Si voltò verso la pietra su cui era stata legata Eleonora, ma era scomparsa… da quasi un’ora, si rese conto. Che fine aveva fatto? Perché lei era ancora lì?
Non poté trattenere le lacrime mentre un senso di vuoto che l’aveva accompagnata per tutta la notte, combattuto dalla certezza che quell’umiliazione le avrebbe permesso di accedere alla meraviglia che celava quella cazzo di discoteca, finalmente la riempiva. «Vi prego, basta…» pianse, «non ce la faccio più… basta, vi prego…»
Piagnucolò per qualche secondo, incapace ormai di prepararsi ad un nuovo “amante”, quando una voce dolce e calda parlò alla sua sinistra.
«Davvero, sei sicura di non poterne più, piccola mia?»
Miriam, stremata, si voltò verso l’origine di quelle parole. Sbatté gli occhi, sicura di essere vittima di un abbaglio: vedeva accanto a sé la vecchia… come si chiamava… Flores? Clelia Flores? L’attrice di soap opera che aveva aperto con Jiménez quella fottuta discoteca.
La vecchia era completamente nuda, magra, con macchie dovute all’età un po’ ovunque dove la pelle non sarebbe stata ripresa dalla cinepresa durante le registrazioni della telenovela. Era ancora ben ferma sulle gambe, non ingobbita come molte persone che avevano raggiunto i settant’anni, sebbene la pelle sulle braccia penzolasse un po’. Il seno sembrava, alla ragazza, sebbene non più di una seconda, magari abbondante, ancora florido, come se non avesse mai superato i primi due decenni di vita, ma probabilmente doveva tutto ciò all’intervento, magari più di uno, del bisturi. Miriam non poté, le sarebbe stato impossibile, non notare altresì l’inguine della donna, glabro e con una passera che, anch’essa, non sembrava usata molto. Quasi avrebbe detto che vi fosse ancora l’imene ma, si disse la ragazza, probabilmente la usava più la vecchia che lei. Per lo meno, se non veniva presa in considerazione quella notte maledetta…
Clelia le si fece accanto, quasi volesse porgerle davanti al viso il suo utero, le cosce bagnate di umore come se… Una parte della mente di Miriam, quella che le ultime ore non erano riuscite a spegnere, sussurrò maligna che la vecchia stronza avesse passato il tempo guardandola farsi fottere da decine di uomini, eccitandosi e ditalinandosi fino ad avere diversi, intensi orgasmi.
Ma era impossibile credere ad una cosa simile, quando Clelia le pose una mano sulla testa e chiese, con quella voce bassa e rassicurante: «Dolce ragazza, davvero vuoi terminare tutto questo?» Lasciò che una risposta si preparasse ad essere data da Miriam, ma un istante prima che le labbra sporche di sperma della ragazza pronunciassero anche una sola, singola sillaba, la donna aggiunse, con un tono da nonna che ammonisce bonariamente la nipotina discola: «Perché, in tal caso, tutto quello che hai patito sarebbe stato inutile, e non potresti avere la Golden Card».
A quelle parole, quanto stava per dire Miriam si bloccò nella sua gola.
La vecchia accarezzò i capelli rossi della ragazza impiastricciati di seme, ma sembrava che non le importasse affatto di toccare del liquido macerato in decine di coglioni e spruzzato dopo che i cazzi erano stati nella bocca o nel retto di Miriam. «Sarebbe un peccato, lo sai, vero? Tutti quegli attori, tutti quei campioni dello sport là fuori, che ballano e si divertono… A te piacciono, vero?» Altra pausa, come se le lasciasse il tempo di riflettere, come se lo facesse per lavoro, o, peggio, per divertimento. «Passi le giornate a leggere di loro sulle riviste e sulla rete, ma preferiresti conoscerli di persona, ho ragione?»
Per qualche motivo, a Miriam il tocco della mano dell’attrice causava un senso di ribrezzo che nemmeno i cazzi che l’avevano scopata le avevano fatto provare. Sembrava più quello di un serpente che scivolasse su di lei, per scoprire come colpirla a morte. Ma quel pensiero d’allarme era come se venisse sommerso dalle parole che risuonavano nella stanza, dal ben più impellente bisogno di soddisfare la sua necessità di conoscere quelle persone famose che si trovavano a pochi metri da lei…
«Sì,» scoppiò a piangere la ragazza, «ma ti prego… non voglio più essere scopata! Basta, ti scongiuro!»
Questa volta l’inguine della vecchia si appoggiò davvero al capo dai capelli rossi, ma fu un gesto di affetto, mentre la mano che sembrava coperta dalle scaglie di pitone accarezzava ancora le ciocche lerce di seme. «Ma piccola mia… Non sai quante ragazze meno meritevoli di te vorrebbero prendere il tuo posto, e quando si sono trovate qui hanno implorato di essere liberate, e di non aver avuto più la possibilità di entrare nella discoteca? Tu vuoi essere una di loro o essere un’amica dei vip?»
Miriam riusciva solo a piangere, incapace di prendere una decisione. Avrebbe preferito la morte ad essere di nuovo la troia di quelle bestie, ma senza la possibilità di avere accesso alla discoteca, di conoscere le celebrità che vi ballavano, di essere una di loro, sarebbe stato peggio della morte.
Miriam non poté vedere il volto della vecchia, o vi avrebbe letto un’espressione che non era affatto quella che una nonnina avrebbe avuto con la sua dolce nipotina. «Potremmo fare però una cosa, visto che sei stata così brava e mi piaci tanto…»
«Cosa?» chiese la ragazza, la voce rotta e bassa. Qualsiasi cosa pur di avere la Golden Card…
«Un ultimo rapporto. Un ultimo rapporto, ma con me».
Miriam tirò su con il naso un liquido che sembrava sperma, aveva lo stesso aspetto dello sperma, lo stesso odore, la stessa consistenza. Singhiozzò. «Va bene…».
La mano-serpente accarezzò la guancia della ragazza, lasciandone un brivido. «Brava, piccola mia…»
Miriam sentì l’odore fetido dell’inguine della vecchia diminuire mentre l’attrice si allontanava. Provò a seguirla con lo sguardo, ma non riuscì a capire dove stesse andando quando si eclissò dietro una sua spalla. Sentì comunque un armadietto aprirsi e chiudersi, e il rumore di qualcosa che sembrava plastica tendersi e poi schioccare.
Quando la rivide tornare, il paio di mutande nere in gomma che la vecchia indossava spiccava quasi quanto il grosso cazzo che vi pendeva davanti, in una erezione eterna iniziata da quando era uscito da uno stampo a iniezione. Miriam ebbe un moto di fastidio nel vederlo, che aumentò quando notò che in una mano della donna era presente un altro cazzo di gomma, forse leggermente più piccolo, provvisto alla base di quelle che sembravano delle lucine led.
Il pitone si strofinò di nuovo sui capelli rossi. «È necessario, lo sai, per la tua Golden Card».
Le proteste di Miriam morirono in un singhiozzare che a stento trattenne.
«Brava, piccola mia,» sussurrò la vecchia, prima di scomparire un’altra volta.
La ragazza, quando sentì di nuovo la sua voce, comprese che si trovava tra le sue gambe.
«Quanti uomini hanno amato la mia piccola…» disse la vecchia, e non con il tono di voce che avrebbe avuto per tranquillizzare bonariamente la nipotina per una piccola cicatrice su un ginocchio quanto con un’invidia che sfiorava la rabbia. «Ma adesso sarò io ad amarti, piccola mia».
La ragazza sentì il suo utero dilatarsi, la sborra strabordare, quasi schizzare fuori per l’oggetto che vi stava facendo il suo ingresso. «Cosa…» cercò di dire la rossa, ansimando, mentre sentiva le pareti della sua fica cercare dolorosamente di contenere quel cazzo di plastica. Lo percepì entrare ancora più in profondità, come se avesse intenzione di scoprire se potesse stare tutto nella passera. Quando finalmente pose fine alla sua avanzata, la speranza di Miriam che fosse finito quello strazio fu tale da farle sfuggire una risata.
«Ti piace, piccola mia?» domandò la vecchia. «Sono davvero belli i cazzoni grossi, ho ragione? Ma ti piacerà ancora di più, adesso».
La ragazza si chiese cosa stesse dicendo la donna, quando improvvisamente la sua fica parve impazzire, scossa da qualcosa che sembrava un terremoto al dodicesimo grado della scala Mercalli. Il suo riso divenne un grido ansimato, mentre gli occhi si serravano e così le dita sullo spigolo dell’ara. Fu un dolore spaventoso, come se l’avessero prese a martellate all’interno della fica e, al contempo, quel fastidio che si provava quando si toccavano le labbra screpolate con la lingua. Poi, all’improvviso, dal dolore emerse, al pari di una luce che diventasse sempre più intensa attraverso le crepe di un muro, una sensazione di piacere che cominciò ad invadere il petto di Miriam, poi la sua mente, poi ridiscese nella sua fica, sopprimendo ogni parvenza di disagio.
La ragazza non riusciva più a respirare, non era più in grado di avere il controllo del suo corpo che si dibatteva come fosse scosso dai battiti del suo cuore, impazzito in un galoppo sfrenato verso quello che sembrava l’infarto. La sua mente e la sua coscienza sembravano immerse in una fitta nebbia tanto densa da diventare solida.
I suoi polmoni si svuotarono in un grido spaventoso, che sembrò strapparle le corde vocali, spargendo saliva e sborra che le era rimasto in gola davanti a lei. Il suo bacino sobbalzò diverse volte, solo le corde le impedivano di cadere dall’ara sacrificale. L’ano si comprimeva e dilatava in continuazione con una forza quasi dolorosa, ma mai quanto gli spasmi nel suo utero, che stava colando trasudo e seme maschile come se si fosse rotto qualcosa. Il vibratore sembrò scuotersi ancora più violentemente di prima, muoversi, quasi ruotare, poi scivolò fuori dalla figa e cadde a terra con un tonfo viscido nella pozza di liquidi corporei sotto l’inguine della ragazza.
