Sverginare l’amico di mio figlio

Capitolo 1 - da sola con l’amico di mio figlio

mi ritrovo a casa da sola con il giovane amico di mio figlio

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Il divorzio? Per molte donne a quarantadue anni è una condanna, il sipario che cala. Per me, all'epoca, fu solo l'inizio del divertimento.

Mi guardavo nello specchio a figura intera, nuda e senza filtri. Niente lacrime, niente rimpianti. Solo io. Ero madre di tre figli, se un maschio, il maggiore, e due ragazze che già da piccole stavano crescendo forti con la loro mamma. ma la maternità non aveva affatto sepolto la femmina. Anzi. Tutto il sudore sputato in palestra, la cura ossessiva e il lavoro che avevo sempre fatto sul mio corpo mi stavano ripagando con gli interessi.

La mia non era una bellezza discreta, era uno schiaffo in faccia. Avevo una presenza che riempiva la stanza, una sensualità marcata, quasi prepotente. Il mio viso era deciso: sopracciglia definite e occhi scuri, profondi, con uno sguardo diretto reso ancora più spietato e provocante dal trucco pesante. Le mie labbra erano carnose, sempre leggermente socchiuse, come se fossi perennemente in attesa di assaggiare qualcosa di buono. I capelli scuri, lunghi e voluminosi, mi cadevano sulle spalle in onde morbide, aggiungendo quel tocco selvaggio che li faceva impazzire.

Ma era il corpo a parlare chiaro. Il mio seno era rotondo, generoso, una sfacciataggine piena che spingeva in avanti dominando il décolleté e catturando subito l'attenzione. La vita era stretta, segnata, e scendeva aprendosi in un contrasto netto su fianchi larghi e morbidi. Una clessidra carnale e perfetta. E poi c'era il mio culo. Pieno, sodo, spudoratamente pronunciato. Aveva una compattezza arrogante che si faceva notare anche sotto il tessuto più spesso, figuriamoci sotto i vestiti aderenti che amavo portare.

Ero una donna matura, consapevole e fottutamente indipendente. La mia era una sensualità fatta di volumi forti e curve evidenti, unita a un atteggiamento dominante. Non dovevo chiedere il permesso a nessuno per prendermi ciò che volevo, e in quel momento, avevo solo voglia di giocare.

E i giochi... ah, se mi piacevano i giochi. In quella casa ce n'erano parecchi.

Mio figlio Giulio e il suo migliore amico, Matteo, passavano pomeriggi interi in camera di giulio, incollati alla PlayStation per ore, ore e ore. erano due ragazzini pieni di energia, con l'aria di chi pensa di sapere già tutto della vita.

Matteo era praticamente il mio figlio acquisito. Lo conoscevo da una vita, era il primo amico di Giulio e, non ne ho mai fatto mistero, il mio preferito. Con lui non ero mai stata la classica genitrice noiosa. Ero la madre simpatica, quella sfacciata che non ha peli sulla lingua. Mi divertivo da matti a mettere a disagio Giulio raccontando aneddoti della mia gioventù che erano tutt'altro che casti o tranquilli. E Matteo? Matteo pendeva dalle mie labbra. Rideva alle mie battute e, crescendo, aveva iniziato a guardarmi in un modo diverso. Un modo che non mi era affatto sfuggito.

Specialmente dopo il divorzio, quando avevo ricominciato a riprendermi i miei spazi e a godermi le serate. Spesso uscivo a cena o a bere qualcosa, lasciando quei due rintanati in casa da soli. Prima di uscire, passavo sempre dalla camera di giulio, stretta nei miei vestiti da sera. Tacchi vertiginosi che slanciavano le mie curve, gonne a matita che fasciavano il mio culo pronunciato e scollature spietate. Giulio mi salutava a malapena, perso nello schermo, ma Matteo... Matteo pendeva letteralmente dalle mie tette. Cercava di fare il discreto, abbassando il viso, ma vedevo perfettamente le sue pupille dilatarsi ogni volta che mi chinavo verso di lui per dargli un bacio sulla guancia.

Un po' si scherzava sempre su questa sua timidezza. Giulio, che a differenza sua è praticamente uscito da me già arrapato e senza peli sulla lingua, lo prendeva in giro di continuo. Ha sempre sostenuto che a Matteo piacessero gli uomini. D'altronde, Matteo era sempre stato pacato, educato, silenzioso. L'esatto opposto del classico ventenne sbruffone.

Per un periodo, confesso, iniziai a crederci davvero. Pensavo: "Che spreco, un ragazzino così bello. ". Poi, però, i suoi sguardi iniziarono a raccontare una storia completamente diversa. Una storia in cui la pacatezza era solo una maschera.

Decisi di smascherarlo, e l'occasione perfetta si presentò un sabato sera di metà luglio, o almeno, tutto iniziò in quel momento. Faceva un caldo torrido, di quelli che ti lasciano la pelle lucida e umida. Ero appena tornata dalla casa dei nonni, dove avevo scaricato le mie figlie per la notte: avevo in programma un aperitivo lungo con alcune amiche, le mie compagne di palestra, e avevo tutta l'intenzione di fare le ore piccole.

Passando dalla pasticceria avevo comprato una crostata alla marmellata, convinta di trovare i soliti due relitti spiaggiati in camera di giulio a sfidarsi alla console. Indossavo un vestitino estivo di lino, aderentissimo in vita, che si allargava appena sui fianchi assecondando le mie curve. Aveva uno scollo a V profondo che non faceva assolutamente nulla per nascondere la rotondità sfacciata del mio seno, spinto in alto dal reggiseno che usavo per valorizzare il décolleté.

Sulla strada del ritorno, a pochi metri dal portone del mio palazzo, lo vidi. Era solo. Matteo stava camminando a testa bassa, con lo zaino su una spalla. Quando alzò lo sguardo e mi notò, si bloccò per una frazione di secondo.

"Matteo? E tu che ci fai già in strada? Giulio ti ha già sbattuto fuori?" lo incalzai, fermandomi esattamente in mezzo al marciapiede per sbarrargli la strada, le mani sui fianchi larghi. Feci la tipica madre ficcanaso, godendomi la sua reazione.

"No, eh... ciao," balbettò lui, passandosi una mano tra i capelli. I suoi occhi scesero inevitabilmente sulla mia scollatura per poi scattare via, come se si fosse scottato. "Giulio ha avuto una pizzata dell'ultimo minuto con la squadra di calcio. Se n'è andato poco fa, io stavo tornando a casa mia."

"A casa? Di sabato sera, a quest'ora?" Sospirai, scuotendo la testa in modo teatrale. "E mi lasci qui da sola con una crostata intera da smaltire? Giulio non mi ha detto nulla, quel disgraziato."

"Sì, be'... mi dispiace," cercò di congedarsi lui, facendo per superarmi. Era in evidente imbarazzo, la vicinanza lo rendeva teso come una corda di violino.

Io, però, non mi spostai di un millimetro. Anzi, mi avvicinai, invadendo il suo spazio personale. Il mio profumo, mescolato all'odore estivo della mia pelle, lo investì in pieno.

"Stavamo parlando, non fare il maleducato," lo ammonii con un finto tono di rimprovero, ma le mie labbra carnose erano piegate in un sorriso malizioso. "Sali con me. Ce la mangiamo insieme, intanto che mi preparo."

Lui sgranò gli occhi. "Ma no, davvero, non voglio disturbare, so che devi uscire..."

"Non dire sciocchezze," lo interruppi, usando quel tono da madre autoritaria e invadente che non ammetteva repliche. Allungai una mano e gli afferrai il braccio. Sotto la maglietta di cotone sentii il bicipite contratto, duro. "Non accetto un no da un ragazzino, Matteo. E poi devo finire di truccarmi, mi farai un po' di compagnia. Su, muoviti."

Senza dargli il tempo di inventarsi un'altra scusa, mi girai di scatto e mi avviai verso il portone. Sentivo i suoi occhi incollati al mio culo fasciato dalla stoffa leggera mentre ondeggiavo sui tacchi. Sapevo perfettamente che non avrebbe saputo resistere, e infatti, sentii i suoi passi pesanti seguirmi ubbidienti su per le scale.

Salimmo in casa e l'aria era soffocante, ferma. Lo feci accomodare sull'isola della cucina, tirai fuori la crostata dalla scatola e gliene tagliai una fetta generosa, piazzandogliela davanti con un piattino.

"Mangia, che sei sciupato," gli dissi, sfoderando il mio miglior tono materno, anche se il mio vestito scollato strideva con l'immagine della casalinga perfetta. "Aspetta qui, vado a mettermi comoda. Tanto ho ancora un'ora prima di dovermi iniziare a preparare sul serio."

Andai in camera da letto e mi liberai di quel vestito in un istante. Faceva davvero troppo caldo. Frugai nei cassetti e infilai la prima cosa che trovai: un paio di pantaloncini di cotone grigio, sfilacciati e cortissimi, di quelli che in casa si arrampicano impietosamente tra le natiche, lasciando scoperte per intero le mie cosce piene. Sopra, infilai una semplice canottiera bianca a costine. Niente reggiseno. In quel momento, lo giuro, non c'era alcuna malizia calcolata. Ero a casa mia, faceva caldo, e volevo solo respirare. La comodità di una donna che sa di potersi permettere di girare mezza nuda in casa propria.

Tornai in cucina a piedi scalzi. Quando mi sedetti di fronte a lui, accavallando le gambe e appoggiando i gomiti sul tavolo, notai che la forchetta gli era rimasta a mezz'aria. Il suo sguardo era caduto, inesorabilmente, sui miei capezzoli turgidi che segnavano il tessuto leggero della canottiera.

"Allora," esordii, facendo finta di non notare il suo respiro che si faceva improvvisamente irregolare. Iniziai a tempestarlo con le tipiche domande invadenti da madre. "Giulio mi tiene sempre all'oscuro di tutto. Ragazze? Tu ne hai una? Non dirmi che passate davvero tutto il vostro tempo liberi chiusi qui dentro a giocare a quella stupida console."

Arrossì fino all'attaccatura dei capelli, abbassando gli occhi sulla crostata. "No... cioè, nessuna ragazza seria al momento. Studiamo, giochiamo... solite cose."

"Mh, solite cose," mormorai, bevendo un sorso d'acqua fredda.

Da lì, sorprendentemente, la conversazione prese una piega seria. Gli parlai del mio recente divorzio, di quanto fosse strano riabituarsi al silenzio in casa. Lui annuì, improvvisamente più maturo. Mi raccontò dei suoi genitori, di quando si erano separati e di come quella rottura avesse pesato su di lui e su suo fratello maggiore. Lo ascoltai con vera attenzione; per un attimo non vidi più il ragazzino impacciato, ma un giovane uomo con le sue cicatrici.

Poi, però, il clima si rilassò, e la mia lingua, come spesso mi accadeva da quando ero tornata single, perse ogni fottuto filtro. Mi appoggiai allo schienale della sedia, portandomi le braccia dietro la testa per legare i capelli in uno chignon disordinato. Il movimento sollevò il mio seno in modo sfacciato, e vidi Matteo deglutire a vuoto.

"Sai, Matteo," iniziai, con un sorriso divertito, "a quarantadue anni scopri che il mondo là fuori è molto diverso da come lo immaginavi. Voi invece vivete ancora la parte bella e tranquilla "

Lui mi guardava in silenzio, prigioniero.

“Prendi Giulio, per esempio. Lo vedo benissimo come sta. È perennemente infogliato, con gli ormoni a palla che gli annebbiano il cervello. Pensa sempre e solo a quello, che creda di nasconderlo o meno."

Matteo ridacchiò nervosamente, passandosi una mano dietro il collo. "Beh... sì, diciamo che Giulio non è un tipo molto zen da quel punto di vista."

"Ma figurati, non gliene faccio certo una colpa!" risi, allungando una mano per rubargli un pezzo di frolla dal piatto e portarmelo alle labbra. "Perché io, alla vostra età, ero messa esattamente allo stesso modo. Una vera e propria bomba a orologeria."

Lui sgranò leggermente gli occhi, visibilmente sorpreso da quella confessione così schietta da parte di una madre.

"Ti giuro," continuai, scuotendo la testa al ricordo. "Un'estate mi ero presa una cotta fisica colossale per un ragazzo che faceva il bagnino nella nostra spiaggia. Ero così infogliata, ma così infogliata, che passavo le ore sotto il sole cocente a sudare solo per fissargli i muscoli della schiena e delle braccia mentre sistemava i lettini. Una volta, pur di farmi avvicinare, feci finta di non riuscire a chiudere l'ombrellone. Arrivò lui. Io ero in costume, mezza nuda e accaldata, e stavo fissando così intensamente l'addome sudato di quel povero cristo che, quando si girò di scatto per chiedermi di spostarmi, andai in totale pallone, inciampai nei miei stessi piedi e caddi rovinosamente addosso alla sdraio."

Risi di gusto, una risata calda di gola, appoggiandomi allo schienale della sedia. Il movimento sollevò il mio seno sotto la stoffa leggera.

"Che figura di merda indescrivibile," sospirai divertita. "Però quando si chinò per aiutarmi a rialzarmi, afferrandomi per i fianchi... beh, diciamo che il livido enorme che mi venne sulla coscia ne valse decisamente la pena. Giulio ha preso tutto da me, è in balia dei suoi istinti, solo che lui per fortuna per ora non rischia l'osso del collo per farsi toccare."

Guardai Matteo per cercare complicità in quella risata, ma la sua espressione mi bloccò.

La forchetta gli era letteralmente scivolata nel piatto. Il suo sguardo, solitamente così pacato, era andato in totale cortocircuito. L'immagine che gli avevo appena servito su un piatto d’argento, io ventenne, svestita, con la pelle accaldata e così preda del desiderio fisico da non capirci più nulla, si era appena scontrata a duecento all'ora con la donna in carne e ossa che aveva davanti ora.

I suoi occhi scivolarono involontariamente verso i pantaloncini sfilacciati che mi lasciavano scoperte le cosce, per poi risalire, inesorabili e calamitati, verso i capezzoli che segnavano sfacciatamente la canottiera bianca senza reggiseno.

Vidi il suo pomo d'Adamo scattare mentre deglutiva a fatica. Le sue orecchie e il suo collo diventarono di un rosso violento. Cercò disperatamente di riprendere il controllo, abbassando gli occhi sulla crostata per fuggire da quella visuale, ma finì per inalare una briciola e iniziò a tossire in modo goffo, strozzandosi con il suo stesso respiro pur di non guardarmi.

"Ehi, piano, respira, non te la ruba nessuno," lo presi in giro, ridendo ancora e spingendogli il bicchiere d'acqua verso la mano.

Lui lo afferrò con le dita che tremavano leggermente, attaccandosi al vetro gelido come se fosse un'ancora di salvezza. Era nel panico più totale, schiacciato dall'imbarazzo, ma l'eccitazione che emanava era diventata densa e palpabile nell'aria chiusa della cucina. Come suggerisce una buona regola narrativa, nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e in quel momento la mia involontaria spontaneità lo aveva appena messo con le spalle al muro.

Chiacchierammo ancora per un po’, cercando di ignorare la tensione palpabile che ormai riempiva la cucina, finché il mio sguardo non cadde sull'orologio appeso alla parete.

"Accidenti, è tardissimo," sospirai, alzandomi e lisciandomi i pantaloncini. "Se non mi sbrigo a prepararmi, le mie amiche mi lasciano direttamente fuori dal locale."

Matteo colse l'occasione al volo, visibilmente sollevato all'idea di poter fuggire da quel campo minato. Scattò in piedi, rigido, afferrando il suo zaino dal pavimento. "Allora io tolgo il disturbo. Vado a casa."

"Ma sei matto?" lo bloccai, mettendomi le mani sui fianchi morbidi. "Ci sono trenta gradi là fuori e un'umidità che taglia il fiato. Mettiti in salotto, accendi la tv. Faccio una doccia veloce e ti do uno strappo io in macchina, con l'aria condizionata."

Lui esitò, lanciando un'occhiata nervosa verso la porta, ma il mio tono pratico, di nuovo materno, non ammetteva repliche. Alla fine annuì, rassegnato, e si diresse verso il divano.

Mi chiusi in bagno. Sotto il getto dell'acqua fresca, chiusi gli occhi e lasciai che i pensieri vagassero liberamente per un momento. Non potevo mentire a me stessa: il modo in cui mi guardava, con quella fame cruda, disperata e impacciata, mi eccitava da morire. Sentirmi desiderata in quel modo era un'iniezione di pura adrenalina per il mio ego da quarantenne da poco divorziata. Mi passai la spugna insaponata sul seno, sui fianchi, soffermandomi per un secondo di troppo sull'interno coscia, immaginando per un istante che a toccarmi non fossero le mie mani, ma quelle grandi e incerte di Matteo.

Poi scossi la testa, riaprendo gli occhi sotto il getto dell'acqua. Pura fantasia, mi dissi, sorridendo della mia stessa malizia. Smettila di fare la stupida. È un ragazzino. È il migliore amico di Giulio, diamine. Fai la persona matura e pensa alla tua serata.

Uscii dalla doccia convinta di aver ripreso il controllo. Mi asciugai in fretta e infilai la mia biancheria: un completo intimo di pizzo nero, con uno slip sgambato che conteneva i miei fianchi larghi e un balconcino che faceva il suo sporco lavoro con la pienezza del mio seno.

Stavo per vestirmi, ma mi resi conto di aver lasciato il vestitino estivo appoggiato sulla poltrona in salotto.

Faceva un caldo infernale, in casa mia ero sempre stata abituata a girare mezza nuda e, nella mia testa, Matteo era incollato al divano con gli occhi fissi sulla televisione. Così, senza pensarci due volte e con la più totale naturalezza, uscii dalla camera da letto scalza e in mutande per andare a recuperare l'abito.

Il tempismo, si sa, è tutto nella vita.

Non feci in tempo a fare due passi nel corridoio che me lo ritrovai letteralmente davanti. Si era alzato per venire in bagno.

Ci bloccammo entrambi a un metro di distanza.

Lui si pietrificò all'istante, come un cervo abbagliato dai fari. Il suo sguardo mi investì in pieno. Nessun passo indietro, nessuna parola. Sgranò gli occhi, e vidi letteralmente il suo petto smettere di alzarsi. Il suo sguardo scese rapido e affamato dal mio décolleté strizzato nel pizzo, giù lungo il ventre, atterrando sulle mie cosce scoperte.

Ma la cosa che mi fece saltare ogni schema mentale fu l'evidenza della sua reazione. I suoi jeans, di colpo, sembrarono troppo stretti. Il gonfiore all'altezza dell'inguine era una risposta fisica, brutale e immediata alla mia presenza. Una bandiera bianca alzata in segno di resa.

Fu in quel preciso, fottuto istante che ogni traccia di buon senso andò a farsi benedire. Il mio cervello si spense. Avevo provato a fare la madre responsabile sotto la doccia, ma perché continuare a mentire a me stessa, quando la realtà mi stava sbattendo in faccia un'occasione così clamorosamente eccitante? Era davvero l'occasione perfetta per prendermi un desiderio irrealizzabile nella vita quotidiana.

Invece di squittire, coprirmi o scappare in camera come avrebbe fatto una ragazzina, feci l'esatto opposto. Rilassai le spalle, inarcai impercettibilmente la schiena per assecondare il peso del mio seno e scoppiai a ridere. Una risata genuina, calda e sfacciata.

"Matteo, chiudi la bocca che entrano le mosche," lo presi in giro, piazzandomi una mano sul fianco morbido. "E vedi di ricominciare a respirare, che se mi svieni nel corridoio non ho la forza di trascinarti in salotto."

Lui sbatté le palpebre in modo compulsivo, scuotendo la testa come per svegliarsi da una trance ipnotica. "Io... cazzo, scusa. Andavo in bagno... non pensavo..." balbettò, con la voce completamente raschiata. Il suo viso andò in fiamme e lottò disperatamente per guardare il muro, fallendo miseramente e tornando a fissarmi il petto.

"Tranquillo, a casa mia vige da sempre la regola della comodità, lo sai," risposi, facendo un passo lento verso di lui, senza la minima intenzione di arretrare. "Ma dimmi un po'... sei rimasto senza parole per la mia eccellente scelta di pizzo nero, o semplicemente non avevi mai visto una donna vera così da vicino?"

Lui abbassò lo sguardo, deglutendo a fatica, letteralmente intrappolato tra l'imbarazzo bruciante e un'eccitazione che ormai non poteva più nascondere in alcun modo.

"Io... io non avevo mai visto niente del genere," confessò, con un filo di voce che gli tremava in gola, stringendo i pugni lungo i fianchi. Era così a disagio, così teneramente e disperatamente in balia del suo stesso corpo.

"Tranquillo, Matteo," scoppiai a ridere, una risata calda e complice, facendo un passo di lato per lasciargli libero il passaggio. "Il bagno è tutto tuo. Vai a sciacquarti la faccia."

Lui non se lo fece ripetere due volte. Scivolò oltre di me a testa bassa, rosso come un peperone, e si chiuse la porta del bagno alle spalle. Un attimo dopo, sentii l'acqua del rubinetto scorrere a fiotti.

Sorrido tra me e me, scuotendo la testa. Andai in salotto con tutta la calma del mondo, recuperai il mio vestitino estivo dalla poltrona e, con un passo lento e felino, tornai nella mia camera da letto.

L'aria condizionata mi accarezzava la pelle accaldata. Buttai il vestito sul materasso grande, ma invece di infilarmelo, presi il cellulare dal comodino. Cercai il numero di Marta, la mia amica della palestra, e aspettai che rispondesse.

"Pronto, Marta? Ciao tesoro... ascolta, mi dovete perdonare, ma stasera salto. Sì, un contrattempo. Mi ha chiamata mia madre, le bambine fanno i capricci per dormire e stanno smontando casa ai nonni. Devo correre lì e fare la mamma noiosa." Feci una pausa, fingendo un sospiro rassegnato. "Sì, mi dispiace un sacco... bevetevi un drink anche per me. Ci rifacciamo il prossimo weekend. Un bacio."

Chiusi la chiamata e lanciai il telefono sulle coperte. Niente più scuse. Niente più distrazioni.

Dal corridoio, sentii il rumore dell'acqua interrompersi. Lo scatto metallico della serratura del bagno rimbombò nel silenzio della casa. Poi, i passi lenti e titubanti di Matteo sul parquet.

"Matteo?" lo chiamai. La mia voce era bassa, vellutata, un sussurro carico di malizia che tagliava a fette la tensione del corridoio. "Tesoro, vieni a darmi una mano..."

Non aggiunsi altro. Lasciai che quelle parole galleggiassero nell'aria, una trappola perfetta e irresistibile in cui farlo cadere.

Sarà una bella notte.

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