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Erotika
Sverginare l’amico di mio figlio · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 15 min di lettura

da sola con l’amico di mio figlio

mi ritrovo a casa da sola con il giovane amico di mio figlio

MaestraDiVizi
5 mesi fa · 4.8k letture · 5

Il divorzio? Per molte donne a quarantadue anni è una condanna, il sipario che cala. Per me, all'epoca, fu solo l'inizio del divertimento.

Mi guardavo nello specchio a figura intera, nuda e senza filtri. Niente lacrime, niente rimpianti. Solo io. Ero madre di tre figli, se un maschio, il maggiore, e due ragazze che già da piccole stavano crescendo forti con la loro mamma. ma la maternità non aveva affatto sepolto la femmina. Anzi. Tutto il sudore sputato in palestra, la cura ossessiva e il lavoro che avevo sempre fatto sul mio corpo mi stavano ripagando con gli interessi.

La mia non era una bellezza discreta, era uno schiaffo in faccia. Avevo una presenza che riempiva la stanza, una sensualità marcata, quasi prepotente. Il mio viso era deciso: sopracciglia definite e occhi scuri, profondi, con uno sguardo diretto reso ancora più spietato e provocante dal trucco pesante. Le mie labbra erano carnose, sempre leggermente socchiuse, come se fossi perennemente in attesa di assaggiare qualcosa di buono. I capelli scuri, lunghi e voluminosi, mi cadevano sulle spalle in onde morbide, aggiungendo quel tocco selvaggio che li faceva impazzire.

Ma era il corpo a parlare chiaro. Il mio seno era rotondo, generoso, una sfacciataggine piena che spingeva in avanti dominando il décolleté e catturando subito l'attenzione. La vita era stretta, segnata, e scendeva aprendosi in un contrasto netto su fianchi larghi e morbidi. Una clessidra carnale e perfetta. E poi c'era il mio culo. Pieno, sodo, spudoratamente pronunciato. Aveva una compattezza arrogante che si faceva notare anche sotto il tessuto più spesso, figuriamoci sotto i vestiti aderenti che amavo portare.

Ero una donna matura, consapevole e fottutamente indipendente. La mia era una sensualità fatta di volumi forti e curve evidenti, unita a un atteggiamento dominante. Non dovevo chiedere il permesso a nessuno per prendermi ciò che volevo, e in quel momento, avevo solo voglia di giocare.

E i giochi... ah, se mi piacevano i giochi. In quella casa ce n'erano parecchi.

Mio figlio Giulio e il suo migliore amico, Matteo, passavano pomeriggi interi in camera di giulio, incollati alla PlayStation per ore, ore e ore. erano due ragazzini pieni di energia, con l'aria di chi pensa di sapere già tutto della vita.

Matteo era praticamente il mio figlio acquisito. Lo conoscevo da una vita, era il primo amico di Giulio e, non ne ho mai fatto mistero, il mio preferito. Con lui non ero mai stata la classica genitrice noiosa. Ero la madre simpatica, quella sfacciata che non ha peli sulla lingua. Mi divertivo da matti a mettere a disagio Giulio raccontando aneddoti della mia gioventù che erano tutt'altro che casti o tranquilli. E Matteo? Matteo pendeva dalle mie labbra. Rideva alle mie battute e, crescendo, aveva iniziato a guardarmi in un modo diverso. Un modo che non mi era affatto sfuggito.

Specialmente dopo il divorzio, quando avevo ricominciato a riprendermi i miei spazi e a godermi le serate. Spesso uscivo a cena o a bere qualcosa, lasciando quei due rintanati in casa da soli. Prima di uscire, passavo sempre dalla camera di giulio, stretta nei miei vestiti da sera. Tacchi vertiginosi che slanciavano le mie curve, gonne a matita che fasciavano il mio culo pronunciato e scollature spietate. Giulio mi salutava a malapena, perso nello schermo, ma Matteo... Matteo pendeva letteralmente dalle mie tette. Cercava di fare il discreto, abbassando il viso, ma vedevo perfettamente le sue pupille dilatarsi ogni volta che mi chinavo verso di lui per dargli un bacio sulla guancia.

Un po' si scherzava sempre su questa sua timidezza. Giulio, che a differenza sua è praticamente uscito da me già arrapato e senza peli sulla lingua, lo prendeva in giro di continuo. Ha sempre sostenuto che a Matteo piacessero gli uomini. D'altronde, Matteo era sempre stato pacato, educato, silenzioso. L'esatto opposto del classico ventenne sbruffone.

Per un periodo, confesso, iniziai a crederci davvero. Pensavo: "Che spreco, un ragazzino così bello. ". Poi, però, i suoi sguardi iniziarono a raccontare una storia completamente diversa. Una storia in cui la pacatezza era solo una maschera.

Decisi di smascherarlo, e l'occasione perfetta si presentò un sabato sera di metà luglio, o almeno, tutto iniziò in quel momento. Faceva un caldo torrido, di quelli che ti lasciano la pelle lucida e umida. Ero appena tornata dalla casa dei nonni, dove avevo scaricato le mie figlie per la notte: avevo in programma un aperitivo lungo con alcune amiche, le mie compagne di palestra, e avevo tutta l'intenzione di fare le ore piccole.

Passando dalla pasticceria avevo comprato una crostata alla marmellata, convinta di trovare i soliti due relitti spiaggiati in camera di giulio a sfidarsi alla console. Indossavo un vestitino estivo di lino, aderentissimo in vita, che si allargava appena sui fianchi assecondando le mie curve. Aveva uno scollo a V profondo che non faceva assolutamente nulla per nascondere la rotondità sfacciata del mio seno, spinto in alto dal reggiseno che usavo per valorizzare il décolleté.

Sulla strada del ritorno, a pochi metri dal portone del mio palazzo, lo vidi. Era solo. Matteo stava camminando a testa bassa, con lo zaino su una spalla. Quando alzò lo sguardo e mi notò, si bloccò per una frazione di secondo.

"Matteo? E tu che ci fai già in strada? Giulio ti ha già sbattuto fuori?" lo incalzai, fermandomi esattamente in mezzo al marciapiede per sbarrargli la strada, le mani sui fianchi larghi. Feci la tipica madre ficcanaso, godendomi la sua reazione.

"No, eh... ciao," balbettò lui, passandosi una mano tra i capelli. I suoi occhi scesero inevitabilmente sulla mia scollatura per poi scattare via, come se si fosse scottato. "Giulio ha avuto una pizzata dell'ultimo minuto con la squadra di calcio. Se n'è andato poco fa, io stavo tornando a casa mia."

"A casa? Di sabato sera, a quest'ora?" Sospirai, scuotendo la testa in modo teatrale. "E mi lasci qui da sola con una crostata intera da smaltire? Giulio non mi ha detto nulla, quel disgraziato."

"Sì, be'... mi dispiace," cercò di congedarsi lui, facendo per superarmi. Era in evidente imbarazzo, la vicinanza lo rendeva teso come una corda di violino.

Io, però, non mi spostai di un millimetro. Anzi, mi avvicinai, invadendo il suo spazio personale. Il mio profumo, mescolato all'odore estivo della mia pelle, lo investì in pieno.

"Stavamo parlando, non fare il maleducato," lo ammonii con un finto tono di rimprovero, ma le mie labbra carnose erano piegate in un sorriso malizioso. "Sali con me. Ce la mangiamo insieme, intanto che mi preparo."

Lui sgranò gli occhi. "Ma no, davvero, non voglio disturbare, so che devi uscire..."

"Non dire sciocchezze," lo interruppi, usando quel tono da madre autoritaria e invadente che non ammetteva repliche. Allungai una mano e gli afferrai il braccio. Sotto la maglietta di cotone sentii il bicipite contratto, duro. "Non accetto un no da un ragazzino, Matteo. E poi devo finire di truccarmi, mi farai un po' di compagnia. Su, muoviti."

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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