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Erotika
Club Tlazo · Cap. 6
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Capitolo 6 di 8 21 min di lettura

Tarda notte

Eleonora viene accompagnata dalle guardie fuori dal tempio, dove Miriam, rimasta sola, scopre che raggiungere i propri obiettivi può essere molto doloroso.

William Kasanova
1 anno fa · 366 letture · 1

Miriam credette di essere morta. Sperò di essere morta, perché non avrebbe più voluto provare nulla di simile in vita sua. Non avrebbe voluto mai nemmeno ricordare qualcosa di analogo, per nessun motivo. Avrebbe voluto vomitare, ma si scoprì talmente stremata che non ne sarebbe stata in grado. Non aveva mai provato tanto dolore nella sua fica… nemmeno se l’avessero presa a pedate o l’avessero penetrata con un candelotto di dinamite acceso.

«Brava, piccola mia,» sussurrò dietro di lei la vecchia «Hai visto che bello? Io lo adoro, e sono sicuro che non potrai più farne a meno neanche te…»

Con la testa abbandonata sulla pietra finta, i capelli scompigliati e le ciocche rosse coagulate dal sudore e dalla sborra che le cadevano sul viso dello stesso colore, le labbra della ragazza si dischiusero per implorarla che non ce la faceva più, che voleva essere lasciata lì a morire, ma l’aria che usciva dalla sua gola era troppo lieve per emettere qualcosa di diverso da un gemito appena modulato.

Quasi non notò le mani fredde appoggiarsi sulle sue chiappe su cui erano tatuate decine di schiaffi, discostandole leggermente fino a quando il buco del suo culo, che ancora restava leggermente aperto e da cui scendeva un torrente di sborra ormai secco, si presentò alla vista della vecchia. Ebbe una maggiore consapevolezza dell’oggetto freddo e duro baciarglielo, allarmandola nello stato di incoscienza in cui stava scivolando.

Il fiato smise di defluire dai polmoni di Miriam e i suoi occhi si sgranarono mentre qualcosa di grosso, molto grosso, fottutamente grosso, sprofondava lentamente nel suo retto, aprendole l’ano come nessun cazzo aveva fatto in tutta la notte, riempiendola come solo un pugno sarebbe stato in grado...

«Questo, piccola mia, ti piacerà ancora di più, te lo prometto».

Gli occhi della ragazza erano spalancati, il fiato mozzato, quasi quel cazzo di plastica l’avesse percorsa per tutto l’apparato digerente e le fosse arrivato in gola, bloccandogliela. Avrebbe giurato che nulla al mondo avrebbe potuto essere peggiore di quella sensazione.

Pochi istanti dopo, Miriam capì che si sbagliava quando scoprì che esistevano strap-on dotati di un motore simile a quello del vibratore che le aveva devastato la fica…

 

Stanza 4, ore 02:00

Mentre erano entrati direttamente nel bagno attraverso una porta celata nel muro della stanza delle torture, come aveva iniziato a chiamarlo Eleonora, per raggiungere la stanza sulla cui porta compariva il numero 4 dovettero passare nel corridoio poco illuminato. Un paio di guardie erano state poste davanti alla porta di legno, impedendo ad alcuni uomini in fila di entrare, poco felici dell’attesa che si stava protraendo, probabilmente aspettando che quello già all’interno finisse con la troia dai capelli rossi.

Eleonora si chiese come se la stesse cavando Miriam, la ragazza che considerava sia un’amica con cui chiacchierare liberamente, sia il suo modello per quanto riguardava l’apertura verso il sesso. Sorrise all’idea che fino a pochi minuti prima la timidezza, la vergogna verso il suo splendido corpo le imponevano il terrore che qualcuno la guardasse, anche vestita, mentre ora, nuda, camminava sentendo gli uomini in fila scoparla con lo sguardo, e questo la faceva bagnare. Il sorriso si aprì ancora più quando pensò che Cristina e Miriam avrebbero scoperto di essere diventate quelle meno disinibite del gruppo. Dopotutto, riconobbe, la bionda aveva avuto ragione, il pomeriggio precedente, quando sosteneva che lei, Eleonora, non aiutava nel “pagare” le loro vacanze: da quel giorno avrebbe avuto la premura di offrire a Cristina e a Miriam la migliore permanenza che le fosse possibile ottenere.

Si stava chiedendo come se la stessero cavando entrambe le sue compagne di quell’avventura, amanti del sesso come avevano dimostrato in diverse occasioni, quando si fermarono davanti alla porta. Una delle guardie estrasse da un taschino un tesserino e lo passò sopra un lettore dotato di una luce rossa che, accompagnata dal suono dello sblocco di una serratura, divenne verde. Il battente scivolò nel muro con un sibilo, scoprendo una camera da letto che la ragazza valutò come minimalista e, contemporaneamente, calda ed elegante.

«Dentro,» ordinò la guardia che aveva usato il tesserino, spingendola mettendole una mano su un gluteo che si strinse un po’ sotto la pressione delle falangi che si chiudevano leggermente per assaporare la consistenza della chiappa.

La ragazza sussultò a quel tocco, ma non le dispiacque affatto. Anzi, si chiese perché quelle due mezzeseghe non le avessero ancora messo le mani addosso, palpandole i seni. Un leggero languore le sorse alla passera alla fugace immagine di loro due che la bloccavano contro il muro del corridoio e iniziavano a scoparla a turno davanti al resto degli uomini presenti, che li avrebbero fissati eccitati, i loro cazzi di fuori, attendendo con impazienza il loro turno di usare il suo corpo perfetto per godere.

La porta si chiuse con un altro sibilo alle sue spalle, lasciandola sola. Eleonora si guardò attorno, cercando di studiare l’ambiente. Il pavimento era parquet di un qualche legno chiaro con delle venature più scure, con i muri coperti da pannelli dello stesso materiale fino ad altezza vita, sopra pitturati di bianco. Una fascia splendente correva lungo il bordo inferiore, gettando una luce fredda sul pavimento, ed una sul bordo superiore più calda. Non c’erano televisori, solo quello che sembrava uno stereo digitale collegato a delle casse acustiche poste in due angoli della stanza, ed un paio di armadietti senza sportelli in cui si scorgevano delle bottiglie di quelli che sembravano oli da massaggio, asciugamani e altri oggetti. Su un muro erano appesi diversi costumi bondage e dei frustini, mentre un letto a due piazze, coperto da quello che sembrava lino bianco, era posto sotto un grande specchio affisso al soffitto.

«Cazzo, che meraviglia…» pensò la ragazza, stupita. Avrebbe vissuto, e lavorato, in una stanza simile. Ora non le restava che conoscere chi l’avesse comprata. L’idea la eccitò, spingendola a volersi ditalinare, ma il pensiero che avrebbe potuto essere qualcuno ancora più violento di quelli che l’avevano chiavata nella sala delle torture la bloccò, smorzando l’entusiasmo che l’aveva invasa.

Una porta si aprì alla sua destra, quella che doveva essere il gabinetto. Non uscì un uomo come si era aspettata, magari lo stesso Jiménez come aveva voluto illudersi, ma ben due. Alti, muscolosi, centinaia di ore di palestra ben visibili sul loro corpo, dei peni ancora flosci ma che, alla vista delle curve di Eleonora, avevano cominciato a gonfiarsi e già suggerivano la loro lunghezza e circonferenza fuori dal comune. I due uomini erano identici, due fotocopie, impossibili da distinguere uno dall’altro, se non per lo stesso tatuaggio, qualcosa di simile ad un dragone che si arrotolava su sé stesso: uno lo aveva sul fianco sinistro, l’altro su quello destro, coprendo metà dell’addome

Gli sguardi dei due erano intensi, fissi negli occhi della ragazza, sebbene non potessero resistere che per qualche istante al richiamo del grosso seno. Eleonora all’iniziò ebbe un fremito di paura, sorpresa che i suoi amanti fossero due, ma l’espressione dei loro visi… Non l’aveva mai vista in nessun altro uomo, ma riuscì a leggerla come se fosse stata scritta a caratteri cubitali: l’avrebbero resa la loro indifesa puttana, scopata in ogni singolo buco, riempita e coperta di sborra, usata per il loro piacere, stremata e ridotta ad uno straccio, ma lei avrebbe voluto che ciò non avesse mai fine.

Solo allora li riconobbe, visti poche ore prima all’ingresso della discoteca, che parlavano con quella dolce vecchina… «Siete i gemelli Grant?»

Uno dei due non trattenne uno scoppio di risate. Diede un colpo al gemello con un gomito. «Mi sa che non siamo così famosi se una dea come lei non ci conosce!»

L’altro sorrise a sua volta. «Meglio, almeno sarà tutta una sorpresa per lei perché non sa cosa facciamo».

Eleonora, se un attimo prima era eccitata, in quel momento provò una grande simpatia per quei due splendidi uomini. Fece un passo avanti, osservando i due cazzi che, ormai, avevano raggiunto le loro ragguardevoli dimensioni, come grossi, lunghi indici che la indicavano. Li sfiorò entrambi con le dita, contemplandoli mentre si muovevano leggermente rispondendo al suo tocco. «Io» ammise, «temo di non essere molto brava in queste cose… Non ho mai fatto molta esperienza, purtroppo». Si inginocchiò davanti a loro, le due cappelle violacee a pochi centimetri dalle sue labbra, che morse mentre sentiva un forte fastidio nascere e crescere nel suo inguine.

Quello a destra le accarezzò i capelli con dolcezza. «Una ragazza meravigliosa come te? Un crimine!»

«Non preoccuparti,» disse l’altro, «questa notte potrai farne parecchia».

Lei sorrise grata, alzando gli occhi verso i due.

«Come ti chiami?» le chiese quello a destra.

La ragazza baciò prima un glande, poi l’altro. Sebbene ne avesse avuti una mezza dozzina in bocca, nelle ultime ore, le parve di non aver mai assaporato nulla di simile. «Eleonora, ma questa notte sarò la vostra troia».

«Sarai la nostra dea, bambina,» lo assicurò quello a destra, o almeno ci provò, perché l’ultima parola sfumò in un gemito di piacere mentre le labbra di Eleonora scivolavano sulla sua cappella.

Prima di andare avanti…

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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