Mi giro verso di lei. Adesso che diavolo ha? Si è accorta che è lei che usa me, nella nostra coppia? «Ok.»
«Mi sento in debito con te, Nicolò.»
Non fare la melodrammatica, non sono dell’umore adatto. «Va bene. Apprezzo molto, adesso andiamo.»
«Aspetta!»
Fabiana crolla a terr— no, si accoscia davanti a me, nello spiazzo tra i castagni. Allunga le mani verso il mio inguine, afferra i pantaloni.
Il cuore mi balza in gola, sta succedendo davvero? Sta succedendo come sognavo quando passavamo di qua? Fabiana sta per fare davvero quello per cui mi ero preparato questa sera, prima che mi mandasse il messaggio che annullava la nostra uscita? L’eccitazione mi assale come un’ondata di calore, è potente al punto tale che vacillo sulle gambe, sembra che quanto è accaduto fino ad un attimo fa siano ricordi di un altro Nicolò in un universo parallelo che stava…
Le dita esperte della ragazza sbottonano i jeans, la pressione sulla mia vita cala. Nella penombra, lei mi sorride… mi sorride con le labbra sporche di vomito alcolico, gli occhi rossi non sono sfiorati dalla gioia, sono pieni di tristezza.
Ha passato la sera a fare sesso ubriaca ad una festa, ora cerca di manipolarmi per non perdermi. Il suo pompino non mi farà eiaculare sperma, ma autostima.
Le tolgo le mani dai miei pantaloni, faccio un passo indietro e colpisco con il sedere il fianco dell’auto. «Finiscila.» Metto troppa rabbia al posto dell’autorevolezza che volevo inserire nella voce, ma non importa.
Fabiana mi fissa a occhi spalancati, la bocca semiaperta. Se l’avessi schiaffeggiata sarebbe rimasta meno stupita. Quando mai qualcuno rifiuta un pompino, soprattutto da una dea come lei.
Un senso di pentimento più pesante di un macigno mi crolla sull’anima: ho appena perso l’occasione di scoprire cosa si prova a farsi succhiare l’uccello da una ragazza perfetta. Ho perso la possibilità di fare sesso con lei. Dopo mesi che la frequento…
…che le faccio da autista.
La dignità è una merda, ma essere usato da una troia come lei è peggio… Chiudo il bottone dei jeans. «Andiamo che è tardi,» la mia voce è piatta, stenta ad uscirmi dalla gola. «Voglio andarmene a dormire.»
Mi volto e giro attorno alla macchina. Non guardo Fabiana, non ne ho la forza. Mi sento male, mi sto comportando al contrario di quanto mi sembra corretto.
Entro in auto, lei fa lo stesso, chiude la portiera e non dice una parola. Appoggia lo sguardo sullo specchietto laterale, si serra nel mutismo.
La macchina riparte, ondeggia sui solchi lasciati nella terra dello spiazzo dai copertoni dei trattori e si stabilizza sulla strada asfaltata. L’unico rumore è quello del motore nella notte, ma la mia mente è un baccano di pensieri.
L’insicurezza di quello che ho appena fatto striscia nelle viscere, l’idea di aver ferito Fabiana mi brucia gli occhi, la convinzione che nessun’altra ragazza vorrà parlarmi e uscire con me stringe il petto… Devo mordermi la lingua per non essere quello che infrangerà il silenzio e coprire i pensieri che mi stanno dilaniando.
Lancio un’occhiata verso Fabiana. È triste, o almeno lo vuole sembrare. Faccio forza su me stesso per convincermi che se l’è cercata, che è una donna che non merita il mio tempo, che non ho nessun dovere di salvarla da una situazione in cui si caccia da sola, di sua volontà, e con un certo impegno.
Le prime case di Sant’Egidio sfrecciano ai lati dell’auto. Rallento la macchina.
Fabiana si stringe le mani in grembo. Puzza di alcool da fare paura, ancora più di prima. Al rientro a casa dovrò abbassare i finestrini per tentare di liberare almeno in parte l’abitacolo dal tanfo.
Mi guarda. Adesso i suoi occhi mi scagliano contro saette di rabbia. «Non mi è piaciuto come ti sei comportato, questa sera, Nicolò.»
«E a me non piace come ti sei comportata negli ultimi mesi, Fabiana.» Le ultime parole che pronuncio sono coperte dal suono del cuore nei timpani. Escono come un coltello affilato, ma ho paura che faccia più male a me che a lei.
«Avrei dovuto chiedere il passaggio a qualcuno alla festa, invece di chiamare te e…» si interrompe, ma la parte di frase che inghiotte lascia intendere che sarebbe stata costretta a mandare giù anche altro.
«Sono certo che avrebbe gradito più di me.» Capirà il doppio senso?
Fabiana stringe le braccia al grosso seno, fissa lo sguardo sulla strada.
Svolto l’ultima curva per arrivare a casa sua. È l’ultima volta che voglio vederla: per fortuna non è su qualche via principale e non correrò il rischio di passarci davanti.
Un paio di fari nella direzione contraria si fermano, una freccia lampeggia e l’auto svolta nello spiazzo asfaltato davanti alla mia destinazione. È la Dacia Sandero dei genitori di Fabiana?
La ragazza si porta le mani alla bocca. «Cazzo! Sono arrivati prima!»
Il suo sguardo si sposta su di me, implorante. È terrorizzata che i suoi scoprano che è uscita e si è ridotta come una merda? Mi meraviglierei del contrario.
Cosa dovrei fare? Accelerare e non fermarmi? Aiutarti ad entrare di straforo in casa, lasciando credere ai tuoi che eri a letto? Salvarti dalla loro punizione?
Lei mi implora con gli occhi. Starà già pensando a come ricompensarmi?
Lo farei per un pompino? Una scopata in piena regola?
Inspiro l’aria lercia nell’auto, espiro.
No. Freno dietro la Sandero, i due adulti che stanno scendendo dall’abitacolo si voltano a controllare cosa sta accadendo.
La loro curiosità si trasforma in sbigottimento nel vedere la loro figlia su un’automobile invece che a casa. La botta della portiera chiusa con troppa violenza dalla madre rimbomba tra le case, la donna resta ferma sul posto, fissando la ragazza.
Fabiana mette la mano sulla leva dello sportello, si volta appena verso di me. «Sei un bastardo…» sibila. Sembra pronta a mettersi a piangere per impietosirmi.
Non infierisco, non le dico cosa penso di lei: sono certo che sua madre le farà una sfuriata con i controfiocchi. Dopotutto, è il suo dovere, e il mio non è quello di supportare una donna che non mi rispetta. Annuisco. «Stammi bene…»
La ragazza sibila qualcosa, apre la porta e scende. Ancora prima di mettere piede a terra, la madre ruggisce.
«Fabiana, cosa ci fai in giro?»
«Mamma… io…»
La portiera sbatte, le voci si attenuano, ma la smorfia sul viso della donna non lascia dubbi sulla sua rabbia.
«Ti avevamo detto di non uscire e… come diavolo sei conciata? Hai bevuto?»
Metto la freccia e lascio il pedale della frizione. La macchina esce dal parcheggio, la madre e il padre mi guardano. Scuoto la testa: no, io non c’entro nulla. Questa volta, e neppure le volte precedenti che la vostra adorata figlia è tornata che sembrava uscita da un baccanale.
Riprendo la strada, nello specchietto la madre si avvicina a Fabiana gesticolando. Ho l’impressione che si sia stancata del comportamento della ragazza. «Fila in casa! Non uscirai più fino a dopo gli esami! E puoi scordarti di bere per…»
Accelero, le luci di un paio di case dei vicini si accendono per le grida della madre. Sarà meglio non tornare più, in zona. Ma, tanto, passerò anch’io le serate a studiare fino agli esami. Poi, vedrò se riuscirò a trovare una ragazza, anche con meno tette di Fabiana, ma con più dignità.
FINE
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