Sverginare l’amico di mio figlio

Capitolo 2 - Toccami le tette mentre ti sego

Matteo varca la soglia aspettandosi di dover fuggire, ma si ritrova intrappolato in un gioco di seduzione troppo grande per lui. Tra imbarazzo e ormoni fuori controllo, la madre di Giulio azzera ogni sua inibizione, prendendo letteralmente in mano la situazione per prepararlo a una lunga notte.

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Il sandalo strisciò sul parquet con un fruscio sordo. La porta si aprì del tutto.

Matteo fece un passo dentro la stanza, ma si bloccò all'istante, come se avesse sbattuto contro un muro di cemento. Mi trovò distesa di traverso sul letto matrimoniale, le gambe morbidamente piegate e la pelle accaldata che risaltava contro il pizzo nero del mio completo intimo.

"Oddio, scusa... io, sono entrato troppo spedito," balbettò subito, facendo mezzo passo indietro in preda al panico. Il suo viso andò letteralmente in fiamme e piantò gli occhi sul pavimento di legno, del tutto incapace di sostenere la visuale del mio corpo seminudo illuminato dalla luce calda.

"Tranquillo, Matteo, respira," risposi, sdrammatizzando con una risata morbida e divertita. "Non hai interrotto nessun segreto di Stato. A casa mia le porte chiuse a chiave non sono mai andate di moda."

Lui deglutì a fatica, tenendo lo sguardo ostinatamente basso, fissando la punta delle sue scarpe da ginnastica come se fossero la cosa più interessante del mondo. Le sue dita stringevano nervosamente la tracolla dello zaino. "Mi... mi avevi chiamato. Ti serviva una mano per qualcosa?" chiese, la voce incrinata da un imbarazzo pesantissimo.

Sospirai, spostandomi appena sul materasso. Il movimento fece inarcare la mia schiena e assecondò il peso del mio seno generoso contro la stoffa del balconcino. Con la coda dell'occhio, notai che quel dettaglio non gli sfuggì del tutto prima che riabbassasse lo sguardo terrorizzato.

"Sì, volevo chiederti un favore," iniziai, facendo un po' di scena e sbuffando in modo teatrale. "Le mie amiche hanno appena dato forfait all'ultimo minuto. Una ha la figlia con la febbre, l'altra ha litigato col marito... solite scuse pietose. Risultato? Serata annullata."

Mentre parlavo, accavallai le gambe, lasciando che il pizzo dello slip si tendesse sui miei fianchi larghi. Cercavo di essere provocante, di usare la chimica del mio corpo per tenerlo incollato lì, ma nella mia testa un pensiero fugace mi fece sorridere: come diavolo si provoca un ragazzino oggi? Ai miei tempi bastava uno sguardo languido e un po' di pelle scoperta, ma oggi, con tutti i social e i filtri, chissà a cosa erano abituati i ragazzi della sua età. Dovevo puntare tutto su quello che le ragazzine non avevano: la maturità, l'esperienza e una buona dose di sfacciataggine. La spontaneità e la sicurezza, d'altronde, sono sempre le armi migliori.

"Ah... cavolo, mi dispiace," mormorò lui, ancora rigido come un tronco. Fece un altro piccolo passo indietro verso il corridoio, sempre a testa bassa. "Beh, allora non preoccuparti per il passaggio in macchina. Tolgo il disturbo e vado a piedi, non c'è problema."

"Ehi, frena," lo bloccai, mettendomi a sedere e appoggiando le mani dietro la schiena. La posizione tese l'addome e spinse il mio décolleté ancora più in fuori, rendendo le mie forme impossibili da ignorare. "Mi lasci qui da sola, di sabato sera, a guardare il soffitto? Dai, Matteo. Fermati un altro po'. Fammi compagnia."

Lui alzò per un decimo di secondo lo sguardo, incrociando i miei occhi, per poi tornare a fissare disperatamente il tappeto. "Io... non voglio disturbare. E poi tu... insomma, sei..." Gesticolò debolmente verso il mio corpo svestito, arrossendo ancora di più, senza riuscire a finire la frase.

"Sono in mutande, sì. Fa un caldo che si muore," constatai con la massima naturalezza, ridacchiando della sua reazione e mantenendo un tono volutamente leggero per far salire la tensione in modo sottile. "Dai, posa quello zaino. Non fare il noioso. Resta qui, magari ordiniamo una pizza, chiacchieriamo un po'... O preferisci che vada a mettermi i pantaloni di flanella per farti sentire meno a disagio?"

Lo punzecchiai, inclinando la testa di lato e sfoderando il mio sorriso più malizioso, sapendo benissimo che, se avesse accettato, quella notte non avremmo di certo mangiato nessuna pizza.

Lui continuava a fissarsi ostinatamente le scarpe, spostando il peso da un piede all'altro come un bambino messo in castigo.

"Io... io credo che, insomma, forse sarebbe meglio se ti mettessi qualcosa addosso," farfugliò, la voce che gli usciva in un falsetto strozzato. "E poi davvero, devo andare, si è fatto tardi e... e domani devo alzarmi presto per studiare. Non voglio disturbare oltre."

Lo guardai, quasi incredula. Era un ragazzino stupido, di un'ingenuità quasi disarmante. Davanti a lui c'era una donna in intimo di pizzo nero su un letto sfatto che gli chiedeva di restare, e lui non riusciva a cogliere non solo i doppi sensi, ma nemmeno l'invito palese che gli stavo servendo su un piatto d'argento.

All'improvviso, mi stancai di giocare.

Sospirai, mettendo giù i piedi nudi sul parquet. Mi alzai in piedi e azzerai la distanza che ci separava con pochi passi lenti e decisi. Lui si irrigidì, smettendo quasi di respirare quando mi fermai a un palmo dal suo petto. Sentivo il calore che emanava dal suo corpo attraverso i vestiti, mescolato al profumo pulito del suo bagnoschiuma.

"Matteo," sussurrai, alzando una mano per sfiorargli leggermente il petto con le dita. Sentii il suo cuore martellare all'impazzata sotto il cotone della t-shirt. "Non ti piaccio?"

Lui sgranò gli occhi, finalmente costretto a guardarmi in viso. "C-cosa? Certo che mi piaci..."

"E allora smettila di fare lo stupido," lo interruppi, facendo scivolare la mano dal petto fino alla base del suo collo, accarezzandogli la pelle accaldata. "Molti ragazzi della tua età ucciderebbero per avere quello che tu hai davanti in questo momento."

Fu in quell'istante che vidi la consapevolezza accendersi nei suoi occhi scuri. Il pezzo mancante del puzzle andò finalmente al suo posto.  "Ma tu... cioè, tu ci stai provando per davvero?" sussurrò, sconvolto. Per un momento il panico prese il sopravvento sull'istinto. Fece un passo indietro, scuotendo la testa, allontanandosi dal mio tocco. "No, cazzo, non possiamo... Sei la madre di Giulio! È una roba malata, io non posso fare una cosa del genere, è un casino..."

Era mortificato, le mani tra i capelli, ma il suo corpo raccontava una storia completamente diversa. La tensione nei suoi jeans era ormai evidente, dolorosa, un grido disperato di eccitazione che cozzava violentemente con i suoi scrupoli morali.

Feci un altro passo in avanti, accerchiandolo, stuzzicandolo con la mia vicinanza e il profumo della mia pelle. "Sbagliatissimo? A me sembra la cosa più giusta di questa serata, Matteo."

"No, tu non capisci," sbottò lui, abbassando le braccia, la voce che si incrinava per la frustrazione. Si buttò giù in un modo che mi strinse quasi il cuore. "Io non... non so fare niente. I miei amici parlano sempre di figa, di come se le scopano... Io non ho mai nemmeno infilato la lingua in bocca a una ragazza. A stento riesco a spiccicare due parole con le mie compagne di corso senza balbettare come un ritardato. Faccio pena. Come cazzo faccio a far godere una donna come te? Non sarei mai all'altezza."

Si coprì il viso con una mano, vergognandosi di quella confessione così intima e dolorosa. La sua mancanza di autostima era palpabile.

Sorrisi, un sorriso genuino e carico di tenerezza, ma senza perdere un briciolo della mia sicurezza. Gli presi delicatamente il polso, costringendolo ad abbassare la mano per guardarmi.

"Ma fammi il piacere, Matteo," gli dissi, con il mio solito tono pratico e diretto. "Sono tutti dei gran cazzari e tu ci credi pure."

Lui mi guardò, spaesato.

“Alla tua età i maschi sono così, devono spararla sempre più grossa per non sembrare da meno," continuai, passandogli un dito sulla guancia. "SSi vantano del nulla. La verità è che probabilmente metà di loro non ha mai visto una donna nuda dal vivo se non sui porno. E sinceramente? Non mi importa assolutamente nulla se non sai fare niente." Mi inumidii le labbra, abbassando la voce in un sussurro roco e carico di promesse. "Meglio così. Sei intatto. Ti insegno io come si tocca una donna vera."

Ma lui sembrava non riuscire a uscire da quel vortice di insicurezza. Scosse ancora la testa. "Ma io non... se poi faccio schifo, se ti deludo..."

A quel punto, la mia pazienza, già messa a dura prova dall'eccitazione che mi pulsava nel basso ventre, si esaurì. Ero una donna matura, forte, e ne avevo abbastanza dei suoi complessi.

"Matteo. Basta," lo zittii, il tono che divenne improvvisamente duro, autoritario. Afferrai i lembi della sua t-shirt e lo tirai leggermente verso di me, costringendolo a piegare il collo per guardarmi dritta negli occhi. "Guardami. Lo vuoi questo corpo, sì o no?"

Lui annuì nervosamente, il respiro corto. "Sì..."

"E allora dimmelo," incalzai, senza lasciargli via di scampo, andando dritta al punto. "Hai una voglia fottuta di chiavarmi?"

La parola, così cruda, esplicita e sfacciata, pronunciata dalla madre del suo migliore amico a pochi centimetri dalla sua bocca, fu la scossa di cui aveva bisogno. Il suo respiro si fermò. Vidi le sue pupille dilatarsi fino a inghiottire l'iride, cancellando in un secondo ogni insicurezza, ogni remora, lasciando spazio solo al puro, incontrollabile istinto animale.

Deglutì pesantemente, il pomo d'Adamo che scattava in gola, e annuì un'altra volta, più deciso. "Sì," soffiò, con voce rotta.

Lasciai la presa sulla sua maglietta e feci scivolare le mani sui suoi fianchi rigidi, sorridendo vittoriosa.

"E allora basta così," mormorai, posando finalmente le mie labbra a un millimetro dalle sue. "Chi se ne frega di tutto il resto."

Senza aspettare un'altra esitazione, lo afferrai per i passanti dei jeans e mi lasciai cadere all'indietro sul materasso, trascinandolo letteralmente sopra di me.

Il tonfo sordo dei nostri corpi contro le lenzuola riempì la stanza. Matteo atterrò in modo un po' goffo, cercando istintivamente di sorreggersi con gli avambracci per non schiacciarmi. Sotto di lui, sentii tutta la consistenza del suo fisico: era magrolino, alto, quasi spigoloso contro le mie forme abbondanti, ma c'era una durezza nervosa e scattante in lui, tipica di un ragazzino con gli ormoni in fiamme. Il suo bacino era incollato al mio, e l'erezione che premeva contro la stoffa dei suoi pantaloni era una presenza dura e inequivocabile contro il mio ventre.

"Dai," gli sussurrai, accarezzandogli la nuca per farlo rilassare. "Toccami senza paura. So perfettamente che sei curioso di sapere com'è fatta una donna."

Lui deglutì a vuoto, tenendosi sollevato su un gomito. Il suo sguardo vagò dal mio viso al mio corpo seminudo, incerto, ipnotizzato.

Lentamente, come se avesse paura di scottarsi o di rompermi, allungò una mano. Le sue dita lunghe e un po' tremanti sfiorarono il pizzo scuro del mio reggiseno a balconcino. Il suo tocco era inesperto, leggerissimo, quasi timoroso mentre tracciava la rotondità del mio seno, sentendo il calore della mia pelle attraverso la stoffa. Trattenne il respiro quando il suo pollice, in modo maldestro, sfiorò il mio capezzolo indurito sotto il pizzo.

Un brivido mi attraversò la spina dorsale. La sua inesperienza, paradossalmente, era la cosa più eccitante del mondo.

Decisi di dargli la spinta definitiva. Feci scivolare le mani lungo la sua schiena stretta, sentendo le scapole appuntite sotto la maglietta di cotone, e scesi giù, fino ad afferrargli con decisione i glutei attraverso il denim dei jeans. Lo strinsi forte con entrambe le mani, tirandolo ancora più stretto contro di me.

Lui sussultò, emettendo un piccolo gemito strozzato contro il mio collo.

"Cazzo, che bel culetto sodo che ti ritrovi," mormorai contro il suo orecchio, ridacchiando della sua reazione e spingendo i fianchi verso l'alto per massaggiare la sua erezione contro la mia intimità nuda. "Dai, tesoro, toccami senza farti problemi. È tutto tuo, fa' quello che vuoi."

Quelle parole, sfacciate e crude, unite alla stretta possessiva delle mie mani sul suo sedere, sembrarono cortocircuitare le sue ultime difese.

l'istinto animale di Matteo prese finalmente il sopravvento sulle sue paure.

"Sei... sei bellissima," soffiò lui, la voce rotta.

La sua mano perse la timidezza. Infilò le dita sotto il ferretto del reggiseno, spingendo via il pizzo con un gesto un po' rude ma disperato. Il mio seno pesante si liberò dalla stoffa, cadendo morbido sul palmo della sua mano. Matteo chiuse gli occhi, emettendo un sospiro profondo mentre ne testava il peso e la morbidezza, stringendo la carne accaldata con una fame che mi fece inarcare la schiena.

Mentre lui esplorava il mio petto, abbassando la testa per rubare baci umidi e affamati alla pelle del mio collo e della mia clavicola, io iniziai a guidarlo. Gli presi la mano libera e gliela portai sul mio fianco, mostrandogli quanta pressione usare, invitandolo a stringermi. Nel frattempo, le mie mani si insinuarono sotto la sua t-shirt. Esplorai la sua pelle liscia, l'addome piatto e duro, tracciando i contorni del suo torace magro. C'era qualcosa di incredibilmente erotico nel contrasto tra la mia morbidezza matura e la sua durezza giovanile, acerba ma piena di energia.

"Così, bravo," lo incoraggiai, sospirando quando lui trovò il coraggio di prendere il mio capezzolo tra due dita, stringendolo con un misto di devozione e urgenza. "Non fermarti, Matteo... fammi vedere quanta fame hai."

Matteo teneva la stoffa del reggiseno abbassata con una mano, mentre con l'altra esplorava la rotondità del mio seno. Le sue dita si muovevano in modo disordinato, quasi casuale, pizzicando e sfiorando il capezzolo turgido. Non sapeva esattamente cosa stesse facendo, stava solo sperimentando alla cieca, guidato da un istinto puramente viscerale e dalla morbidezza della mia pelle.

Lo lasciai fare. Non lo corressi subito. Mi piaceva immensamente l'idea di essere il suo personale campo di prova, la sua prima volta. Con la mano destra scivolai sotto la sua t-shirt, accarezzando la pelle liscia della sua schiena che si tendeva e si rilassava a ogni respiro, mentre con la sinistra presi ad accarezzargli i capelli corti sulla nuca, tenendolo vicino.

"Bravo, così," mormorai, con un tono basso e roco che nascondeva un inequivocabile istinto materno e dominatore. "Ma lo sai che c'è un modo migliore per farlo?"

Lui alzò gli occhi verso i miei, le pupille dilatate, il respiro affannoso. "Quale?" sussurrò, con la voce che gli tremava.

Spostai il pollice per accarezzargli il labbro inferiore, guardandolo con una dolcezza intrisa di lussuria. "Lo sai... se fai come i bambini e lo succhi, è ancora più bello," gli suggerii, trattandolo esattamente come il mio piccolo, docile apprendista.

Matteo deglutì, esitando solo una frazione di secondo. Poi abbassò di nuovo la testa. Fu impacciato, le sue labbra cercarono il mio capezzolo in modo quasi maldestro, bagnando la pelle attorno in modo caotico, ma quando lo prese in bocca, la sensazione di calore e umidità mi fece inarcare la schiena. La sua lingua si mosse con titubanza, poi, guidato da un automatismo primordiale e rassicurante, iniziò a succhiare con più forza e ritmo.

"Mmh, cazzo, sì," gemetti, calcando volutamente la mano, rendendo il suono un po' più esagerato e rumoroso del necessario per dargli sicurezza.

E funzionò alla grande. Sentire che mi stava dando piacere lo galvanizzò; le sue labbra si fecero più decise, il ritmo della sua lingua più avido e sicuro. la sensazione della sua bocca affamata e inesperta sulla mia pelle era quanto di più eccitante potessi sognare in quel momento.

A un certo punto, però, il ferretto del reggiseno, rimasto incastrato a metà sotto il seno, iniziò a dargli fastidio, impedendogli di avere pieno accesso alla base del seno. Provò a spingerlo giù con irritazione, sbuffando, infastidito da quell'ostacolo di pizzo.

"Ti dà noia, tesoro?" sussurrai, divertita dalla sua impazienza. "Puoi toglierlo, se vuoi."

Lui annuì freneticamente. Ci sollevammo entrambi appena dal materasso, giusto il necessario per permettergli di sganciarlo. Matteo portò le mani dietro la mia schiena, le dita tremanti per l'eccitazione e la fretta. Ma i minuscoli gancetti sembravano avergli dichiarato guerra. Armeggiò alla cieca per qualche secondo, tirando la stoffa e sbuffando sempre più frustrato e nervoso, incapace di sbloccare la chiusura.

"Cazzo, non si apre..." imprecò a denti stretti, il viso che si colorava di un rosso scuro per l'imbarazzo di non riuscire in un'operazione che nei film sembrava sempre così fluida. Si stava irritando e mortificando di nuovo.

"Ehi, ehi, calma," lo rassicurai, facendogli una carezza lenta sulla spalla, tornando per un attimo a fare la mamma paziente di fronte ai capricci di un bambino. "Non scappa mica, Matteo. Piano, usa due dita. Non tirare, fai solo un po' di pressione sulle estremità. Fai con calma."

Respirò a fondo, visibilmente tranquillizzato dal mio tono morbido. Rallentò i movimenti, seguendo le mie istruzioni invisibili dietro la schiena. Ci fu un piccolo clic. La tensione elastica svanì.

Il pizzo nero cadde morbido lungo le mie braccia e io mi lasciai scivolare di nuovo sul letto, sfilandomelo dai polsi, liberando completamente il mio seno pesante e nudo davanti ai suoi occhi. Aveva appena aperto i cancelli del paradiso, e l'espressione sul suo volto fu impagabile: pura, assoluta venerazione.

Senza bisogno che aggiungessi altro, si tuffò di nuovo su di me. Questa volta senza ostacoli. Seppellì il viso nel mio décolleté, riprendendo a succhiarmi i capezzoli con una foga cieca e adorante, le mani che finalmente potevano stringere e impastare la mia pelle nuda e generosa.

Sorrisi, inarcando il petto per offrirglielo di più, mentre intrecciavo di nuovo le dita tra i suoi capelli, accarezzandolo con la più assoluta soddisfazione. L'inizio lento e arguto aveva lasciato spazio agli approcci diretti.

"Così... bravissimo," mormorai, cullandolo contro di me, assecondando la sua fame. "Sei proprio un bravo bimbo."

Il sesso, nella mia vita, non è mai mancato. Ho avuto un matrimonio lungo, delle storie, tanto divertimento dopo il divorzio. Eppure, l'eccitazione che mi scorreva nelle vene in quel momento era qualcosa di completamente diverso.

Guardare Matteo esplorare il mio corpo, vederlo muovere i primi passi così timidamente, mi faceva sentire incredibilmente giovane. Ricordavo perfettamente il giorno in cui persi la mia verginità: era stato con un ragazzo più grande, esperto, che sapeva esattamente dove mettere le mani e come farmi sciogliere. E adesso la ruota aveva girato. Adesso ero io quella matura. Ero io l'esperta, la guida. Sapere che sarei stata la sua prima volta, l'esperienza che gli sarebbe rimasta marchiata a fuoco nella mente e nel corpo per il resto della sua vita, mi faceva letteralmente impazzire. Era la prima volta che sverginavo qualcuno, e il senso di potere misto a tenerezza era una droga.

A un tratto, smise di torturarmi i seni. Sollevò il viso verso di me. Aveva le labbra lucide, umide della sua stessa saliva e del sapore della mia pelle. Il suo respiro era corto, irregolare.

"Posso... posso baciarti?" sussurrò, con le guance in fiamme, ancora prigioniero del suo timore reverenziale.

Sorrisi, sentendo una fitta di tenerezza rimescolarsi alla lussuria pura. "Certo che puoi, tesoro," gli risposi, passandogli le dita tra i capelli per rassicurarlo. "E non devi chiedermelo. Mai."

Lo tirai su per le spalle, colmando la distanza tra i nostri visi, e mi lasciai baciare.

E fu... un disastro. Un bacio goffo, incerto, quasi scontroso. Sentii i suoi denti sbattere contro i miei, le sue labbra muoversi in modo asimmetrico e rigido. Si capiva lontano un chilometro che non aveva mai baciato nessuna in vita sua, che non sapeva da che parte inclinare il viso o cosa fare con il respiro.

Ma, incredibilmente, proprio quell'impaccio mi eccitò oltre ogni limite. Nell'erotico, la spontaneità vince sempre sulla complessità. Non c'era nulla di studiato in lui, era puro istinto acerbo.

Decisi di prendere in mano la situazione. Gli afferrai con decisione la nuca, tenendolo fermo, inclinai la testa nella giusta angolazione e gli ficcai la lingua in gola. Lo baciai con passione prepotente, dettando il ritmo, esplorando la sua bocca e insegnandogli come rispondere. Dopo qualche secondo di smarrimento, lui si arrese al mio controllo; la sua lingua iniziò a intrecciarsi con la mia, timida prima, poi sempre più disperata e affamata, mentre si aggrappava ai miei fianchi come se stesse annegando.

Diventai famelica. Non mi bastava più. Mentre continuavo a divorargli la bocca, afferrai l'orlo della sua maglietta e gliela sfilai dalla testa in un unico movimento secco, gettandola sul pavimento. Poi, sfruttando lo slancio e la mia stazza, lo spinsi e ci capovolsi in un attimo.

Mi ritrovai io sopra di lui, a cavalcioni sul suo bacino. Mi chinai in avanti, riprendendo a baciarlo con voracità, schiacciando le mie tette nude e morbide contro il suo petto magro e teso. Il contrasto tra la mia pelle e la sua era elettrizzante.

Spostai le labbra dalla sua bocca al suo collo, succhiandogli la pelle per lasciargli un segno, e iniziai a parlargli all'orecchio

le mie parole divennero benzina sul fuoco. Iniziai a sussurrargli cose indicibili, roba zozza e cruda. Cose che la madre del suo migliore amico non avrebbe mai dovuto dirgli.

"Non hai idea di quanto ti voglio scopare, Matteo..." gli ansimai contro la mascella, mordendogli il lobo. "Voglio farti impazzire. Voglio che mi usi, che diventi duro e teso solo per me... chissà cosa direbbe Giulio se sapesse cosa sta per farti la sua mammina."

Sentii il suo respiro bloccarsi di colpo a quella provocazione perversa.

Mentre lo baciavo di nuovo, feci scivolare la mano giù, lungo il suo addome scolpito dalla giovinezza, fino ad atterrare in mezzo alle sue gambe. La sua erezione era di marmo sotto il denim. Iniziai a massaggiargli il cazzo direttamente da sopra i pantaloni, avvolgendo l'intera lunghezza con il palmo e stringendo con forza, applicando una frizione lenta e ritmica contro la cerniera.

Le sue reazioni furono uno spettacolo di onestà disarmante. Inarcò la schiena come se avesse preso la scossa, affondò la testa nei cuscini ed emise un gemito roco, gutturale, totalmente privo di filtri. Si stava sciogliendo sotto le mie mani, completamente in balia del suo corpo e del mio controllo.

Ero completamente persa nel ritmo del mio respiro e nei suoi gemiti strozzati. Mi ero lasciata trasportare dall'adrenalina pura, dal calore del suo corpo acerbo e dalla durezza che pulsava sotto il palmo della mia mano. Ma proprio mentre la situazione stava per sfuggire al mio stesso controllo, un pensiero mi gelò il sangue.

Cazzo. Giulio.

Non sapevo a che ora sarebbe rientrato di preciso. E farsi beccare dal proprio figlio a cavalcioni sul suo migliore amico non era esattamente nei miei piani.

Mi fermai di scatto e mi tirai su, staccandomi da lui. Matteo aprì gli occhi, smarrito, il petto che si alzava e abbassava freneticamente, ancora in preda al delirio ormonale. "Che... che succede?" ansimò, con un'espressione da cucciolo bastonato a cui avevano appena tolto il giocattolo preferito.

"Dammi un attimo, respira," gli dissi, sistemandomi i capelli e recuperando il telefono dal comodino. "Poteva tornare Giulio da un momento all'altro. Dobbiamo sistemare la cosa."

Lo guardai con un sorriso furbo, la mente che già elaborava il piano perfetto. Nell'erotico la spontaneità è fondamentale, ma un po' di sana strategia per creare l'atmosfera giusta è essenziale. "Adesso chiamo Giulio e gli dico di andare a dormire a casa dei nonni. E tu... tu chiami tua madre e le dici che ti fermi a passare la notte qui da lui."

A quelle parole, gli occhi di Matteo si illuminarono. La vergogna e la paura svanirono in un istante, sostituite da un'euforia quasi infantile. Finalmente stava reagendo come un vero ragazzo della sua età di fronte a un'occasione d'oro. "Posso... posso davvero?" chiese, incredulo, la voce che tremava di pura e inebriante aspettativa.

"Ma certo, tesoro," feci l'occhiolino, passandogli un dito sul petto nudo e madido di sudore, consapevole che la storia erotica deve essere un crescendo e che accelerare troppo rovina il gusto. "Io odio la fretta. E noi abbiamo un sacco di cose da fare.

Feci partire la chiamata. Giulio, ovviamente, se la prese. Sbuffò per tre minuti buoni dall'altro lato della cornetta, ma giocai la carta del senso di colpa dicendogli che le sue sorelline stavano facendo impazzire la nonna e avevano bisogno di lui per calmarsi. Alla fine, come prevedibile, cedette. Mandai un messaggio veloce a mia madre per avvisarla e chiusi la pratica.

Nel frattempo, Matteo aveva recuperato il suo cellulare. Vederlo in piedi vicino al letto, a petto nudo, con i capelli spettinati, le labbra gonfie per i miei baci e la patta dei jeans che sembrava letteralmente sul punto di esplodere, era uno spettacolo che mi inondava di puro potere femminile. Cominciò a parlare con sua madre, ma dopo qualche secondo di spiegazioni balbettate, mi tese il telefono, visibilmente in imbarazzo. "Vuole... vuole la conferma da te."

Sorrisi, prendendo l'apparecchio. "Pronto, Francesca? Ciao cara!" esclamai, con il mio tono più cordiale e squillante da perfetta madre di famiglia.

Ma mentre parlavo, accorciai la distanza tra me e Matteo. Lui mi guardò confuso, finché non feci scivolare la mia mano libera proprio lì, esattamente in mezzo alle sue gambe. Matteo sgranò gli occhi, trattenendo a stento un sussulto, e si portò rapidamente un pugno alla bocca per mordersi le nocche ed evitare di emettere alcun suono.

"Ma sì, figurati, non c'è nessun problema, Matteo non disturba mai," continuai al telefono, usando un tono amabile, mentre le mie dita riprendevano ad accarezzare la sua erezione tesa come la corda di un violino attraverso la stoffa spessa, stringendo la base e massaggiandola con lentezza calcolata. "Sai come sono fatti questi ragazzi, no? Vogliono giocare tutta la notte, perdono la cognizione del tempo..."

Matteo strinse i denti, chiudendo gli occhi e inarcando il bacino verso la mia mano, totalmente in balia di quel contrasto folle, perverso e indicibilmente eccitante. Sentivo il suo corpo fremere sotto il mio tocco, letteralmente impazzito per l'audacia di quella situazione.

"Certo, tranquilla. Domattina gli preparo la colazione e poi lo riaccompagno io a casa. Un bacio, buona notte!"

Riattaccai il telefono e lo lanciai lontano, sul piumone. Il silenzio calò di nuovo nella stanza, spezzato solo dal respiro roco e disperato del ragazzo davanti a me. Il rischio era stato disinnescato, l'alibi era perfetto. La casa era ufficialmente e inviolabilmente nostra.

Lo guardai dritto negli occhi, passandomi la punta della lingua sulle labbra in un gesto lento. Come suggerisce il manuale, terminare la scena con una promessa carica di lussuria è il modo migliore per suggellare l'apoteosi dei sensi.

"Finalmente ci siamo solo noi e abbiamo tutta la notte," sussurrai, con la voce densa di malizia. Feci un passo indietro, piantando le mani sui fianchi. "Spogliati."

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