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Erotika
Cronache da Montecalvario · Cap. 5
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Capitolo 5 di 8 11 min di lettura

‘O Giacomoleopardi dei Quartieri

Rimasto solo in casa, Leandro spulcia online i quotidiani locali e riceve, nel laboratorio delle sue parole, un nuovo personaggio…

Renart
8 mesi fa · 308 letture · 0

Il tramonto si spappola sui terrazzi incatramati di Montecalvario, zeppi di antenne, paraboliche e panni stesi ad asciugare, schizzando ovunque il suo arancione acido e malato, come un enorme loto maturo caduto a bomba sulla città. L’umidità però rimane ancora ben oltre i livelli di guardia e fissa il calore sulla pelle, spalmandolo come melassa e facendolo evaporare in sudore ad ogni minimo movimento – sia anche il breve spazio che Leandro deve coprire per portarsi alla bocca una cicca di trinciato, mentre si dondola pigramente sull’amaca assicurata ai pali mangiucchiati dalla ruggine di una veranda sfacciatamente abusiva. Ingolla birra fredda in lattina, cullato ad occhi chiusi dai rumori della strada – grida di venditori di ogni genere alimentare, per lo più, esposto su bancarelle malferme prede di nugoli di mosche e zanzare, ma anche scatarrate di mezzi con la marmitta truccata, urla di ragazzini e delle loro madri, e dei padri-mariti-amanti davanti ai bar, assiepati intorno ai tavolini o in piedi alla porta a mandar giù arachidi e spritz.

In questa atmosfera calda e sonnacchiosa, sebbene brulicante di vita come un verminaio, Leandro, in mutande e torso nudo, spulcia un po' di notizie locali sul laptop poggiato sulle gambe nude e sudaticce. Ha un pezzo da scrivere per ‘Cronache da Montecalvario’, la sua rubrica su Il Sabba, ed è in cerca di ispirazione, per non dire di una storia bell'e confezionata sulla quale ricamare appena un po', attenendosi con rigore al verosimile, quando non alla realtà cruda così com'è, o almeno come gli si palesa. Mi sa che Delia ha ragione, pensa ad alta voce, non ho immaginazione né fantasia né gusto per l'intreccio. Il mio sguardo sul mondo è breve, continua lucido, non ha lunga gittata né profondità. Tutto ciò che faccio è accogliere le persone, meglio: il loro personaggio, ciò che mi mostrano, per raccontarne quel frammento di vita che lasciano dopo il fugace passaggio – chiosa, attratto dalla notizia che occupa il taglio alto della versione online del Mattino.

Gennaro Cusani, diplomando del Liceo classico ‘Sannazaro’, fiore all'occhiello dell'intera città di Napoli, si aggiudica entrambe le medaglie d'oro alle Olimpiadi di Latino e di Greco. È la prima volta nella storia della competizione, riservata agli alunni dei Licei italiani, che uno studente trionfa in ambedue le categorie. Il giovane umanista, all'interno della cerimonia che si terrà a Roma presso l'Hotel Continental l'ultimo giorno del mese, sarà premiato dal sottosegretario del MIUR davanti a tutte le autorità competenti e insignito di una borsa di studi che ne garantirà il percorso universitario, che già si prefigura brillante. La notizia ci rende ancor più orgogliosi di questo giovanissimo umanista nostro concittadino se consideriamo l'ambiente popolare dal quale proviene, ovvero da quei Quartieri che notoriamente, e tristemente, fanno parlare di sé più per la cronaca nera che per realtà di questo tipo.

Hai capito Gennaro! - si complimenta Leandro, unendosi idealmente al coro dei plaudenti - bravo, bravo bravo bravo. - Poi si alza, recupera un altro paio di birre dal frigo e ritorna sull'amaca. Si accende una sigaretta, aspira per qualche secondo, acconcia il laptop sulle cosce e apre un nuovo file word, salvandolo col nome del suo nuovo protagonista. La storia è arrivata, deve soltanto scriverla adesso.

*

Gennaro Cusani non è certo quel che si è soliti definire un adone. Sul metro e settanta, tarchiato, collo taurino, un paio di occhietti da topo infossati in occhiaie profonde come zuppiere, una braciola al posto della bocca un po’ troppo vicina al naso carnoso e infestato da punti neri grossi come moscerini, la Natura si è ulteriormente accanita facendogli dono di una devastante acne che gli accende il viso di puntolini giallognoli pulsanti come neon nella notte, e che tiene ben distanti le ragazze, come se la scritta contenuta in quei neon facesse prefigurare il contagio di una vita disgraziata alla mercé dello sberleffo e dell’emarginazione sociale. E in effetti un emarginato, Gennaro Cusani, lo è per davvero – sebbene si tratti di un’emarginazione volontaria, un ritrarsi consapevole dentro se stesso, un autoesilio in un mondo fatto di scuola e di silenzi chiuso in camera. Persino i suoi genitori si sono rassegnati ad averlo solo a tavola e, dopo lungo tempo di angosce per vederlo così fuori dalla vita, così diverso e lontano dai suoi coetanei, hanno riposto entrambi, il signore e la signora Cusani, una incondizionata fiducia nel futuro di quel figliolo sfortunato nelle fattezze ma così brillante negli studi, tanto da meritarsi l'epiteto di Leopardi – anzi, giacomoleopardi tutto attaccato – sia tra la scolaresca del Liceo classico Sannazaro, sia tra la ciurmaglia di ragazzini del suo quartiere, certo meno raffinata ma non per questo meno sincera.

Da parte sua, lo sconcecanome che gli hanno affibbiato non gli dispiace affatto. Del resto, prima ancora che glielo affibbiassero, già per conto suo aveva istituito più di un’analogia con l’illustre recanatese, dall’oggettiva bruttezza del corpo all’amore per le lettere. Poi, la sua fantasia si era spinta oltre, fino ad un’identificazione che lo portava, nell’alcova protetta della sua immaginazione, a teorizzare possibili situazioni fonti ispiratrici dei canti del poeta. E così, quando ebbero inizio gli immaginifici tormenti delle tempeste ormonali, si figurava Leopardi sul «verone del paterno ostello» che guardava Silvia intenta a filare, mentre la sua voce flautata intonava arie che riempivano le «quiete stanze» tutt’intorno, saturandole di febbrile elettricità, del tutto  simile a lui che, da dietro le tende della sua mansarda – tirata su abusivamente sul terrazzo patronale dalle mani esperte del signor Cusani, mosso dalla volontà di preservare l’intimità e lo studio di quel figliolo così promettente – cazzo stretto nel pugno, spiava la bella Giorgina, la ragazza che lavorava ad ore nell’appartamento di fronte cantando non certo il Metastasio, bensì una più in voga Maria Nazionale, mentre energicamente ci dava di straccio e di ramazza, e, anche se non c’erano viottoli e il mare non si vedeva da lì, la sua voce emergeva lo stesso sopra gli strilli nel vicolo e sulle sgasate assordanti dei mezzi truccati. E più spingeva in avanti la scopa, chinandosi col busto, dal quale ballonzolavano armonicamente le tette, e più la gonnella le risaliva svolazzante sulle cosce tornite e brune, che subito riverberavano sulla retina di Gennaro, ghermendone la voglia già eccitata. Eh sì, per la miseria, che pur il divino Giacomo se lo sarà tirato un raspone mentre indovinava le fattezze di Silvia sotto le vesti austere! Una raspa con tutti i crismi del caso, immaginandola prona davanti alla sua erezione prepotente, tenuta su da un afflusso copioso di sangue blu, proprio come la vide tempo prima di ritorno da una delle sue passeggiate solitarie – fantasticava Gennaro - curvo sui suoi passi e libri sotto al braccio ad appesantirne ancor più l’andatura sbilenca, quando, attratto da un tramonto porporino che come bava colava lungo il Monte Tabor, investendo di luce arancia ogni cosa che incontrava al suo passaggio, si diresse verso la rimessa delle carrozze, nei pressi della stalla, da dove gli parve di udire strani suoni. E, affacciatosi sull’uscio, la vide, la bella Silvia «dagli occhi ridenti e fuggitivi», sprizzare vita e gioia mentre, bocconi su una balla di fieno, le vesti accartocciate sulla groppa, le candide brache alle caviglie, offriva un culo florido e tondo, come un melone venuto su col sole di mezzanotte, al factotum della residenza Leopardi, un giovane gagliardo e forte, dalla pelle olivastra, un saraceno tutto nervi e muscoli e cazzo, che se la fotteva alla grande tenendola stretta per i fianchi larghi da puledra, elogiando ad ogni affondo la consistenza di quelle chiappe michelangiolesche e le inequivocabili virtù di una fica idrovora, che sembrava stesse facendogli un pompino, da tanto che era stretta e umida. E vuoi vedere che il Vate illustrissimo non si sia slacciato la patta con la mano libera ed estratta la mazza già pronta non se la sia lisciata per benino? Massì, massì che l’ha fatto, proprio come l’ha fatto lui, Gennaro Cusani alias giacomoleopardi, quando Ciruzzo Scarfoglio, professione meccanico, ha fatto irruzione nella casa di fronte, della quale la madre è proprietaria, s’è sfilato la salopette di jeans macchiata di grasso e, a beneficio di tutti e tre, s’è scopato Giorgina sul tavolo della cucina – né più né meno di come fece la settimana prima il signor Scarfoglio, ad ulteriore testimonianza che buon sangue non mente. Stessa situazione, dunque, solo che Leopardi, quello vero, ci ha scritto A Silvia, lui, Gennaro Cusani, invece, ci ha rimesso diverse diottrie. C’èst la vie!

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