Bagni, ore 01:05
Eleonora, quando l’avevano portata fuori dalla sala dei sacrifici, come aveva cominciato a chiamarla, incapace di pronunciare quel termine che, ormai, aveva deciso essere di origine azteche, non aveva nemmeno provato ad immaginare dove volessero portarla, atterrita all’idea che il peggio dovesse ancora venire. L’entrare in un bagno era l’ultima cosa che si sarebbe aspettata, ma quando si era trovata in un locale con sanitari e una doccia, che ricordava vagamente un’elegante sauna, con pannelli in legno e quelle che sembravano soffici e profumanti asciugamani, messi ordinatamente in alte scaffalature in rovere, rimase basita per un istante ma certamente non dispiaciuta. La possibilità di pulirsi la fece quasi singhiozzare di gioia: la sborra che le colava dal sesso e dall’ano, oltre a tutta quella che le era stata spruzzata sul resto del corpo, era diventata un motivo di vergogna psicologicamente insostenibile, oltre ad aver cominciato a puzzare con un’intensità che non avrebbe mai potuto immaginare.
«Lavati bene,» le aveva imposto una delle due guardie, come se fosse possibile per la ragazza farlo approssimativamente con tutta la bega che aveva addosso.
Non chiese nemmeno alle due guardie di uscire dal bagno mentre apriva il rubinetto dell’acqua calda e attendeva che il getto raggiungesse la temperatura a lei più congeniale, ovvero bollente: dopo essere stata scopata da decine di uomini davanti a quella che considerava una delle sue migliori amiche, e aver visto nella stessa subire la sua medesima maledizione, il concetto di “pudore” aveva assunto una consistenza piuttosto labile per Eleonora.
Quando scivolò sotto la pioggia artificiale, sentì i suoi muscoli perdere parte della tensione che quella serata folle e spaventosa aveva prodotto su di lei e la sborra secca che le tirava la pelle e impiastricciava i capelli ammorbidirsi e iniziare a colare verso lo scarico. Prese dal ripiano della doccia una confezione di schiuma liquida e la usò per pulirsi meglio. Chiuse gli occhi, mentre sentiva nettarsi, lo sperma colarle lungo le gambe e turbinare nel piano di ceramica e scomparire nello scarico. Che fosse quella la felicità? Un momento di pace in una vita di inferno?
Eleonora lanciò un’occhiata verso i due che la stavano guardando lavarsi. Com’era possibile che la cosa non la turbasse più? No, non la turbava affatto, la eccitava. Sentì il prurito che si diffuse dalla sua passera all’idea di quei due che la guardavano scivolare lungo il suo addome, penetrarle nel cuore e raggiungere il resto del suo splendido corpo sotto forma di… orgoglio?
Eleonora non trattenne un sorriso quando si rese conto che, sì, quello che stava provando era orgoglio. Orgoglio per il proprio corpo, per il proprio desiderio sessuale, per il fatto che la gente la desiderava.
Li fissò con i suoi incredibili occhi azzurri, mordendosi con i suoi splendidi denti bianchi un labbro e afferrandosi il grosso seno, massaggiandoselo, percependolo indurirsi sentendo lo sguardo delle due guardie scivolare sul suo corpo nudo come l’acqua calda che l’accarezzava. Sentì il bisogno di pulirsele per bene dalla sborra che le era stata spruzzata addosso, un tributo alla sua incredibile bellezza, o almeno volle far finta di crederlo. In realtà, sapeva benissimo che lo stava facendo per arrapare quei due, per renderli suoi schiavi, sfamando il suo ego con le erezioni che i pantaloni non potevano celare.
Anche quando si appoggiò al muro piastrellato della doccia, gli fece piacere illudersi che quelle due dita con cui si penetrò avessero lo scopo di pulirsi l’utero di tutto il seme che le era rimasto dentro. In realtà, aveva scoperto che il suo ego era come un buco nero: più si nutriva, più diventava grande, e più diventava grande e più aveva bisogno di essere nutrito. Gli occhi dei due uomini, che rimbalzavano dalla sua fica alle sue grosse tette, per poi tornare alla sua fica, erano solo un piccolo spuntino per il suo nuovo amico affamato di attenzione e devozione.
Le fu impossibile trattenersi dal chiudere gli occhi mentre sentiva i suoi polpastrelli invadere il suo utero con un vigore che non aveva mai usato, muoversi convulsamente come se stessero cercando qualcosa per cui andasse della loro vita, desiderosa di scoprire se ci fossero pieghe segrete nel condotto piene di oro e pietre preziose. E altrettanto le fu impossibile non pensare ai cazzi che l’avevano scopata fino a pochi istanti prima ma, a differenza di allora, non le parvero più dei mostri che la violavano, che volevano strappare un orgasmo dal suo corpo, ma protrusioni fisiche del potere che aveva sugli uomini ma che non era in grado di controllare. Almeno per il momento, si promise.
Il veloce orgasmo che scosse il suo corpo fu dato dall’immagine di uomini che la possedevano su quella roccia, bloccata e costretta a permettere loro di usare il suo corpo, ma quello che esplose nella sua anima fu un tributo alla sua bellezza e al piacere che poteva ottenere attraverso essa.
Sollevò il volto verso il getto dell’acqua che le picchiettava sulla pelle, le dita che le scivolavano fuori dall’utero seguite da un rivolo di desiderio e sperma. Rimase un istante in quella posizione, mentre il piacere sfumava in soddisfazione e volontà di provare una sensazione simile di nuovo, ma amplificata.
Quando si sentì pulita, pronta a tornare alla sua pietra, a rendere altri uomini schiavi del suo splendido corpo, vederli incapaci di scegliere in quale suo buco cercare il piacere, uscì dalla doccia, prese un asciugamano da un armadietto e iniziò a frizionarsi la pelle, lentamente e con cura.
Sollevò lo sguardo sulle due guardie. Sorrise tra sé e sé: quanto le sarebbe piaciuto se quei due avessero avuto le palle di fare un paio di passi, afferrarla e possederla, scoparla per riempirla di nuovo. Sospirò scuotendo la testa… non era colpa loro, ma sua: aveva decine, forse centinaia di scopate che si era persa e, sebbene un buon numero fosse stato recuperato quella notte, ne mancavano ancora molte. Magari con un ottimo amante che sapesse donarle anche un orgasmo, oltre al piacere di essere venerata…
«Sei a posto?» chiese la guardia di prima, sebbene il suo tono autoritario fosse incrinato da un desiderio che doveva aver riempito le sue palle e non vedeva l’ora di sgorgare in violenti spruzzi. A Eleonora dispiacque pensare che si sarebbero scaricati in un tovagliolino o un involto di carta igienica, o magari nella figa di un’altra puttana…
«Solo un attimo,» disse lei, con un sorriso che non avrebbe permesso un diniego.
Lui annuì. La ragazza pensò con un sorriso solo mentale che l’uomo le avrebbe lasciato tutto il tempo che avesse richiesto, passandolo a contemplarla per meglio fissare la sua immagine nella memoria e poterla usare la prossima volta che si fosse trovato a sborrare. Pensò anche che, fino al giorno prima, un’idea simile l’avrebbe disgustata, e questa volta il sorriso affiorò davvero sul suo volto.
Eleonora si sedette sul gabinetto accanto alla doccia, aprendo bene le gambe e spingendo con forza. Passare dall’avere vergogna del proprio seno nascosto sotto una maglia al cagare davanti a due sconosciuti, pensò divertita, mentre sentiva la sborra delle inculate scivolarle fuori dall’ano e colare nell’acqua sul fondo della tazza, era qualcosa che non si sarebbe mai sognata. Una soddisfacente pisciata risuonò contro la ceramica, svuotandole la vescica che da ore chiedeva di essere liberata.
Si sollevò in piedi, strappò un rettangolo di carta igienica e se la passò sulla fica, asciugandola, poi spostò la mano dietro e si pulì il culo. La lasciò cadere nella tazza, assicurandosi che rimanesse sulla tavoletta invece di finire all’interno. Il suo ego fece un boccone unico all’idea che una o entrambe le guardie sarebbe tornata a prendere quel pezzo di carta per annusarlo e poi farsi una sega.
Avanzò verso di loro. Per un attimo pensò di inginocchiarsi, prendere fuori dai loro pantaloni i loro cazzi gonfi e spompinarli contemporaneamente, ma l’idea che quella zoccoletta di Miriam si facesse scopare da tutti gli uomini, non lasciandogliene nessuno, la fece rabbrividire.
«Posso tornare al mio posto».
La guardia distolse con fatica e dolore lo sguardo da quello splendido seno. «No, ti portiamo da un'altra parte. Sei stata comprata per le prossime ore».
«Comprata...» ripeté lei, muovendo in bocca quella parola come se stesse assaggiando una pietanza nuova e cercando di capire se le piaceva. «…come una lurida puttana,» specificò, quasi avesse aggiunto una spezia alla pietanza per renderla più saporita. Improvvisamente, ditalinarsi sotto la doccia davanti a due sconosciuti le parve squallidamente noioso e farsi sbattere su una finta ara sacrificale più adatto ad una zoccoletta come Miriam.
Tempio di Tlazolteotl, ore 01:10
Non l’avrebbe mai nemmeno immaginato, ma Miriam fu felice che il tizio che la stava scopando, invece di penetrarla in uno dei suoi buchi, avesse avuto l’idea di farsi l’equivalente di una spagnoletta usando le sue chiappe. Aveva appoggiato il suo cazzo in tiro nel solco del suo culo, aveva messo le mani sui glutei, stringendoli, e iniziato a fottere il canale che si era formato. Era stata una sensazione strana, bizzarra, ma probabilmente la meno degradante e disgustosa della nottata.
Fu con dispiacere per la rossa devastata, alla fine, sentire l’uomo lanciare il grido che accompagnò il suo orgasmo: alcune gocce calde piovvero sulla sua schiena e i suoi capelli, mentre percepiva un rivolo più corposo scivolare lungo i suoi lombari. Adesso sarebbe toccato ad un altro uomo abusare del suo corpo, e di certo non sarebbe stato così gentile come questo…
