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Erotika
Penetrazioni profonde · Cap. 6 — Epilogo - Nicolò
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Epilogo - Nicolò

Nicolò va a prendere Fabiana alla festa per riportarla a casa.

William Kasanova
1 anno fa · 2.584 parole · 12 min
355 letture

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Nicolò

Le macchine degli ultimi che hanno voluto restare alla festa dei Favaro sono ancora nell’ampio parcheggio davanti alla villa. Trovo il posto accanto all’ingresso al parchetto che circonda la casa. Un paio di coppie sono sotto un lampione a fumare.

Non sono mai andato ad una delle famose feste che il figlio organizza un paio di volte o tre all’anno, e sognavo di andarci con Fabiana. Beh, più o meno è successo, per quanto non come avevo intenzione io…

Cavo dalla tasca della giacca il cellulare. Mamma è rimasta stupita quando mi ha visto smettere di studiare e prendere le chiavi della macchina, alle undici e mezza. “Dove vai a quest’ora?”, mi ha chiesto. “Lascia perdere”, ho risposto. Non mi andava di spiegarle cos’era successo. “Torno tra poco”.

Apro Whatsapp per mandare un messaggio. Quello che mi ha fatto uscire di casa compare sullo schermo.

Fabiana
Nico, puoi venire a prendermi alla villa dei Favaro, per favore? 😊😘

 Inalo a fondo, il respiro sibila nel naso. Ora posso ammettere quello che nelle ultime settimane ho provato ma ho sempre nascosto anche a me stesso: Fabiana mi prendeva in giro. Mi ha raccontato una montagna di balle e mi ha usato solo per uscire e spassarsela senza spendere un euro.

Ha ragione suo fratello Leonardo: mi merito di meglio di quella troia…

Il movimento accanto alla portiera del passeggero mi distrae dall’intento di avvisare con un messaggio la ragazza che sono arrivato: lei è oltre il finestrino e allunga una mano alla maniglia.

Fabiana apre la portiera. «Sei davvero un tesoro a venire a prendermi, Nicolò.» Sorride. È il sorriso meno convinto che abbia mai visto, sembra le sia appena morto il gatto ma debba comunque comportarsi come se tutto stia andando a meraviglia.

Non rispondo. La fisso e basta, non accenno nemmeno a fingere di essere contento di vederla. Non che debba impegnarmi per questo.

Solleva una gamba per entrare nell’abitacolo, emette un gemito come se sentisse dolore. Ha la stessa agilità di mia nonna, che ha più del triplo dei suoi anni, o mio padre con la schiena dolorante dopo una settimana passata in cantiere a spostare sacchi di cemento.

È caduta dalle scale, per essere conciata in quel modo?

Stringe gli occhi e fa una smorfia quando si appoggia sul sedile. «Ahi…»

«Stai bene?»

Arriccia le labbra in un’espressione di dolore nel mettersi più comoda, o almeno ci prova. Sembra avere le emorroidi.

«S… sì, sono solo un po’… Non lo so…»

Il suo fiato è come l’odore che proviene dalla distilleria al confine di Caregan. Adora la bottiglia, Fabiana, ma questa sera deve aver battuto ogni suo record.

Lei mi guarda, sorridendo, ma l’espressione cala nel vedere la mia, ben poco cordiale.

«Mi avevi scritto che saresti rimasta a casa a studiare.» Un senso di colpa mi nasce nel petto a rinfacciarglielo, ma non ho intenzione di rimangiarmelo.

Lei è sorpresa, balbetta. «Io… la… la mia amica Piera mi… mi ha chiesto di accompagnarla e…»

Ero convinto che le donne sapessero mentire meglio. «E ti ha lasciata sola, se n’è andata senza di te?»

Fabiana annuisce. «Sì… sì, è andata via con… con uno. Mi ha lasciata qui, da sola.» Stende le labbra in quello che dovrebbe essere un sorriso, ma sembra quasi un ringhio, o una paresi.

«E non potevi chiedere a qualcuno della festa di accompagnarti a casa?»

Fabiana si tortura una mano con l’altra, si morde un labbro abbassando lo sguardo. «Non mi fido di loro…»

Mi limito a fissarla senza pronunciare una parola. Ha paura che uno di loro le spalanchi le gambe, mentre sa che io non lo farei, considerando che fino ad ora non ci ho mai nemmeno provato… Anche perché non le aprirebbe mai con me.

Lei sembra capire i miei pensieri. «Sei così gentile, Nicolò…» sussurra e appoggia, fingendo di non farci caso, una mano sulla mia coscia, a poche dita dal mio inguine. Una scossa raggiunge il pene e lo fa prudere.

Prendo il suo polso e sposto la mano sulle sue, di gambe. «Scusami, devo guidare.»

I suoi occhi, già rossi, diventano anche liquidi, nemmeno le avessi assestato una sberla. Stringe le labbra e guarda avanti.

Avvio la macchina, metto la retro ed esco dal parcheggio.

 

Le strade, a quest’ora, sono quasi deserte, un paio di macchine viaggiano sulla corsia contraria e di passanti nemmeno uno. Esco dall’abitato di Caregan per tagliare lungo la strada per i prati e raggiungere prima la contrada di Sant’Egidio, così da lasciarla il prima possibile a casa.

Non so quante volte sono passato di qui, quando la scarrozzavo, accarezzando l’illusione che lei volesse fermarsi lungo la strada, per farmi un pompino o una sega per ringraziarmi della serata passata insieme. Dovevo essere scemo.

Fabiana ha il mento appoggiato al petto. Non parla da quando siamo partiti, nella macchina non c’è mai stato tanto silenzio con lei a bordo. Ha un singulto, stringe gli occhi come mia madre quando ha un attacco di bruciore di stomaco, si mette la mano sulla bocca.

Le lancio un’occhiata. «Cos’hai?» Non è difficile immaginare cosa le sta succedendo, ormai dovrei conoscerla.

«Fermati, per favore… Fermati!»

Accosto al lato della strada, in uno spiazzo tra due castagni. La luna illumina appena i prati che si stendono oltre un fosso. Fabiana apre la portiera con la macchina che non è ancora ferma e si lancia verso il canale, si appoggia con le mani sulle ginocchia e rimette.

Metto in folle l’auto, vi giro attorno e la raggiungo. Fabiana emette gemiti che mi spaccano il cuore, l’odore che si alza davanti alle sue scarpe è disgustoso. Nella luce dei fari della Punto riflessa dalla vegetazione, le prendo i capelli lunghi e glieli tengo lontano dal viso – è questo che si fa in questi casi, giusto?

Ha un altro conato e riversa bava nell’erba sulla sponda del fossato, tra una lattina e una bottiglia di birra. Quanto diamine ha bevuto? Come fa a ridursi in questo stato?

«Stai bene?» Non deve rispondere per comprendere che è palese che sta da schifo.

Fabiana boccheggia, rantola nel respirare. Fatica nel mettersi dritta. Nella luce dei fari della macchina, ha gli occhi lucidi e ancora più rossi. Sembra sul punto di mettersi a piangere. Si passa il retro di una mano sulle labbra sporche.

«Aspetta.» Torno alla macchina, apro la portiera del passeggero e prendo la bottiglietta d’acqua naturale che ho sempre accanto alla leva del freno a mano. La stappo e la passo a Fabiana. «Bevi un po’. Dopo questo, devi restare idratata.» E magari ti toglie quell’alito disgustoso.

Lanciò un’occhiata al luccichio nell’erba che ha appena bagnato. Oltre all’alcool semidigerito, ci saranno anche liquidi corporei di altre persone? Blocco sul nascere una smorfia di disgusto.

Fabiana solleva la bottiglietta, diverse bolle salgono dal collo fino al fondo e il livello dell’acqua cala a metà. La abbassa ed emette un sospiro. «Grazie, Nicolò…» Ha una voce piagnucolosa. Chiude il tappo della bottiglietta e me la allunga.

Sollevo una mano. «Tienila pure.»

Adesso inizia a lacrimare davvero. Tira su con il naso. «Sei l’unico che mi tratta bene, Nicolò…» Si passa la mano libera su un occhio, il rimmel, o quel cosmetico scuro che le donne mettono sugli occhi, sbava un po’ sulla tempia. O è un’ottima attrice, o è davvero disperata.

Non mi importa. Mi volto e faccio un passo per girare attorno alla Punto. «Sali in macchina.»

Una sua mano si appoggia sulla mia spalla. «Aspetta, Nicolò…»

«Cosa?» Le lancio un’occhiata.

Fabiana abbassa lo sguardo, si prende una mano nell’altra, torturandosi le dita. «Io… senti…» Sposta una ciocca di capelli biondi dietro una spalla, mostrando un orecchio. La voce diventa più flebile. «Sei l’unico ragazzo con cui esco che mi tratta come… che mi rispetta.»

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