corpo che sembrava venir fuori dai pensieri più lubrici del maschio adulto medio, cresciuto a suon di commedia erotica anni ’70, ma anche lei ci mise del suo, con lo sguardo altrettanto standardizzato della maliarda che adocchia e annusa la presenza ormonale della carne fresca e che, rotta la crosta delle norme civili e religiose, cederebbe, sebbene dopo strenua resistenza, alle lusinghe del novello Edipo. Non si eravano simpatici, questo va ribadito – Leandro odia ancora i modi affettati di Linda, da parvenu cattoborghese, tutta presa dalla forma e dal decoro di facciata; lei, a sua volta, di lui ha sempre disapprovato quasi tutto, schifa il suo modo di vivere, lo ritiene un mollaccione, un ozioso privo di ambizioni e, nel complesso, una persona negativa per la figlia, destinata, al contrario, a radiosi orizzonti che, nel suo modo di vedere, Leandro invece offuscherebbe col suo squallore fuligginoso e dilagante – ma Linda in un certo qual modo, ad una certa profondità del suo essere, era attratta da quell’ologramma del suo antico amore che il genero, suo malgrado, finiva per incarnare e che lei, per capriccioso e imponderabile sghiribizzo della mente, arricchiva di tutti quegli ingredienti che allo strato superficiale dell’etica comportamentale ripugnava e rubricava come selvatici e immorali, ma che nell’alcova protetta della propria immaginazione trasformava in carne e sangue e istinto e desiderio che la facevano vibrare e tremare come una corda di violino, sprofondandola nel disagio più colpevole allorché si sorprendeva a galleggiare in questa nebulosa di languidi pensieri in presenza del ragazzo, come se questi pensieri egli potesse leggerli attraverso la sua mente di colpo trasparente.
Questa sensazione divenne sempre più certezza nei mesi e negli anni che seguirono quel primo incontro. Spesso, specie al mare, quando Linda li ospitava nella sua magione a Palinuro – o, per meglio dire, nella magione di Massimo – Leandro l’ha sorpresa a fissarlo di sbieco e, immaginandolo distratto, a puntare il suo pacco gonfio. Da parte sua, usando tutto il frasario di una grammatica silenziosa ma efficacissima, Leandro faceva in modo che lei intendesse che lo attizzava non poco, e più di una volta, negli oziosi e caldi pomeriggi, quando tutti gli ospiti della villa erano sbracati sui letti per la siesta, si stendeva sull’amaca, al fresco degli ulivi, e come avvertiva la presenza dell'avvenente suocera in giardino, dove approdava leggera e furtiva come un gatto, in prendisole acquamarina cortissimo, che le lasciava scoperte le spalle e le cosce abbronzatissime, lo tirava fuori dalle mutande e a occhi chiusi se lo menava immaginando a cosa pensasse mentre lo guardava, e cosa provasse la milfona golosa di giovane carne dura che, ne era certo, grattava e urlava sotto il guano di perbenismo che si spalmava addosso come crema solare tutte le mattine – di sicuro non orrore e repulsione, visto che, aprendo leggermente le palpebre, poteva vederla posizionata nella traiettoria migliore, fissarlo per un po’, ritirare lo sguardo e, subito dopo, riposarlo sulla mano stretta intorno al cazzo fino agli schizzi poderosi e abbondanti.
Così come se la immaginava la notte, distesa sveglia accanto al marito sedato dal valium, mentre si chiavava forte la figlia nella camera accanto, la testiera del letto che sbatteva violentemente contro la parete che li divideva, mentre Delia, rantolando per il piacere, lo implorava senza troppa convinzione di fare più piano, che avrebbero svegliato i suoi, ovvero sua madre, visto che Massimo sarebbe risorto soltanto alle sei del mattino, pronto per la passeggiata mattutina sulla spiaggia con la consorte, ma l’idea di Linda con l’orecchio teso, turbata dai rumori dell’amplesso al punto da portarsi la mano nelle mutande e sgrillettarsi il clitoride fino a godere mordendosi a sangue il labbro inferiore, infoiava Leandro ancora di più, con la conseguenza che ci dava dentro come un matto, il ventre lanciato a briglia sciolta furiosamente contro le chiappe marmoree del suo amore, che alla fine capitolava e si lasciava andare a prolungate grida acutissime, che avrebbero rischiato davvero di svegliare quel grand’uomo del padrone di casa. Fantasie ed episodi, questi, che Leandro non mancava di riversare nei racconti pubblicati su Il Sabba, che Linda trafugava ogni mese da casa della figlia e che leggeva di nascosto da Massimo – il quale aveva bollato la rivista come merda al primo sguardo - ben sapendo chi si nascondesse dietro lo pseudonimo col quale erano firmati, ma senza mai pronunciare una sillaba a riguardo, arroccata dietro l’ipocrita convincimento che non è cosa realizzabile in questo mondo che sua figlia si accompagnasse ad un sordido di questa risma, capace di fare della nobile arte della scrittura un mezzo così effimero e balordo, buono a solleticare le voglie di altri perdigiorno e niente più.
Questo era, dunque, il terreno sul quale si innervava il rapporto tra Leandro e Linda, fino a quando questa si presentò alla porta del giovane due giorni dopo una furiosa lite tra il genero e la figlia – scaturita dalla scoperta di una tresca tra Delia e il suo ex relatore di tesi, grazie al quale la dotata neo-laureata aveva esposto alla Biennale di Venezia - circostanza che fece sbroccare Leandro al punto da mollarle uno schiaffone in pieno viso, del quale è vero che subito si pentì ma che tuttavia contribuì a spostare l’ago delle ragioni e favorì l’esplosione della reazione furiosa della ragazza, che non risparmiò né oggetti personali né l'orgoglio virile del bersaglio dei suoi strali, i primi distrutti contro la parete e il pavimento, il secondo umiliato in virtù delle presunte colpe che gli sarebbero appartenute per non essere in grado di soddisfare appieno le esigenze di donna della sua compagna, le quali non si riducevano certo alla sfera sessuale, ma che richiedevano attenzioni, complicità di altro tipo e, soprattutto, di esclusività e fedeltà (argomento, questo, che trovava qui espressione per la prima volta ma che, negli anni a venire, sarebbe stato affinato e arricchito di altri corollari, macrodiscorso onnipresente sotto il quale rubricare tutti i suoi tradimenti ritorcendoli contro Leandro in quanto indotti e causati da lui medesimo, dalle sue mancanze, dalle sue incurie, dalle sue insicurezze, dalla sua assenza, dalla sua endemica infedeltà eccetera eccetera), il tutto urlando e sbraitando, cosa che non facilitava il discorso razionale e teneva lontana la semplice e logica osservazione che Delia col suo mentore ci aveva scopato e che pertanto non si era allontanata poi tanto da quella sfera sessuale che recriminava come gabbia del loro rapporto. Sta di fatto che, dopo la sfuriata, Delia prese una parte della sua roba, la richiuse in due valigie e le portò con sé a casa della madre.
Due giorni dopo il fattaccio, dunque, Linda, ritta sull’uscio d’ingresso del tetto abbandonato dalla figlia, il viso contratto in una maschera tragica e gli occhi un po’ gonfi, chiese a Leandro di entrare e fare quattro chiacchiere. Leandro, non proprio un esempio di ospitalità, Alzò seccato lo sguardo al soffitto, fissando una macchia di umido a forma di farfalla, sbuffò e la fece obtorto collo passare. Linda guadagnò il centro del soggiorno, fece finta di non badare al casino imperante che traboccava da ogni dove, appese alla spalliera di una sedia la cinghia della borsa griffata Prada, rosa shocking e tempestata di brillantini – ennesimo presente del suo Massimo, suppose sprezzante il giovane, probabilmente regalatale in occasione dell’ultima convention della Confindustria, affinché nessuno degli astanti potesse avere dubbi sul glamour della moglie del capo della fabbrichetta più in attivo del Meridione - incrociò le braccia sotto al seno, modellato dalla camicetta bianca D&G, perfettamente aderente sui fianchi di violino – che mai si sarebbe potuta permettere, come tutto il resto della sua mise, d’altra parte, compresi i sandali in suade rosa, dell'identico colore della borsa ovviamente, con la doppia G dorata di Gucci a completare il design a frange, col solo stipendio di professoressa, sebbene di un prestigioso Liceo classico - e lo cercò con lo sguardo mentre si stravaccava a cosce larghe sulla poltrona davanti a lei – così da assumere una posa sguaiata provocatoriamente in antitesi alla rigida compostezza della sua – e ingollava una robusta sorsata di sambuca direttamente dalla bottiglia. Leandro si asciugò le labbra col dorso della mano, si rullò una sigaretta di trinciato, l’accese, sbuffò il fumo di lato e con un’esplicita alzata di mento la invitò a parlare. Non fece gli onori di casa e non le offrii niente, del resto era sicuro che l'ospite non avrebbe accettato nemmeno un bicchiere d’acqua. Dalla finestra aperta sul pomeriggio infuocato entravano ovattati e fiacchi i rumori della canicolare controra, particolarmente spietata nei quartieri popolari ad alta densità di umanità e miseria, e il caldo nella stanza faceva sudare anche stando fermi. Linda abbandonò la postura da bodyguard, si lisciò la gonna a fiori rossi su sfondo nero, leggera, morbida come sa esserlo solo un capo di boutique di via del Corso, lunga al ginocchio, dal quale partiva il resto delle gambe abbronzate, lucide, lisce come legno levigato, fissò ancora per qualche secondo l'esemplare davanti a sé – il quale notò, appena percepibile, uno spasmo delle labbra a mo’ di disapprovazione o, più probabilmente, di disprezzo -, tirò un sospiro incamerando l’aria cocente e satura, e cominciò.
- Sai perché sono qui?
- Posso immaginarlo, - grugnì Leandro con un gesto di fastidio della mano, disegnando uno svolazzo di fumo con la sigaretta nell’aria immobile, - La bambina è andata a piangere dalla mammina ed eccoti qua. Cos’è, vuoi sculacciarmi?
- Se sono qui non è certo per questo, né per incolparti di tutto ciò che è successo... Conosco Delia e so...
- Cosa sai, eh? Tu non sai un bel niente e se pure sapessi, al tuo solito faresti finta di niente, perché è la facciata ciò che conta, e la merda va tenuta sotto i tappeti. Delia ti avrà detto ciò che più fa comodo a lei e a te, quindi il tuo punto di vista è parziale e tendenzioso, - e giù un’altra sorsata.
- Non sono qui per giudicare, - ribatté Linda sforzandosi di essere conciliante, - né per distribuire colpe. Per come la vedo io, sbagliate entrambi. Io vorrei solo che vi riconciliaste, - pausa, - o che vi lasciaste definitivamente, - aggiunse. Leandro la guardò sprezzante, spense la cicca nel posacenere stracolmo e tornò a fissare gli occhi lucidi di Linda, dello stesso verde foglia della figlia. Bevve ancora e tacque.
- Voglio il meglio per entrambi, credimi, - proseguì incoraggiata dal silenzio dell'interlocutore, - È già parecchio che state insieme e siete una bella coppia quando andate d’amore e d’accordo. Ma la vita non è solo feste, divertimenti, ozi... insomma, c’è anche altro. C’è il dovere di trovarsi un lavoro onesto, l’obbligo morale di costruirsi un futuro, di ritagliarsi un posto onorevole nella società. Delia è questo che vuole, certo ha scelto una strada difficile ma ci crede e ce la sta mettendo tutta. Il concorso vinto all'Università è una buona prospettiva, anche se il contratto è a scadenza, ma le prospettive sono buone e al momento opportuno vorrà una famiglia. Ma per tutto questo ha bisogno di un uomo accanto che abbia pari ambizioni, stessi valori, stessi obiettivi. Che c’è di male in questo, me lo spieghi? Perché non ti moduli sulla sua stessa frequenza d’onda e non ti dai da fare, ti cerchi un lavoro degno di questo nome, metti a frutto decentemente i talenti che pur hai, come tutti?
- Perché non mi modulo sulla stessa frequenza d’onda? - sbottò Leandro imbufalito, - Ma come diamine parli? Da dove tiri un’espressione così priva di senso? E, soprattutto, come fai ad adottare sempre il punto di vista dello struzzo, a guardare le cose e a volerle giudicare sempre con la testa sotto alla realtà? Mi stai dicendo che Delia è avviata sulla retta via e che io le sono a rimorchio, la palla d’acciaio legata alla sua caviglia? Delia ha vinto un concorso pubblico di un certo rilievo? Certo, come no! – sorrise amaro cercando di calmarsi.
- Ripeto, voglio solo che entrambi vi diate una calmata e insieme cerchiate di sistemarvi. Cosa aspettate, dico, a mettere la testa a posto e ad essere affidabili l’uno per l’altra? Ma soprattutto tu, te lo dico da mamma, devi darti una mossa, cambiare per il bene tuo e di Delia, cercare di essere più pratico, serio... sì, insomma, affidabile.
- Affidabile come tuo marito? - rise sarcastico Leandro.
- Cosa c’entra Massimo, adesso? - si irrigidì Linda, poi riprese subito il controllo, - A parte che stiamo parlando di un uomo maturo, che ha il doppio dei tuoi anni, per cui dovresti portargli rispetto a prescindere, Massimo è un monumento alla serietà e all’affidabilità, uno che si è dato da fare da subito, che ha studiato e lavorato sodo senza avere grilli per la testa o velleità di vario tipo, che con l’impegno e la pervicacia è arrivato ai vertici di un’azienda importantissima, che ha cresciuto tre figli e accudito fino alla fine la moglie, fino a quando il cancro non se l’è presa, povera Chiara, e che altrettanto fa adesso con me e Delia, si prende cura di noi, lo trovi sempre vicino quando hai bisogno, perciò sciacquati la bocca quando parli di lui, intesi? Massimo è il tipo d’uomo di cui ha bisogno ogni donna. Delia compresa. - Le ultime due parole furono sputate velenosamente, con cattiveria malcelata.
- Come no, - commentò acido Leandro, umiliato dal paragone con Massimo, - il tipo d’uomo come il professor Vincenzo Bellini, vero?, il grande critico d'arte altrimenti noto, negli ambienti di chi ha avuto e ha a che fare con lui, con l’epiteto Il Viscido, non per altro caro amico di Massimo e del tuo defunto marito, guarda un po' le combinazioni! - Sapeva di giocare sporco, Leandro, nominando il padre di Delia, ma era troppo incazzato e l’alcol e l’ira lo facevano straparlare, - L’amico di famiglia che al momento di bandire un concorso pubblico all’Accademia di Belle arti non ha esitato a convocare Delia per incoraggiarla a presentare la domanda e, guarda un po’, la nostra artista del cazzo l’ha vinto quel concorso, e tu hai anche il coraggio di venirmi a parlare di lavoro, onestà, sacrificio, retta via e altre stronzate? La realtà è che tua figlia ha vinto un concorso volgarmente truccato ed è riconoscente al suo mentore facendosi chiavare prona a quattro zampe sul divanetto nel suo prestigioso studio a Posillipo, dove si reca con encomiabile frequenza riempiendomi di palle.
Linda si coprì il volto con le mani, scosse il capo più volte, lo implorò di smetterla, ma oramai Leandro era in pieno delirio, completamente fuori controllo. Si alzò e le si avvicinò, le afferrò i polsi e piantò gli occhi spiritati nei suoi spaesati. Poi proseguì, con la bava alla bocca: - Non te l’ha detto questo, la santarellina? Ti ha solo parlato dello schiaffo che le ho dato? Che sono un violento, un ubriacone, un depravato? Non ti ha detto nulla delle sue sedute a pecorina dal Viscido? Per non parlare del recente weekend a Venezia?
- Smettila, smettila, smettila! - urlò la donna esasperata spingendolo con entrambe le mani, - Delia meritava quel posto a prescindere, perché è un'artista dal notevole talento ed è preparatissima teoricamente, e tutto questo tu lo sai bene. Anche se non ci fosse stato Vincenzo, avrebbe vinto lo stesso quel concorso. Quanto a Vincenzo, lo conosco da una vita, è di un’onestà dichiarata, di una moralità cristallina, non avrebbe nemmeno pensato ciò di cui lo stai accusando. Devi solo vergognarti. La tua mente è malata, perversa, pensi solo al sesso. Hai pensieri malati, da maniaco, sporchi come la tua anima.
Leandro rise sonoramente. - Come suona male la realtà quando non ci si ha dimestichezza, vero? Come sono più confortanti le menzogne e le ipocrisie. Io sono sporco, la mia anima è sporca, mentre la tua e quella di tua figlia sono immacolate, vero? L’anima di tua figlia è sporca quanto la mia, se lo vuoi sapere, e le piace il cazzo e farsi fottere esattamente come a me piace la fica e fottere. Sarà per questo che stiamo insieme, non ci hai pensato? E per te è lo stesso, solo che tu, a differenza nostra, reprimi... ed effettivamente, visto l’uomo che ti sei scelto, non puoi fare altro, - affondò il colpo malignamente.
- Che vuoi dire, stronzo, - gracchiò Linda rossa in viso.
- Ah-ah, vedo che ci siamo sciolte, eh, - disse Leandro avvicinandosi di nuovo e braccandola contro il tavolo.
- Me l’hai strappato di bocca, scusami, - rispose lei cercando di svicolare e riprendersi il ruolo da gran signora, - È che sei senza rispetto, mi irriti.
- Ti irrita parlare di sesso? Anche Delia ha la stessa reazione quando se ne parla in toni espliciti, prevale in lei il pudore della gatta morta, ma il cazzo si accaparra gran parte dei suoi pensieri, puoi giocarci la borsa e le scarpe su questo. Le piace la minchia, eccome se le piace, - e si avvicinò di un altro passo fino a sfiorarle la gonna col pacco che gonfiava i bermuda, - e piace anche a te, - aggiunse in un rantolo.
- Sei ubriaco, meglio che vada via, - disse spingendolo ancora. Stavolta Leandro non indietreggiò di un millimetro. Braccata, Linda reagì con calma e tenne botta. - Forse non ci piace il modo con cui parli di certe cose, non t’è mai venuto in mente? Sei morboso, volgare, osceno...
- Mentre Massimo com’è, eh? - le sussurrò lui alitandole sul collo, mentre la mano già si infilava sotto alla gonna in cerca delle mutandine. Che non trovò. Il sesso era nudo, al tatto Leandro individuò una striscia di pelo che solcava nel mezzo il Monte di Venere, sotto le labbra glabre e aperte, bagnate come un fiore sotto la pioggia. - Uh-uuuh, - uggiolò, - nemmeno tua figlia, con tutta la sua troiaggine a rimorchio, è mai arrivata a tanto. - Rise di gusto e le infilò dentro un dito, che affondò come in un vasetto di miele lasciato al sole. La situazione, per Linda decisamente imbarazzante, ne inibì la reazione, così invece di protestare e fare di tutto per liberarsi, rossa in viso come un ravanello, tentò una giustificazione.
- Avevo fretta di venire a parlarti, in testa mille pensieri, così dopo la doccia mi sono vestita dimenticandomi le mutande. - Il tono le uscì roco e voluttuoso per gli effetti provocati dal ditalino, le braccia persero la spinta sul petto dell'assalitore e le ricaddero languide lungo i fianchi. - Lasciami andare adesso,- sospirò, - ti prego, lasciami andare e facciamo finta che non sia successo niente.
- Niente?! - esplose Leandro teatralmente e più che mai divertito, afferrandole la mano dalle unghie fresche di manicure e smaltate di rosso, in civettuolo pendant con le rose della gonna, e guidandola sopra l’erezione che premeva violenta contro i calzoni, - Questo lo chiami niente? Guarda che effetto mi fai, Linda, e anche tu mi pare che hai voglia, no?
- Non è questo, - sospirò ancora dandosi da fare freneticamente con la zip, - È che non è giusto, sei il compagno di mia figlia... potresti essere mio figlio... - il cazzo schizzò fuori dalla patta ruggendo e vibrando nell’aria immobile, - e io sono una donna seria e fedele... - ma la mano ora stringeva e segava la mazza e il collo si abbandonava all’indietro e si offriva alla lingua e alle labbra del maschio infoiato, come un capretto che, dopo tanto scalciare, si arrende alla scure del boia.
- Da quanto non scopi, eh? Da quanto Massimo non inzuppa il suo biscottino in questa ebe degli dei? - la ghermì lui provocatoriamente, aggiungendo un altro dito e accelerando il pompaggio nella fica sempre più dilatata.
- Aaaaah... al diavolo, stronzo, entrami dentro... entra dentro che non ce la faccio più... fammi vedere se non è solo con le parole che ti sai dar da fare.
Ci dettero dentro come adolescenti, copulando animalescamente prima sul tavolo – sul quale ulularono come licantropi e che Linda, rischiando di compromettere seriamente il vernis à ongle, quasi scorticò con le unghie al momento dell’esplosione orgasmica che le devastò i visceri, sferzò muscoli e tendini, le inarcò la schiena innaturalmente, come per effetto di una scarica elettrica, prima di farla ricadere di schianto con un tonfo secco sull’impiallacciatura di rovere, per ricevere subito dopo sul ventre, sulla faccia, ahilei!, sulla camicetta D&G, il copioso versamento dei testicoli - poi una seconda volta, il tempo necessario a Leandro per caricarsela su una spalla, come un cavernicolo del Pleistocene con la sua preda, e portarla in camera da letto - dove lui assaggiò il sesso di lei, dalle labbra ancora indolenzite per la foga selvaggia della penetrazione che ne aveva testate poco prima l’elasticità ancora integra, abbeverandosi a quel favo stillante miele come un assetato a una sorgente, mentre la bocca di Linda riattivava la circolazione nel cazzo rendendolo di nuovo robusto come un ramo e abile per un’altra galoppata che eseguì da esperta cavallerizza, serrandogli le reni fra le cosce possenti e saltellando col culo sull’asta come una bimba sul tappeto elastico, - infine un'ultima volta nel cesso, allorché, lei, impegnata a smacchiare nel lavandino la camicetta dagli schizzi di sperma, mentre catechizzava Leandro sul fatto che avrebbe potuto venirle anche dentro, visto che era in menopausa, volle subito verificare da brava professoressa che il monito fosse stato recepito dal recalcitrante alunno, pertanto, divaricando le gambe e chinandosi sugli avambracci puntati sull’orlo del lavabo, fronteggiò con le superbe chiappe l’erezione non ancora doma, stuzzicandola con suadenti ancheggiate, le quali provocarono il nitrito del guerriero e una pecorina che mandò il giovane manzo in visibilio, completamente fatto dal piacere e infiammato dall’idea incalzante ad ogni affondo che si stesse chiavando Delia tra venticinque-trent'anni, se è vero – come almeno in questo caso fervidamente si augurava - che le madri sono lo specchio futuro delle figlie.
Generi
Argomenti