Il principio di lealtà 1
La mia storia con Cristiano era cominciata nella maniera più semplice e banale possibile; per un breve periodo mi aveva corteggiato facendo in modo da trovarsi dovunque io andassi, mi aveva tampinato facendosi notare sempre con piccole cortesie, regali e coccole di varia natura, finché avevo accettato di uscire con lui e, al culmine di un processo di adeguamento reciproco, mi ero concessa completamente e gli aveva dato la verginità difesa fino a quel momento a spada tratta.
Frequentavo ancora l’università, alle soglie della laurea, mentre lui aveva già avviato la sua piccola azienda di recupero navale e di ristrutturazioni che progressivamente si affermava sul mercato; non fu facile persuadermi che, per il suo lavoro, lo spazio utile non poteva essere la piccola città di centro Italia dove abitavano i miei e dove lui aveva comprato un piccolo appartamento con la speranza di andarlo ad abitare con me dopo il matrimonio.
Il mutuo pesava molto, ma lui era in grado, per il momento, di fare fronte alla spesa abbastanza agevolmente; l’unico problema vero era costituito dal fatto che, per lavoro, era costretto a passare mesi interi a Genova, dove la sua attività aveva senso, spazio e margine di crescita; ma io non ero affatto disposta a rinunciare alla mia attività; mi ero laureata per insegnare e avrei fatto la professoressa ad ogni costo.
Non era neanche in discussione l’opportunità della mia scelta e Cristiano fu il primo a convenire che dovevo fare la trafila per arrivare a insegnare in un Liceo; naturalmente, sperava che scegliessi come destinazione Genova e che, col matrimonio, avessi maggiori opportunità di farmi destinare a una sede di quella città; ma io non ci tenevo affatto a legarmi al suo lavoro; il richiamo della famiglia di origine era troppo forte e tutte le mie energie furono spese per arrivare a insegnare nella mia città.
Naturalmente, i rapporti con Cristiano divennero rapidamente tesi, visto che ci si poteva incontrare per poche ore ogni mese, quando riusciva a ritagliarsi un fine settimana per venire a trovarmi; questo comportava pochissime opportunità per i nostri rapporti, anche sessuali, e un’infinità di dubbi che si accampavano sulla tenuta della reciproca fedeltà; espressi apertamente e convintamente la mia opinione.
Più volte si era detto tra noi che un’eventuale ‘trasgressione’, se vissuta in una logica di lealtà e di chiarezza, non andava neppure incasellata nella tabella delle ‘corna’ come volgarmente si definiva l’adulterio; nessuno dei due poteva dare garanzie di passare i mesi senza potenziali ‘pruriti’ e quindi l’unica ipotesi praticabile era decidere convintamente che l’amore era un obbligo reciproco da rispettare ad ogni costo.
Il sesso, se vissuto in lealtà e chiarezza, poteva essere considerato un ‘accessorio’ variabile a cui ciascuno poteva fare ricorso, a patto che non avesse conseguenze e che se ne potessero lavare le tracce, subito dopo, con un semplice risciacquo; su queste convinzioni, decidemmo stupidamente persino di sposarci e per un paio di settimane fummo anche una coppia di sposi felici; subito dopo, però, Cristiano dovette correre a Genova per problemi di lavoro.
Per un mese dovemmo limitarci a sentirci per telefono o per skype più o meno ogni sera, con telefonate al limite del surreale, lunghe, banali e piene di coccole parlate che alla fine servivano solo ad aizzare la voglia di sesso che ci possedeva comunque; quasi inevitabilmente, il ‘prurito di patata’ mi prese di colpo una mattina che, in classe, mi trovai di fronte a Francesco, il mio alunno più anziano, da lui mi dividevano meno di dieci anni, che involontariamente mi fece notare la sua erezione dalla quale si deduceva un sesso forse superiore a quello di mio marito e del quale non avevo manipolato simili nella mia breve esperienza.
Per un poco cercai di resistere alla tentazione rifugiandomi molto spesso anche nell’autoerotismo, masturbandomi fino a farmi dolere l’inguine; poi, al limite ormai della resistenza, decisi che ‘un passaggio’ potevo prendermelo senza che ne venisse messo in dubbio il mio amore per mio marito; in fondo, ne avevamo parlato e avevamo detto espressamente che, nel caso di pressioni particolarmente urgenti, parlandone prima, poteva neanche ipotizzarsi un rapporto che non suonasse tradimento.
L’unica cosa era che dovevo parlargliene prima, anzi immediatamente, per non far incancrenire una situazione già al limite; decisi che la sera stessa glielo avrei comunicato; ma all’ultimo momento non ne ebbi né il coraggio né la voglia, soprattutto perché ritenevo che, in tal modo, la mia sessualità venisse asservita al maschio dominante; lui aveva il mio amore, intatto, e di quello doveva accontentarsi.
“Francesca, che hai stasera; sei quasi pallida!”
“Sarà il tuo monitor che ti fa vedere male; sto benissimo, non ti preoccupare.”
“Sembra quasi che mi voglia dire qualcosa e non lo fai!”
“Tieni per te le tue fisime; non ho niente e sto benissimo. Prima che la discussione degeneri, smettiamola. Buonanotte”
Sapevo con certezza che stavo commettendo un gravissimo errore e temevo anche che l’avrei pagato; ma davvero non accettavo più di sentirmi controllata e dominata dal maschio Alfa; ma l’errore più grave, in quella follia, fu non ricordarmi che avevo concordato e deciso con Cristiano di dotare la casa di un delicato e complesso sistema di protezione che prevedeva, tra le altre cose, un controllo televisivo di tutti gli ambienti dell’appartamento.
La registrazione degli eventi ripresi era immediata e conservata in una memoria collegata al suo computer personale; se avessi avuto il buonsenso di fare le cose fuori casa, avrei rischiato molto poco; facendole in casa, lui ne sarebbe venuto sicuramente a conoscenza in tempo reale; nella mia presunzione di onnipotenza, certa di non dover rendere conto a nessuno delle mie azioni, decisi che mi sarei portato Francesco nel talamo nuziale e lì avrei fatto sesso con la sua verga meravigliosa.
Cominciai quello stesso sabato, invitandolo a venirmi a trovare a casa con la scusa della revisione di un suo elaborato; capì immediatamente che volevo concupirlo e lui aveva tante volte espresso il suo desiderio di copulare con me; sicché, non ci fu bisogno di convincersi; poiché non aveva ancora compiuto i diciotto anni e comunque era ‘figlio di famiglia’ non era pensabile un incontro serale o notturno, visto che doveva tornare presto a casa.
Gli dissi di passare intorno alle quattro del pomeriggio e mi preparai alla copula; scelsi un intimo particolarmente provocatorio che avevo acquistato proprio per un’occasione del genere; il reggiseno era costituito da due strisce che inquadravano le mie tette carnose, sode e gonfie che sfidavano tutte le leggi della natura per ergersi prepotenti con i capezzoli puntati in avanti.
Il perizoma aveva solo un triangolino di stoffa che a malapena copriva la vulva totalmente depilata e per il resto era una lunga striscia di stoffa che spariva tra le natiche ampie e matronali, fatte per essere maltrattate e usate a lungo; alle calze rinunciai, perché non indossai abiti ma solo una vestaglia; mi lavai accuratamente e, visto che non potevo fare previsioni, mi pulii anche l’intestino con un accurato clistere.
Avevo fatto sesso nel retto con Cristiano, mi era piaciuto ed ero decisa a farlo anche con Francesco, anche se la dimensione intravista non era rassicurante, al confronto col mio ano piccolo e stretto, che non era stato poi tanto maltrattato, con poche penetrazioni sempre di mio marito; mi depilai accuratamente e mi passai qualche goccia di profumo su tutto il corpo; mano a mano che procedevo nella preparazione, mi rendevo sempre più conto di essere una perfetta troia che si apprestava a tradire.
Mi rendevo conto di quanto fosse volgare e immeritato per il mio uomo; ma il desiderio di imporre la mia libertà, a quel punto, diventava addirittura ossessivo; quando Francesco bussò al mio appartamento, ero ansiosa e fibrillavo come al mio primo appuntamento, non molti anni prima; mi apprestai a incontrarlo con la stessa ansia, la stessa voglia e la stessa ansiosa curiosità con cui affrontai il primo ragazzo che mi avrebbe baciato con la lingua.
Aprii la porta con il cuore in gola; mi presentai con la vestaglia già mezza aperta che gli faceva vedere il mio corpo in pieno splendore; lo invitai a entrare e, appena ebbi chiuso, lo avvolsi in un bacio così appassionato che non ricordavo di averne dato mai uno simile; le mie labbra si strinsero sulle sue come una ventosa e lo risucchiai tutto nella bocca, poi la lingua s’insinuò con forza e perlustrai i denti, le gengive, il palato, portando in lui tutta la saliva che la libidine mi faceva produrre a iosa.
Intanto mi prendevo tutta la libidine che lui sbavava per il piacere; sentii il suo fallo gonfiarsi nel pantalone, contro il mio inguine, e per la prima volta ne assaporai la meravigliosa consistenza mentre mi strofinava la vulva procurandomi fitte di piacere che mi portarono rapidamente a un primo piccolo orgasmo; mentre godevo della sua mazza che mi titillava, non mi resi conto che avevo fatto scattare, con la violenza della mia spinta, il sistema di allarme che metteva in azione anche la videoripresa.
