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Marco
Dorottia alza la voce per farsi sentire sopra le note ad alto volume del brano “Sweet Dreams” degli Eurythmics che il dj ha appena messo. «Ecco le mie amiche!» La ragazza le saluta con la mano come una bambina. I due ridicoli codini biondi non fanno altro che aumentare l’impressione che abbia cinque o sei anni.
Se non anagraficamente, almeno a livello cognitivo.
Le tre amiche interrompono il loro chiacchiericcio e voltano il capo verso di noi. Sembrano le finaliste della gara del sorriso meno convincente. Nemmeno loro sopportano Dorottia, come chiunque altro, ma qualche cosa nella natura femminile impedisce loro di tenerla lontana: sono dell’idea che la tengano – sopportino – nel loro gruppo perché, rispetto a lei, sembrano delle fotomodelle.
Quella che dovrebbe essere la mia ragazza si volta verso di me. Ha le guance gonfie che sembra un personaggio dei vecchi cartoni animati con il mal di denti, le manca solo il fazzoletto che le copre il volto e annodato sulla testa.
“Io una come lei la scoperei solo a pecora”, dicono per prendermi per il culo. Non sanno che hanno ragione e lo faccio davvero, anche perché sembra essere stata piallata, lì davanti: i capezzoli sono la cosa che più sporge sul suo petto, a parte le costole.
Alza la voce, perché le sue “amiche” possano sentirla trattarmi male. Mi scaccia con la mano. «Adesso abbiamo cose importanti da dirci, un maschio non le capirebbe!» Sono otto anni che è in Italia e non ha ancora perso il pesante accento dell’Est Europa, soprattutto quando si arrabbia.
Non reagisco nemmeno, non mi va di litigare alla festa. Già il fatto che me la schiodo di dosso mi rende solo felice. Metto le mani in tasca. «Certo, ma non farti problemi a chiamarmi quando avrete problemi con cose complicate come le sottrazioni.»
Mi mostra il dito medio. «Vai a cagare!» Si gira e va verso le sue vittime stringendo i pugni e pestando i piedi.
Manco il culo è bello. Dalle sue parti sono tutte delle fighe fotoniche e lei sembra uno dei troll del cartone animato dove cantano… Mia sorella Alice, quando l’aveva vista, aveva detto che dovevo essere davvero disperato.
Le tre poveracce dimostrano di meritarsi il primo posto a pari merito del “sorriso meno convincente”. Rachele non si trattiene e alza pure gli occhi al cielo. Sorrido, non so se per il fatto che si sorbiranno loro la mia ragazza o perché sono delle gran belle fregne e preferirei chiunque di loro alla mia “ragazza”.
Ma ho poco da essere felice: alla fine della serata, Dorottia sarà ancora con me e quelle tre forse con qualcun altro.
La casa dei Favaro non è ancora piena, e diverse ragazze sono ancora all’esterno, a godersi il tepore della serata di maggio: ora delle dieci ci sarà tanta di quella fregna che magari riuscirò a concludere qualcosa e spassarmela anch’io.
Mi avvicino al buffet. Ci sono una sfilza di bottiglie in vetro di alcolici disposti come soldati in parata sul tavolo – il figlio dei Favaro non si tratta male, bisogna ammetterlo -, di plastica per le bibite gassate e ciotole piene di patatine, cioccolatini e vassoi di stuzzichini. L’anno scorso non c’era il dj ma un barman che preparava drink. Non si faceva nemmeno troppi problemi se dimostravi diciotto anni o meno quando gli chiedevi qualcosa con l’alcool.
Non so da dove si comincia a farsi uno spritz e non ho nessuna intenzione di impararlo adesso guardando un video di YouTube. Prendo un bicchiere di carta e lo metto sotto la spina della botticella di birra. Meglio andarci piano, quest’anno. Al risveglio della ciuca dello scorso mi sono svegliato rincoglionito accanto a Dorottia, lei sobria e sverginata. Chiudo gli occhi e scuoto la testa: non vorrei che questa volta mi vada pure peggio.
La bionda della quinta ragioneria si avvicina e prende una lattina di tè freddo. Non ha le bocce più grosse che abbia mai visto, ma è comunque meglio di Dorottia.
Sollevo il bicchiere verso di lei, come a brindare. «Ehi, come va?»
Mi risponde con una smorfia schifata. Prende la bibita e si allontana verso un gruppo di ragazzi e ragazze che chiacchierano e ridono per come mi ha trattato.
Volto il capo, non voglio vederli. Non sarà questa troia a rovinarmi la serata. Mi appoggio al buffet, non c’è nemmeno una persona accanto a me. Sembra si sia fatto una terra di nessuno vicino al tavolo, nemmeno fossi appestato.
Bevo un sorso di birra.
Forse dovrei davvero ubriacarmi e tentare di nuovo la fortuna. Brutte come la troll non credo ce ne siano comunque altre.
Tra i gruppetti c’è pure Alessandro, anche lui è rimasto single nonostante sia considerato uno dei più bei ragazzi in giro. Pure Dorottia sostiene sia così bello… non capirò mai cos’abbia di così particolare. Il biondo sta meglio ad una donna che ad un uomo. E poi lui… boh, sembra così delicato, un fighetto.
Una ragazza gli si avvicina, una moretta bassa ma che non butterei via affatto. Lei gli parla, lui annuisce. Ognuno dei due prende il proprio telefono e scrivono qualcosa, si staranno scambiando il numero di telefono. Lei lo saluta, si allontana sorridendo e sembra camminare ad un palmo da terra.
Come cazzo farà? Da me si allontanano, lui le attira come un magnete. Forse… forse se mi avvicinassi a lui potrei…
Mi stacco dal tavolo e mi incammino nella sua direzione. Sta controllando il suo telefono, soddisfatto. Avrà una lista di nomi femminili lunga quanto i vecchi elenchi telefonici. «Ehi, Ale!»
Lui sussulta, solleva gli occhi dallo schermo. Spegne lo smartphone e lo fa sparire in una tasca. Mica te li mangio, i numeri di telefono delle tue troiette…
Scocca le dita e mi punta contro l’indice, il suo modo tipico di salutare. «Mitico Marco, come va?»
Sollevo le spalle. Sono qui con quel babbuino con le trecce e mi sembra di essere una merda in mezzo alle farfalle, come può andare? «Alla grande. Bella festa, vero?»
«L’anno scorso c’era più figa, mi sa.» Beve un sorso dal suo bicchiere.
Le ultime note di “All That she wants” degli Ace of Base echeggiano nel salone, inizia il ritmo di “Mr. Vain” dei Culture Best. Appoggio il bicchiere alle labbra e mando giù un sorso di birra. Devo capire dove suona il dj, mi piace il repertorio di brani che ha scelto.
Alessandro si guarda attorno, beve un altro sorso. Mi aspettavo un maggiore scambio di battute tra noi, mi sembra di essere rimasto al tavolo, ma è anche vero che non ho idea di cosa dire. Di cosa parla un figo? Donne? Le auto che comprerà quando sarà ricco?
Lui si imbambola, fissa qualcosa o qualcuno, sorride. È andato, il bicchiere che ha in mano si sta inclinando e la Coca Cola si avvicina al bordo.
Lo colpisco con il gomito. Lui trasalisce. «Oh, Alessandro, torna sulla Terra… Stavi per rovesciare il bicchiere.»
Alessandro si passa una mano sui capelli biondi, raddrizza la bibita. «Sì… stavo guardando le tette di Giada… quanto cazzo è figa?»
Lancio un’occhiata nel corridoio. La bionda tettona procede indifferente a tutto e a tutti, seguita da quella cozza di Sofia, che le sta parlando di qualcosa. Una è messa male quasi quanto Dorottia, l’altra, quando le ho proposto di uscire, un paio di mesi fa, mi ha guardato come se fossi stato un ratto uscito dalle fogne. “Sono la ragazza di Alessio, non lo sai?”
Troia. Ma chi ti vuole?
«Chi, la Maccaferri? Mia sorella è sua amica e dice che è una rompicoglioni frigida, non la sopporta nessuno.» Ma nel loro caso, la tengono nel loro gruppo perché è tanto figa che tutti i ragazzi si voltano per guardarla, e le altre tre rimangono nel campo visivo.
Alessandro annuisce, solleva il bicchiere, come ad un brindisi. «Certo.»
Torniamo nel silenzio scandito dalle note di “Another Night” di… no, di questo non mi ricordo chi è il cantante. Ma ha un gran ritmo, come si può ascoltare altra musica? Peccato che Dorottia voglia solo quella merda del giorno d’oggi che passano sempre alla radio…
Un paio di tette, gran belle tette, fanno la loro comparsa dalla porta d’ingresso. Attaccata c’è quella fregna della Bonetti, la dimostrazione che le dee esistono.

