Il sandalo strisciò sul parquet con un fruscio sordo. La porta si aprì del tutto.
Matteo fece un passo dentro la stanza, ma si bloccò all'istante, come se avesse sbattuto contro un muro di cemento. Mi trovò distesa di traverso sul letto matrimoniale, le gambe morbidamente piegate e la pelle accaldata che risaltava contro il pizzo nero del mio completo intimo.
"Oddio, scusa... io, sono entrato troppo spedito," balbettò subito, facendo mezzo passo indietro in preda al panico. Il suo viso andò letteralmente in fiamme e piantò gli occhi sul pavimento di legno, del tutto incapace di sostenere la visuale del mio corpo seminudo illuminato dalla luce calda.
"Tranquillo, Matteo, respira," risposi, sdrammatizzando con una risata morbida e divertita. "Non hai interrotto nessun segreto di Stato. A casa mia le porte chiuse a chiave non sono mai andate di moda."
Lui deglutì a fatica, tenendo lo sguardo ostinatamente basso, fissando la punta delle sue scarpe da ginnastica come se fossero la cosa più interessante del mondo. Le sue dita stringevano nervosamente la tracolla dello zaino. "Mi... mi avevi chiamato. Ti serviva una mano per qualcosa?" chiese, la voce incrinata da un imbarazzo pesantissimo.
Sospirai, spostandomi appena sul materasso. Il movimento fece inarcare la mia schiena e assecondò il peso del mio seno generoso contro la stoffa del balconcino. Con la coda dell'occhio, notai che quel dettaglio non gli sfuggì del tutto prima che riabbassasse lo sguardo terrorizzato.
"Sì, volevo chiederti un favore," iniziai, facendo un po' di scena e sbuffando in modo teatrale. "Le mie amiche hanno appena dato forfait all'ultimo minuto. Una ha la figlia con la febbre, l'altra ha litigato col marito... solite scuse pietose. Risultato? Serata annullata."
Mentre parlavo, accavallai le gambe, lasciando che il pizzo dello slip si tendesse sui miei fianchi larghi. Cercavo di essere provocante, di usare la chimica del mio corpo per tenerlo incollato lì, ma nella mia testa un pensiero fugace mi fece sorridere: come diavolo si provoca un ragazzino oggi? Ai miei tempi bastava uno sguardo languido e un po' di pelle scoperta, ma oggi, con tutti i social e i filtri, chissà a cosa erano abituati i ragazzi della sua età. Dovevo puntare tutto su quello che le ragazzine non avevano: la maturità, l'esperienza e una buona dose di sfacciataggine. La spontaneità e la sicurezza, d'altronde, sono sempre le armi migliori.
"Ah... cavolo, mi dispiace," mormorò lui, ancora rigido come un tronco. Fece un altro piccolo passo indietro verso il corridoio, sempre a testa bassa. "Beh, allora non preoccuparti per il passaggio in macchina. Tolgo il disturbo e vado a piedi, non c'è problema."
"Ehi, frena," lo bloccai, mettendomi a sedere e appoggiando le mani dietro la schiena. La posizione tese l'addome e spinse il mio décolleté ancora più in fuori, rendendo le mie forme impossibili da ignorare. "Mi lasci qui da sola, di sabato sera, a guardare il soffitto? Dai, Matteo. Fermati un altro po'. Fammi compagnia."
Lui alzò per un decimo di secondo lo sguardo, incrociando i miei occhi, per poi tornare a fissare disperatamente il tappeto. "Io... non voglio disturbare. E poi tu... insomma, sei..." Gesticolò debolmente verso il mio corpo svestito, arrossendo ancora di più, senza riuscire a finire la frase.
"Sono in mutande, sì. Fa un caldo che si muore," constatai con la massima naturalezza, ridacchiando della sua reazione e mantenendo un tono volutamente leggero per far salire la tensione in modo sottile. "Dai, posa quello zaino. Non fare il noioso. Resta qui, magari ordiniamo una pizza, chiacchieriamo un po'... O preferisci che vada a mettermi i pantaloni di flanella per farti sentire meno a disagio?"
Lo punzecchiai, inclinando la testa di lato e sfoderando il mio sorriso più malizioso, sapendo benissimo che, se avesse accettato, quella notte non avremmo di certo mangiato nessuna pizza.
Lui continuava a fissarsi ostinatamente le scarpe, spostando il peso da un piede all'altro come un bambino messo in castigo.
"Io... io credo che, insomma, forse sarebbe meglio se ti mettessi qualcosa addosso," farfugliò, la voce che gli usciva in un falsetto strozzato. "E poi davvero, devo andare, si è fatto tardi e... e domani devo alzarmi presto per studiare. Non voglio disturbare oltre."
Lo guardai, quasi incredula. Era un ragazzino stupido, di un'ingenuità quasi disarmante. Davanti a lui c'era una donna in intimo di pizzo nero su un letto sfatto che gli chiedeva di restare, e lui non riusciva a cogliere non solo i doppi sensi, ma nemmeno l'invito palese che gli stavo servendo su un piatto d'argento.
All'improvviso, mi stancai di giocare.
Sospirai, mettendo giù i piedi nudi sul parquet. Mi alzai in piedi e azzerai la distanza che ci separava con pochi passi lenti e decisi. Lui si irrigidì, smettendo quasi di respirare quando mi fermai a un palmo dal suo petto. Sentivo il calore che emanava dal suo corpo attraverso i vestiti, mescolato al profumo pulito del suo bagnoschiuma.
"Matteo," sussurrai, alzando una mano per sfiorargli leggermente il petto con le dita. Sentii il suo cuore martellare all'impazzata sotto il cotone della t-shirt. "Non ti piaccio?"
Lui sgranò gli occhi, finalmente costretto a guardarmi in viso. "C-cosa? Certo che mi piaci..."
"E allora smettila di fare lo stupido," lo interruppi, facendo scivolare la mano dal petto fino alla base del suo collo, accarezzandogli la pelle accaldata. "Molti ragazzi della tua età ucciderebbero per avere quello che tu hai davanti in questo momento."
Fu in quell'istante che vidi la consapevolezza accendersi nei suoi occhi scuri. Il pezzo mancante del puzzle andò finalmente al suo posto. "Ma tu... cioè, tu ci stai provando per davvero?" sussurrò, sconvolto. Per un momento il panico prese il sopravvento sull'istinto. Fece un passo indietro, scuotendo la testa, allontanandosi dal mio tocco. "No, cazzo, non possiamo... Sei la madre di Giulio! È una roba malata, io non posso fare una cosa del genere, è un casino..."
Era mortificato, le mani tra i capelli, ma il suo corpo raccontava una storia completamente diversa. La tensione nei suoi jeans era ormai evidente, dolorosa, un grido disperato di eccitazione che cozzava violentemente con i suoi scrupoli morali.
Feci un altro passo in avanti, accerchiandolo, stuzzicandolo con la mia vicinanza e il profumo della mia pelle. "Sbagliatissimo? A me sembra la cosa più giusta di questa serata, Matteo."
"No, tu non capisci," sbottò lui, abbassando le braccia, la voce che si incrinava per la frustrazione. Si buttò giù in un modo che mi strinse quasi il cuore. "Io non... non so fare niente. I miei amici parlano sempre di figa, di come se le scopano... Io non ho mai nemmeno infilato la lingua in bocca a una ragazza. A stento riesco a spiccicare due parole con le mie compagne di corso senza balbettare come un ritardato. Faccio pena. Come cazzo faccio a far godere una donna come te? Non sarei mai all'altezza."
Si coprì il viso con una mano, vergognandosi di quella confessione così intima e dolorosa. La sua mancanza di autostima era palpabile.
Sorrisi, un sorriso genuino e carico di tenerezza, ma senza perdere un briciolo della mia sicurezza. Gli presi delicatamente il polso, costringendolo ad abbassare la mano per guardarmi.
"Ma fammi il piacere, Matteo," gli dissi, con il mio solito tono pratico e diretto. "Sono tutti dei gran cazzari e tu ci credi pure."
Lui mi guardò, spaesato.
“Alla tua età i maschi sono così, devono spararla sempre più grossa per non sembrare da meno," continuai, passandogli un dito sulla guancia. "SSi vantano del nulla. La verità è che probabilmente metà di loro non ha mai visto una donna nuda dal vivo se non sui porno. E sinceramente? Non mi importa assolutamente nulla se non sai fare niente." Mi inumidii le labbra, abbassando la voce in un sussurro roco e carico di promesse. "Meglio così. Sei intatto. Ti insegno io come si tocca una donna vera."
Ma lui sembrava non riuscire a uscire da quel vortice di insicurezza. Scosse ancora la testa. "Ma io non... se poi faccio schifo, se ti deludo..."
A quel punto, la mia pazienza, già messa a dura prova dall'eccitazione che mi pulsava nel basso ventre, si esaurì. Ero una donna matura, forte, e ne avevo abbastanza dei suoi complessi.
"Matteo. Basta," lo zittii, il tono che divenne improvvisamente duro, autoritario. Afferrai i lembi della sua t-shirt e lo tirai leggermente verso di me, costringendolo a piegare il collo per guardarmi dritta negli occhi. "Guardami. Lo vuoi questo corpo, sì o no?"
Lui annuì nervosamente, il respiro corto. "Sì..."
"E allora dimmelo," incalzai, senza lasciargli via di scampo, andando dritta al punto. "Hai una voglia fottuta di chiavarmi?"
La parola, così cruda, esplicita e sfacciata, pronunciata dalla madre del suo migliore amico a pochi centimetri dalla sua bocca, fu la scossa di cui aveva bisogno. Il suo respiro si fermò. Vidi le sue pupille dilatarsi fino a inghiottire l'iride, cancellando in un secondo ogni insicurezza, ogni remora, lasciando spazio solo al puro, incontrollabile istinto animale.
