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Erotika
Il principio di lealtà · Cap. 2
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Capitolo 2 di 5 23 min di lettura

Il principio di lealtà 2 La sentenza di divorzio e il ritorno di fiamma

Passati gli anni previsti, si incontrano per la sentenza di divorzio; lei implora di avere un'ultima note d'amore; lui non riesce a negarla e si intendono percè la cosa non abbia conseguenze: scopano alla grande ria di andare in tribunale.

geniodirazza
1 anno fa · 292 letture · 0

“Ti amo, ti amo fino a star male.”

Lo stavo dicendo dentro di me, con gli occhi che mi si velavano di lacrime; invece fui costretta a fermarlo.

“Per favore, Cris; mi mandi a sbattere se continui. Non resisto; ti voglio, adesso, qui.”

“Hai ragione, scusami; per questo abbiamo già dato.”

Il riferimento era a un lieve incidente che ci capitò quella volta che finimmo in un fosso perché lo stavo masturbando mentre era alla guida; si ritrasse prudentemente e sentii che mi guardava con ammirazione; ero arcifelice di sentire che gli piacevo ancora, che ero ancora degna della sua ammirazione; dio quanto lo amavo! perché ero stata così stupida?; non avevo risposte da darmi e potevo solo cercare di frenare i miei istinti ed aspettare che fossimo a casa per amarlo come volevo.

Entrai direttamente nel garage e, prima che me ne potessi rendere conto, mi aveva preso alla sprovvista e mi stava baciando con passione; sentivo l’eccitazione che cresceva, mi gonfiava il seno, mi agitava il ventre, mi faceva scorrere umori di desiderio dalla vagina fin quasi a sbucare dalla vulva nello slip; lo provocai ironizzando.

“Amore, siamo in un ambiente pubblico; se ci beccano, salta la sentenza; andiamo in casa, al riparo da occhi indiscreti.”

Anche in ascensore sentivo le sue mani come tentacoli che percorrevano il mio corpo, soprattutto il seno, le natiche e il ventre, quasi a sentirsi riconfermato nel rapporto, nell’amore, forse nel diritto di possesso; non sapevo lui cosa provasse, io afferrai la sua verga e la strinsi con un desiderio sfrenato che gli comunicai con un bacio languido, umido, lungo, determinato; mi prese in giro, come al solito.

“Se insisti, mi fai eiaculare nelle mutande e il ricambio è rimasto nella valigia, in macchina!”

“Non ti preoccupare; se arrivi al limite, ti faccio godere nella mia bocca; lo sai che mi piace il sapore del tuo sperma.”

Non rispose; accentuò la stretta sulle labbra e mi sentii amata, desiderata, posseduta, penetrata, inondata dappertutto.

“Cris, stiamo sbagliando tutto. Io ti amo più di quanto possa sopportare io stessa; comincio ad avere bisogno di te dentro di me, io voglio il tuo corpo, ora che ho il tuo amore. Come faremo, se rompiamo gli argini?”

“Franci, non dobbiamo rompere niente; è così da sempre; il nostro amore è stato lo stesso anche quando credevi di avere scelto il meglio, l’amore a me il sesso ad altri; ora, tutt’al più, ci rendiamo meglio conto che l’amore è anche sesso, voluttà, piacere; ma non è cambiato niente e, soprattutto, non siamo diversi noi. Se hai veramente bisogno di verificare questo nostro amore, facciamolo senza problemi; ma dopodomani, in tribunale, sceglieremo di liberarci dal vincolo del matrimonio ed io potrò sposare Isabella; se questo ti fa male, accompagnami da Mariano; se ce la fai a superarlo, portami nel tuo letto; attenta, non il ‘nostro’ letto, ma il ‘tuo’ e non c’è bisogno che ti spieghi la differenza.”

Davanti al letto, mi fermai immobile e lasciai che lui si appoggiasse alla mia schiena; mi spinsi indietro fino a sentire il vigore della sua mazza nella scanalatura tra le natiche, passai la mano dietro, afferrai la verga e la posizionai sull’ano, spingendo il sedere indietro, quasi stessi copulando; mi afferrò il mento, mi torse la testa in una posizione innaturale, mi baciò, spinse l’inguine contro il mio sedere e con una mano mi artigliò un seno stritolandomi il capezzolo tra pollice e indice.

Le scosse di libidine che mi salivano dalla vulva verso il cervello erano terribili; non avevo mai provato un piacere così intenso, così immediato, così voluttuoso e pieno; esplosi in un orgasmo che Cristiano soffocò nel suo bacio; contorcendomi come un’artista da circo, riuscii a ruotarmi dentro il suo abbraccio e gli piantai il monte di venere contro la mazza dura, strusciandomi come un gatto sul suo corpo, a prendermi il calore e la libidine che mi trasmetteva il contatto con lui.

Ma volevo la sua pelle, la sua carne, il suo sangue vivo; cominciai a spogliarlo con frenesia e accompagnai con le labbra la scoperta del suo corpo, a cominciare dal petto con pochissimi peli, attraverso la gola e le braccia che feci emergere lentamente dalla camicia che sbottonai e gli sfilai; la appoggiò delicatamente sulla spalliera della poltroncina ai piedi del letto, dalla parte che un tempo era la sua.

Si liberò delle scarpe manovrando coi soli piedi, mentre le mani erano occupate a spogliare me e accarezzarmi mentre mi scopriva; mi aprì la camicetta e la fece scorrere lungo le braccia finché se ne liberò lanciandola esattamente sull’altra poltroncina, in un gioco che aveva sempre amato fare; mi slacciò il reggiseno e le mie tette guizzarono libere all’aria; si piegò leggermente a succhiare un capezzolo e sentii le farfalle volarmi nello stomaco.

“Cris, mi fai morire; ti amo, non sai quanto; godo, mi piace fare l’amore con te; signore, fammi morire adesso, in questo momento di felicità, di gioia, di amore infinito; Cris, ti amo e sto godendo come non mi è mai riuscito; sei tu il mio uomo, solo con te posso godere così tanto!”

“Franci, sta’ zitta, per pietà; ti proibisco di articolare parola; anch’io ti amo, anch’io mi sento perdere dentro di te e ancora non ti ho assaggiata; ma non dimentico e tu non devi dimenticare che siamo ‘in prestito’, che da domani quest’amore sarà impossibile; ti prego, non rendere tutto difficile; amami e sta zitta, lasciati amare in silenzio; solo così possiamo ‘sentirci’ senza fare male a nessuno; se parliamo, ogni parola è una coltellata!”

Allora stetti zitta e mi presi tutto l’amore che potevo; tutto il piacere che dalla sua carne mi derivava, sia da quella che leccavo, assaporavo, divoravo, mordicchiavo, accarezzavo, sia da quella che tra poco mi sarebbe penetrata nel ventre, nel cuore, nel cervello; era così che stavo amando il mio uomo, l’unico che sentivo mio e al quale sentivo di appartenere completamente, al di là delle stupide fisime; amavo quell’uomo, amavo la sua capacità di amarmi, amavo il suo corpo, amavo il suo sesso.

Amavo sentirlo e lo volevo dappertutto, volevo goderlo e viverlo, volevo sballare; e stavo sballando sul serio, mentre Cristiano mi spingeva sul letto e mi si stendeva addosso facendomi sentire il suo corpo su tutto il mio; non ricordavo quasi più la sensazione di benessere che riusciva a trasmettere solo facendo coincidere i nostri arti, le gambe sulle gambe, le braccia sulle braccia, il ventre contro il ventre, il petto contro il petto; non potevo parlare, ma l’emozione era violenta.

Cominciai a piangere in silenzio, sopraffatta dall’emozione di quelle sensazioni di possesso totale che solo con lui avevo mai provato; mi guardò interrogativo, quasi spaventato; cercai di rassicurarlo.

“Non ci badare, è solo gioia, immensa gioia … tanta da piangere … “

Mi accarezzò delicatamente le natiche, la vita e le spalle, poi il viso; e mi baciò con amore, con voglia, con libidine.

“Ti voglio dentro, fammi sentire il tuo amore nel ventre!”

Manovrò un poco, senza interrompere la perfetta incollatura tra i corpi, e fece scivolare il sesso fra le mie cosce finché la punta premette sull’imbocco della vagina, mi prese per i lombi, mi sollevò un poco e, quando ripiombai giù, la sua asta era dentro di me con una terribile fitta di dolore che mi fece urlare tanto da spaventarlo; si bloccò e mi guardò preoccupato.

“Cris, non so; forse non facevo sesso da troppo tempo ed ero asciutta, forse non sono più abituata a te. Non mi hai fatto male, è stata più la sorpresa che il dolore; non ricordavo che avessi un manganello così grosso e duro!”

Prima di andare avanti…

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